24 Maggio 2016 -

GIMME DANGER (2016)
di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch pare essere eternamente legato a figure che sente proprie, che condividono personalmente la sua visione dell’espressione (e forse anche della vita); mai potrebbe allontanarsi per descrivere altro dalla finzione al documentario. Nasce proprio dal suo amore viscerale per gli Stooges l’esigenza di Gimme Danger, documento che parte dall’analisi della breve ma intensissima parabola della band di Iggy Pop, dei fratelli Asheton e Dave Alexander per definire in modo più programmatico l’atmosfera di quel periodo, soprattutto negli Stati Uniti. Emergendo da Ann Arbor nel mezzo del Michigan e pure nel mezzo della rivoluzione controculturale, gli Stooges hanno (con gli Mc5) rappresentato l’anima dura e aggressiva del rock americano all’interno del panorama musicale della fine del 1960. La loro espressione artistica era indubbiamente legata anche alla performance e all’esposizione, alla miscela di generi ed all’impatto dal vivo, tutti caratteri che li videro interpreti fondamentali per lo sviluppo embrionale di quello che sarà poi il movimento del punk. Di sfondo quell’America (o almeno come già ai tempi la coniammo) che si prepara alla Summer of Love come a Woodstock, che si oppone al Vietnam come alla segregazione, un continente tutto che presenta il contesto della nascita del fenomeno Stooges, che lo declina musicalmente, culturalmente, politicamente, storicamente, e riguarda le loro avventure e disavventure al di là delle loro sfide commerciali iniziali, così come della loro eredità di lunga durata.

Traspare subito l’amore di Jarmusch – doppio a questa Cannes con Paterson in concorso e questo Gimme Danger presentato fuori concorso come Midnight screening – per la band, quando ricostruisce magistralmente l’humus necessario per la nascita degli Stooges, quella rabbia giovane e disincantata da condensare in un’esperienza musicale ed espressiva con pochi eguali, almeno allora. Proprio da qui dobbiamo partire, dal coinvogliarsi di questi sentimenti generazionali universali in un itinerario creativo particolare, lavorando rigorosamente su footage estremamente raro e lasciando parlare prima le fonti che gli stessi personaggi coinvolti. Allo stesso modo, con il fluire del film, emerge il personaggio di Iggy Pop e il suo continuo interrogarsi sull’essenza stessa di quel periodo, su come la conciliazione del periodo hippy e dei grandi raduni fosse in un certo senso costruito (o quantomeno incanalato) da strumenti mediatici di origine politico-economica, mentre la loro esperienza, quella degli arrabbiati, fu emarginata verso un sentimento di alterità e di sub-underground di difficilissima espressione. Si ha proprio l’impressione che sia l’aspetto dell’analisi (più di quello celebrativo o agiografico) a prendere il sopravvento nel documentario, lasciando allo spettatore la possibilità di definire un ambiente estremamente magmatico e complesso, che allora (e molto meno oggi) aveva il bisogno estremo e la necessità violenta di urlare la propria voce, come atto di affermazione sociale e umana, e a cui gli Stoogees hanno dato quell’imprescindibile dose di elettricità e l’immagine di una performance continua, ben lontana dalla mera (ri)produzione di canzoni.

Jarmusch, da Autore, appassionato e storiografo, ascolta questa storia, e se/ce ne fa partecipe/i, come momento fondante e fondamentale della sua educazione da Mid-West, come le fluttuazioni di quella band potessero rappresentare un immaginario statunitense (anche di provincia) che noi fatichiamo a (far) conoscere. Il low-fi che sceglie come struttura narrante non è infatti legato alla parabola artistica vertiginosa e nemmeno alla vita dissipata dei suoi protagonisti, ma mette a fuoco l’anima di giorni che mai torneranno, ma così mai moriranno, nonostante quella band sia morta forse proprio con la rabbia di quella generazione. Può apparire un lavoro per neofiti, un progetto che non sempre cerca la profondità di sguardo sull’argomento, ma (almeno personalmente) proprio questo allargare il campo di un fenomeno del calibro degli Stooges può definire meglio la portata della loro essenza, il loro essere comunisti/comunitari, la loro vena rivoluzionaria e di continua trasgressione di suoni e linguaggi. Resta forse l’essere esattamente di parte del Jarmusch fan prima che autore, oltre ovviamente all’amicizia decennale che lo lega a Iggy, soprattutto nell’apertura di un film dedicato alla “più grande rock band esistita”, ma poco importa. Forse anche questo giudizio da conflitto d’interesse emotivo non può scalfire l’energia di un’opera che senza dubbio respira la linfa vitale dai protagonisti e dalla loro reale esperienza, ma che con passione riesce ancora a declinare un piccolo grande invito a non allinearsi, ad arrabbiarsi, a essere costantemente e volutamente pericolosi, lontani anni luce dai processi culturali (?) che ogni giorno siamo costretti a subire.

Piccolo post scriptum. Scendere a mezzanotte sulla Croisette con un’amica per vedere sulla Montée des Marches, dal cerimoniale stravolto, Iggy che si agita a petto nudo e con il medio alzato su “I wanna be your dog”, è molto probabilmente il momento più simbolico di questa Cannes69.

Erik Negro

“Gimme Danger” (2016)
Documentary | USA
Regista Jim Jarmusch
Sceneggiatori Jim Jarmusch
Attori principali Iggy Pop
IMDb Rating N/A

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