11 Agosto 2022 -

GIGI LA LEGGE (2022)
di Alessandro Comodin

Non poteva che aprirsi ancora una volta in un bosco, il cinema di magia del quotidiano di Alessandro Comodin. Come già nel folgorante esordio L’estate di Giacomo, come già nel seguente I tempi felici verranno presto. Solo che questa volta il fitto delle frasche è semplicemente quello di un giardino oscuro e impenetrabile, intimo come una sorta di personalissimo Mondo delle Idee, impossibile da tagliare per paura di fagli del male. Un giardino contorto, come contorte possono essere le traiettorie di una mente, di un sospetto, di un desiderio, del vero, del falso, di un’ambiguità, o forse semplicemente di un sentimento che dolcissimo emerge e poi veleggia sulle onde della radio (di servizio, a volte Cupido non si formalizza). Un angolo in qualche modo “tropicale”, con tanto di rapido ma evidente sguardo all’Apichatpong Weerasethakul di Tropical Malady, in cui nascondere e poi magari lasciare esplodere tutti i fuoricampo, tutto ciò che «si pensa ma non si dice», tutto ciò che sullo schermo rimane fuori fuoco, frammentario, ai margini, intrappolato nei meandri temporali di un eterno girovagare in cui l’unica reale meta non potrà che essere l’amore, il non-viaggio di Gigi la legge da “pirata” a “disperato”, dal «solito Gigi» un po’ marpione bacchettato dalla collega alla tenera carezza della «nuova stagionale» Paola con cui calmare, e colmare, la sincerità del suo magone. Il resto è tutto un rincorrersi di ellissi e controcampi negati, di discorsi interrotti, di apparizioni a sorpresa, delle medesime vie che scorrono dietro al parabrezza degli insistiti camera car. Una sorta di road movie dove non esistono punti di partenza e di arrivo, ma sempre il solito pattugliamento, avanti fino al cartello di fine paese e poi ancora indietro con inversione a U, perché uscire dai confini di San Michele al Tagliamento, ultimo avamposto in provincia di Venezia in una terra che già parla in friulano, è «la più grossa trasgressione» di un’intera vita, o forse è l’aperta bugia con cui il volto peggiore del dovere spinge fino alla crisi di coscienza, al ricordo doloroso, alla commozione dell’essere umano. Una commozione vera, purissima, genuina, che ben poco importa nel cinema sempre splendidamente sospeso fra documentario e canovaccio di Comodin quanto abbia di reale, quanto di scritto e quanto di improvvisato: conta solo il luccichio di quegli occhi lucidi. Gli occhi di Pier Luigi Mecchia, non-attore zio del regista e realmente agente (peraltro, stando al pressbook allegato alla presentazione in concorso al 75mo Locarno Film Festival, retrocesso di grado proprio a causa di questo film) della Polizia Locale del piccolo comune. Un vigile vecchio stampo, (quasi) sempre sorridente e con una buona parola per chiunque, gentile e disponibile con tutti, simpatico e generoso eppur flemmatico come solo un paesano sa essere, che solca a bordo della Punto di servizio la quotidianità di una comunità talmente minuscola e tranquilla da ritrovarsi in qualche modo fuori dallo spazio e dal tempo.

