18 Maggio 2022 -

ESTERNO NOTTE (2022)
di Marco Bellocchio

È in qualche modo sempre un affare di famiglia, il cinema di Marco Bellocchio. Famiglie di sangue o di levatura, d’amore o di affinità, d’appartenenza politica o di complicità criminali, di Fede religiosa o di psicanalisi. Famiglie che inevitabilmente macerano, si tradiscono, si ritrovano, si dissolvono, si riformano, si sognano, si abbandonano; famiglie che a volte deflagrano, e che a volte invece restano unite nonostante tutto e tutti. Una chiave attraverso cui l’autore di Bobbio declina da quasi sessant’anni di luminosa carriera tanto le proprie ossessioni personali quanto la Storia d’Italia, tanto i sogni quanto i fatti, tanto la finzione quanto il vero. Sia che parli apertamente di se stesso, sia che decida – come confessato nello struggente Marx può aspettare – di far specchiare la sua famiglia in personaggi di totale fantasia, sia che rifletta sulle emblematiche figure storiche o contemporanee del Benito Mussolini di Vincere, del Massimo Gramellini ostentatamente mediocre di Fai bei sogni o dello straziato Tommaso Buscetta de Il traditore, a sua volta circondato dagli altrettanto significativi personaggi cardine, da una parte e dall’altra del banco degli imputati, del maxiprocesso alla mafia. Ma forse è proprio Aldo Moro, il personaggio a cui Bellocchio sa in assoluto meglio girare attorno. Una figura già affrontata nel 2003 in Buongiorno notte dall’interno della casa in cui il presidente della DC fu recluso e ucciso dalle Brigate Rosse, e adesso espansa nelle monumentali cinque ore e mezza di quell’Esterno notte che, di quell’ultima stanza di Moro e di quei cinquantacinque giorni, cerca tutti i possibili controcampi, ça va sans dire, in tutte le famiglie coinvolte. In primis quella di Aldo Moro, chiaramente, prima con Moro ancora a casa fra figlie e nipoti, e poi con la moglie Eleonora Chiavarelli costretta a combattere contro tutto e tutti per cercare di salvarlo dopo il rapimento. Ma anche la famiglia politica spaccata e poltronara della Democrazia Cristiana (in testa Cossiga, ma anche Fanfani, Zaccagnini, Andreotti che alla notizia del rapimento perde la sua imperturbabilità fino a vomitarsi addosso), che alle trattative ha preferito in sostanza abbandonare Moro al suo destino, se non proprio spingere verso la creazione di un martire. Anche la famiglia della Chiesa Cattolica, con Paolo VI disposto a pagare miliardi di riscatto per il suo amico e illustre fedele. E anche la famiglia dei brigatisti che, dopo le astrazioni sospese fra sogno e realtà del 2003, si riprendono i loro nomi e le loro identità, i loro ideali e le loro contraddizioni, i loro (dis)accordi e le loro scelte di vita più sofferte, e ancora una volta le loro famiglie. Quella realmente insieme di Adriana Faranda e Valerio Morucci, o quella simulata dall’intestataria della casa-prigione Anna Laura Braghetti con il complice “ingegner Altobelli” Germano Maccari, in cui nascondere Mario Moretti, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli spaccati fra la liberazione e l’esecuzione, fra la dimostrazione di forza e la crescente consapevolezza di stare portando avanti un errore tattico imperdonabile che avrebbe definitivamente ucciso i sogni di proletariato. Fino all’ultima famiglia che questa volta è una non-famiglia, quella che non può (più) esistere, fatta di pezzi orfani e irrimediabilmente disgregati dopo una morte che non può che voler dire diaspora, confessione, (senso di) colpa di tutte le parti in causa. Chi ha premuto il grilletto, certo, ma anche chi non ha saputo convincere gli altri a non farlo, chi non ha saputo o voluto trattare, chi ipocrita si fa il segno della croce e si lava la coscienza per continuare imperterrito a esercitare sempre più potere per altri decenni, chi arriva dall’America ad assicurarsi che venga “liberamente” fatto esattamente ciò che preferisce la Casa Bianca, e chi tradisce spudoratamente pure le ultime volontà a costo di fare quel funerale di Stato che Moro aveva espressamente chiesto di non avere senza nemmeno il feretro, già interrato dopo la cerimonia privata della settimana precedente. Tutti hanno avuto colpe nei giorni fra il rapimento e il delitto: i brigatisti, la classe politica, la Chiesa che da sempre Bellocchio tiene nel mirino. Ma forse pure lo stesso Moro della straordinaria confessione dell’ultimo capitolo, per aver fatto finta di non vedere quegli atteggiamenti che per vie traverse lo avrebbero condotto al patibolo, per non essere riuscito a fermare l’avanzare del male all’interno del suo partito, per non aver saputo odiare a sufficienza i vari Andreotti e Cossiga – semplicemente «toccherà alla Storia giudicare». Senza più l’esplosione musicale dei Pink Floyd ad accompagnare il lancinante ‘come sarebbe dovuta andare’ di Buongiorno notte, con Moro ancora vivo per le strade e il sogno, per lo meno nel cinema, di un socialismo democratico ancora possibile, ma con l’illusione della sua liberazione che – in maniera per molti versi analoga allo scarto teorico già compiuto da Tarantino dal cinema che tutto può cambiare di Inglourious Basterds alla consapevolezza dei confini dello schermo oltre i quali necessariamente tornare tornare a fare i conti con la realtà di Once upon a time… in Hollywood – sa di doversi per forza scontrare con la consapevolezza del corpo senza vita in via Caetani, del compromesso storico saltato per sempre, di Francesco Cossiga che diventerà Presidente della Repubblica subito dopo Pertini, e poi con tutto quello che è successo negli anni successivi, con la caduta del Muro, con la dissoluzione del PCI, con Tangentopoli, con il berlusconismo, con lo sdoganamento delle destre. Con la più amara disillusione. Ma il sogno in qualche modo riparte comunque, riemerge e immagina Aldo Moro in ospedale, vivo, liberato, salvo poi nuovamente infrangersi andando a sbattere contro il vero che giace esangue nel portabagagli della Renault 4 rossa e magari ripartire ancora, perché è impossibile fermare l’utopia, è impossibile smettere di fantasticare, è impossibile non pensare a come sarebbe potuta andare, e a che cosa potrebbe essere oggi questo Paese se il PCI fosse realmente diventato una legittima forza di governo.

