22 Maggio 2016 -

HISSEN HABRÉ – A CHADIAN TRAGEDY (2016)
di Mahamat-Saleh Haroun

Dopo anni in cui le tragedie vengono dimenticate, o mancanti di un’immagine/storicizzazione, spesso il cinema si pone come strumento fondamentale in un tentativo di ricostruzione, attraverso un senso di giustizia che possa ancora d(on)are una voce ed uno sguardo. Il nuovo documentario di Mahamat-Saleh Haroun racconta l’eredità triste di Hissène Habré, la sua dittatura (di stampo reazionario, nazionalista e fascista), la sua presenza drammatica ancora oggi negli occhi (spesso senza volto) della popolazione chadiana. Un passo indietro. Già capo della FAN (Forze Armate del Nord), Habré rovescia Goukouni Oueddei il 7 giugno 1982 occupando la carica di Presidente della Repubblica. Il ruolo di primo ministro è soppresso e molti oppositori politici vengono giustiziati. Habré trasforma le FAN in armata regolare (FANT), poi crea una polizia politica, la Direzione di documentazione e sicurezza (DDS). Per la ferocia del suo governo, Habré venne soprannominato il Pinochet africano; attraverso l’uso indiscriminato della violenza attraverso la DDS si stimano che oltre 40000 persone siano state uccise per motivi politici e almeno 200.000 siano state torturate in modo brutale. Mentre nel 1983 la controffessiva del GUNT (appoggiata dalla Libia) cerca di riprendere il potere, Habré ottiene la riconquista del nord con il sostegno dell’esercito francese (Operazione Manta) e di quello statunitense (per propri interessi contro Gheddafi). L’occupazione libica del Chad termina nel marzo 1987 e il cessate il fuoco che sancisce la vittoria di Habré è firmato nel settembre seguente. Ma il 1º dicembre 1990 il regime di Habré è a sua volta rovesciato da Idriss Déby Itno. L’ex presidente ripara in Senegal, in un semi-anonimato.

Con Hissen Habré, a Chadian tragedy, presentato a Cannes in selezione ufficiale come proiezione speciale, Haroun descrive in maniera molto intima e sottile la tragedia del suo paese, focalizzando lo sguardo sulle vittime traumatizzate di Habré. Prima quasi in imbarazzo a mostrare i segni fisici e morali di quel massacro per poi aprirsi nella loro necessità di non potersi più tenere dentro tutto. Non si cerca una verità, pare nemmeno essercene il bisogno, si vorrebbe solo fare emergere una pagina dimenticata, anche attraverso una serie di bugie di Stati più grandi e dei loro interessi che per forza non potevano tenere conto della deriva di un paese più che mai terzomondista. Guidati dal traghettatore Clément Abaïfouta (antropologo, disertore ed oppositore, arrestato per quattro anni e ora presidente dell’associazione di vittime del regime) entriamo in punta di piedi in un orrore definito attraverso i corpi straziati, gli occhi riarsi e le voci spezzate di coloro che sono sopravvissuti al dramma. Sentiamo ancora il rumore di arti devastati con i martelli, teschi schiacciati tra bastoni legati da corde, occhi spruzzati con insetticida in cui leggiamo ancora spazi di enorme terrore. Un uomo dice di aver contato più di duemila morti nelle carceri di Habré e pregò per ognuno di loro, sperando che almeno con la morte un minimo di sollievo si potesse ottenere. A un certo punto, uno dei sopravvissuti mostra un diario pieno di disegni, un libretto in cui loro stessi disegnavano quei metodi di tortura, per ricordare l’orrore, perché gli altri non potessero dimenticarlo.

In tutto questo panorama devastato e frastagliato, Haroun descrive ciò che ne rimane con estrema leggerezza e semplicità, cerca la parola di conforto, coccola con le immagini corpi deformati in scenari di eterna e meravigliosa umanità, fino a trovare un’insperata bellezza nei volti di anime distrutte che oramai poco si sentono di poter chiedere alla storia. In una scena emblematica riprende frontalmente Clément seduto su una panchina tra un perseguitato e il suo carceriere. E’ possibile una riconciliazione? Quello che sembrava infrangersi contro un muro d’incomunicabilità a volte è solo la vergogna che il carnefice prova dopo ancora così tanti anni nei confronti della sua vittima, quasi comprensibile vista l’entità del dramma. In fondo la domanda fondamentale (che coinvolge direttamente molti progetti di questo tipo) è legata proprio al male, al fatto che scientificamente possiamo conoscere la sua entità e la sua declinazione, ma che moralmente rimane un buco nero di senso, un cortocircuito etico a cui è impossibile trovare giustificazione, neppure la più tragica. Il film si conclude così nel futuro, nel processo ad Habrè che proprio in questo periodo si sta svolgendo a Dakar. Si sente l’audio degli avvocati che raccontano perché sono li, perché un popolo può e deve cercare ancora giustizia, tutto ciò rimbalza in una stanza vuota che fra poche ore sarà riempita da vittime e carnefici. Il cinema si ferma lì, dove dovrà poi intervenire la legge; intanto noi abbiamo già visto, sappiamo, e la mancanza di quelle immagini appare come ancora uno spazio di riflessione in cui la storia del Chad si riflette in tutti quei casi limite che l’umanità ha spesso sciaguratamente intrapreso. Il cinema è li, sempre sul crinale di una necessità, di quell’esigenza inderogabile di dare voce alla Storia.

Erik Negro

“Hissène Habré” (2016)
Documentary | France
Regista Mahamat-Saleh Haroun
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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