Non è un caso, in tal senso, che nell’eterno presente con cui, dopo la sortita in Piemonte dell’opera seconda, il friulano Alessandro Comodin torna ai suoi luoghi sul Tagliamento e alla sua famiglia già al centro de L’estate di Giacomo non si veda mai nessuno maneggiare non solo uno smartphone ma nemmeno un più vecchio cellulare, mentre intorno ai due non-luoghi dell’autovettura di pattuglia e del giardino/foresta di Gigi non succede assolutamente nulla, a meno che non sia un falso allarme per incendi inesistenti oppure l’ennesimo suicidio lungo i binari, talmente frequente e irrisolvibile da lasciarlo fuori campo e trattarlo con la flemma di una seccatura mentre passa quell’altro treno che nessuno ha avuto voglia di fermare in tempo. Il punto è la reiterazione, il continuo mulinare senza andare da nessuna parte, l’affresco in più giorni di un giorno talmente qualsiasi da poter essere qualsiasi giorno di qualsiasi momento. Un’ucronia sottolineata ulteriormente dalle divise della Polizia Locale in uso solo fino al 2021 prima dell’ultimo cambio, mentre a bordo di una macchina prodotta dal 2007 al 2010 esplodono, extradiegetiche e canticchiate o forse diegetiche direttamente dalle casse ancora una volta in barba al regolamento, opposte canzoni a cavallo fra fine anni Settanta e primi Ottanta di Julio Iglesias e Nada. Del resto, come anticipato, è proprio nel passaggio da Sono un pirata, sono un signore all’Amore disperato finale che in qualche modo si innesta il percorso umano di Gigi la legge, dal litigio iniziale con un vicino fuori campo che forse nemmeno esiste ma gli chiede per l’ennesima volta di tagliare parti di giardino fino al gesto complice e dolcissimo di Paola, dopo che quasi a sorpresa è nato un nuovo amore. Passando attraverso ossessioni, giri a vuoto, battute di spirito, sgommate in motorino senza casco, qualche sortita per negozi «per far spostare la macchina in divieto di sosta», una qualche bestemmia che non rimane esattamente fra i denti, qualche frecciata al «fagiano» caporeparto, e soprattutto quelle conversazioni via radio con Paola che dal corteggiamento giocoso diventano sempre più un reciproco aspettarsi, mentre Comodin lascia lentamente emergere la purezza più intima di suo zio Gigi, la sua personalità più sincera, la sua vita, la verità della sua esistenza che, proprio come la quotidianità di San Michele al Tagliamento, si intrufola fra le maglie della finzione e si ricostituisce identica sullo schermo. Bastano poche inquadrature fisse, da una parte all’altra della Punto e dal sedile posteriore verso il parabrezza, dal groviglio di rami del giardino a quello del sogno, mentre il sapiente editing di João Nicolau (sempre più interessante la collaborazione fra Comodin e il diversissimo regista portoghese, con l’abitudine ormai consolidata di montare l’uno i film dell’altro) gioca a mostrare e a celare, a depistare e a stupire, a elidere e a svelare, e ovviamente a cantare. C’è il ragazzino bocciato a scuola e c’è la giovane da portare a ricoverare nel centro di salute mentale a costo di prometterle una giornata a Lignano Sabbiadoro, c’è il testimone che «non me la conta giusta» e c’è la (tetraidro)poetica di un risotto tenero e impossibile fatto di vento e di farfalle. Ma soprattutto ci sono le emozioni, c’è l’eterna sospensione di un piccolo paese in cui avere sempre vissuto oppure tornare a fare il proprio cinema, c’è la conoscenza profonda di un familiare, di un collega, dell’anima dolce e frustrata di un uomo. C’è la vita, protesa nel suo scorrere, mentre la trama è un semplice MacGuffin attraverso cui coglierne la grazia. Ci vuole pazienza, per riuscirci. Ci vuole uno sguardo ben preciso, ci vuole un rapporto di infinita fiducia, ci vuole un lungo tempo in cui far dimenticare ai non-attori l’esistenza della macchina da presa, in modo da farli tornare semplicemente loro stessi. La realtà, la magia, l’alchimia: un cinema che svetta sulla contemporaneità italiana e punta oltre, proprio come quegli alberi ormai giganteschi che Gigi non ne vuole proprio sapere di tagliare. In attesa del prossimo bosco su cui si dischiuderà ancora il diaframma della macchina da presa di Alessandro Comodin, per il prossimo tassello del suo cinema ellittico, rigoroso, familiare, sentimentale, profondamente personale, e soprattutto umanissimo. Un cinema molto più vero del documentario e molto più vero della finzione, e proprio per questo così unico e prezioso.

Marco Romagna

“Gigi la legge” (2022)
102 min | N/A | Italy / Belgium / France
Regista Alessandro Comodin
Sceneggiatori Alessandro Comodin
Attori principali Rebecca Martin, Pier Luigi Mecchia, Ezio Massarutto
IMDb Rating N/A

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