13 Febbraio 2016 -

HEDI (2016)
di Mohamed Ben Attia

Lui, lei, l’altra. Il triangolo amoroso è una delle storie più antiche di sempre, corso e ricorso storico, vortice di passione, irrefrenabile istinto rutilante e stordente. Forte dell’ala protettrice (e produttiva) dei fratelli Dardenne, arriva come primo film del concorso berlinese Hedi, esordio al lungometraggio del cineasta tunisino Mohamed Ben Attia. Una partenza in realtà in sordina per la sessantaseiesima Berlinale, per quanto quella messa in scena fosse una storia potenzialmente interessante e forte di tradizioni e di madri oppressive, di matrimoni combinati e di passioni amorose, di religiosità asfissiante mentre avanza inesorabile l’occidentalizzazione. Una storia che contrappone i costumi secolari e il tempo che passa, una storia di consuetudini tentacolari, d’amore e di sogni di fuga, resa però con uno stile troppo scolastico e diversi simbolismi troppo acerbi per potere funzionare davvero. Il risultato è un’imitazione a tratti pallida dei film dei Dardenne, sospesa fra le immancabili inquadrature sulla nuca del protagonista, la sua atavica tristezza che sgorga da un volto ostinatamente inespressivo e gli intenti da (tardivo) coming of age con il quale interrogarsi sulle insormontabili barriere culturali e religiose ancora presenti in un Paese come la Tunisia, sintesi forse impossibile, e sicuramente instabile, di chador e blue jeans.

Protagonista è l’Hedi del titolo, venticinquenne venditore Peugeot con una passione e un talento repressi per il fumetto, una madre onnipresente che continua a trattarlo come un bambino, il matrimonio già combinato per la settimana successiva secondo le migliori tradizioni culturali e religiose con una giovane donna bellissima e di buona famiglia. Una donna però incapace di scartare dai più rigidi precetti islamici: vuole essere una buona moglie fedele e una buona madre, senza altri sogni che non siano quelli di una vita sempre uguale a se stessa, prosecuzione naturale e altrettanto soffocante di una realtà soffocante. Una donna che Hedi in sostanza conosce appena, che mai ha avuto occasione di sfiorare, una donna che sicuramente non ama. Una trasferta lavorativa sarà l’occasione per incontrare Rim, animatrice di chiara formazione occidentale che si guadagna la pagnotta ballando su un palco per i turisti. Una donna, stavolta, indipendente e risoluta, vissuta in Francia, che al velo preferisce decisamente i jeans e alle tradizioni la libertà, sessualmente svincolata dalle imposizioni religiose e con il passaporto sempre pronto per andare via, verso l’Europa e la libertà. L’amore sarà l’occasione per Hedi di interrogarsi sulla sua vita come un cappio intorno al collo, sulla necessità di affrancarsi dall’asfissiante abbraccio materno, sulla profonda volontà di vivere i propri sogni e le proprie passioni fino a mandare all’aria il matrimonio e diverse opportunità lavorative; il distacco temporaneo e obbligato dalla famiglia sarà il momento della sua tardiva crescita. Il palco sul quale si esibisce Rim è luogo di un lavoro che non le piace, ma che le consente di staccarsi così pesantemente da una società dalla mentalità arretrata; il mare, placida e gigantesca sospensione, assurge a luogo di libertà e riflessione, il luogo nel quale ci si innamora, ci si bacia per la prima volta, si decide di cambiare vita. Oppure no.

Ma le obiezioni non sono in effetti contenutistiche. Piuttosto, i palesi limiti del film derivano dallo stile cinematografico troppo aderente a quello dei mentori e produttori, quei fratelli Dardenne che sempre hanno declinato tematiche simili, senza averne però le stesse intuizioni cinematografiche né in fase di scrittura, né tantomeno in fase di riprese. Hedi, a dispetto delle buone premesse, si rivela un film troppo smaccatamente ingenuo nel declinare le insormontabili differenze culturali limitandosi a contrapporre preghiere e chador a trucco, jeans e tatuaggi; sempliciotto nell’inserire il talento come disegnatore e fumettista (finendo peraltro per scimmiottare Tim Burton) come occasione di riscatto sociale; poco credibile nella figura del personaggio principale, troppo forzatamente triste e “oppresso” da una madre che gli ha pur sempre trovato due lavori e un ottimo partito. Mohamed Ben Attia commette errori dovuti all’inesperienza, ed è strano che la produzione dei Dardenne non sia intervenuta per dare qualche consiglio oltre ai non pochi fondi. Hedi è stato infatti girato in un 35mm ben fotografato, mentre nel cinema tutto avanza sempre più la digitalizzazione selvaggia, rivelandosi come un film di impronta politica e sociale resistente anche nel formato. Ma non basta per elevarsi da una regia piatta e da troppi errori di impostazione. L’esordio di Ben Attia rimane quindi un film in potenza, destinato a perdersi fra troppe ingenuità e lungaggini, perdendo di vista per lunghi tratti la costa sulla quale approdare. Ed è un vero peccato, in ultimo, che un film potenzialmente a metà fra le primavere arabe e lo spauracchio dell’ISIS si sia sostanzialmente limitato a un triangolo amoroso nel quale religione e condizione sociale entrano solo dalla finestra, preferendo una generica impostazione (a)temporale ad una viva e pulsante attualità ben più forte e radicata rispetto a quella messa in scena.

Marco Romagna

“Hedi” (2016)
88 min | Drama | Tunisia / Belgium / France
Regista Mohamed Ben Attia
Sceneggiatori Mohamed Ben Attia (screenplay)
Attori principali Majd Mastoura, Rym Ben Messaoud, Sabah Bouzouita, Omnia Ben Ghali
IMDb Rating 7.1

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