È la radio che a casa Moro annuncia l’ingaggio di Gian Maria Volonté per la doppia versione – cinematografica e televisiva – del Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, a spiegare la genesi di Esterno notte. Una citazione che dichiara apertamente come fra il piccolo e il grande schermo possa in alcuni casi non esserci differenza, ma ci possa essere al contrario una completa intercambiabilità. Tanto che nasce come serie televisiva, il progetto di Esterno notte. Sei episodi distinti, numerati e in potenza autoconclusivi, che famiglia per famiglia, quasi separatamente, ripercorrono quei giorni dai punti di vista delle persone “esterne”, vicine ma non presenti, con l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni che appare di fatto solo nella prima e nell’ultima parte lasciando tutta la sezione centrale al mucchio selvaggio di chi lo sogna a occhi aperti ancora a casa, chi fa e soprattutto non fa qualcosa per salvarlo, chi ne ha pianificato ed eseguito materialmente il rapimento ma sta in un altro covo, addetto alla logistica nella consegna delle lettere e non carceriere che lo processa e lo uccide. Eppure è stato sin da subito evidente come, per qualità anni luce superiore a qualsiasi altro prodotto di Rai Fiction, per coerenza progettuale e narrativa e per capacità di ragionare compiutamente sul cinema degli anni Settanta e di oggi (si veda l’utilizzo del vero/falso nella messa in scena e nell’archivio, ma anche i riferimenti e le citazioni dal west di Peckinpah all’Andreotti Divo di Sorrentino), si trattasse in realtà di un unico film di 330 minuti, di un affresco in sei capitoli con cui ibridare realtà e fantasia per affrontare non solo ciò che è stato intorno a uno degli eventi più lancinanti e tristemente decisivi della Storia recente, ma anche le caratteristiche più peculiari e le mentalità più intrinseche dell’Italia di ieri e di oggi, l’inganno ordito da chi si finge brigatista per cercare di spillare i miliardi promessi dalla chiesa, il continuo dividersi su ogni argomento più per il gusto di ribellarsi che per un nobile fine da perseguire, la «via più semplice» del tacciare di pazzia chiunque dica un qualcosa di non condiviso, la tragedia come sostanziale cinema da dare in pasto al grande pubblico (tanto che perfino i protagonisti, a furia di cercare Moro, finiranno per ritrovarsi nella finzione di un set che quasi in contemporanea ne mette in scena la morte) e il grande pubblico che inevitabilmente finisce per stancarsi ben presto della tragedia. Dipende solo da come si decide di dividere l’opera, nelle due parti della distribuzione cinematografica – presentate insieme in pompa magna al settantacinquesimo Festival di Cannes, mentre in Italia la prima parte è in sala da oggi e la seconda arriverà il 9 giugno – o nelle tre in cui verrà trasmesso in autunno su RaiUno. Perché non è il medium che conta in Esterno notte, né gli slot in cui si decide di dividere (o forse ancora meglio non dividere) il film. Quello che conta è l’incontro fra una ricostruzione talmente precisa da poter tranquillamente essere innestata nelle immagini d’archivio e la reinvenzione onirica di Marco Bellocchio che immagina e mette in scena il possibile e l’impossibile. Quello che conta sono i momenti di cinema purissimo fra le uova dentro al piatto, i nipotini da portare a letto e la fede da rimettersi al dito prima di andare incontro al proprio destino. Quello che conta sono le allucinazioni di vie crucis, di cadaveri nel fiume e di bandierine che, piantate come coltelli, insanguinano un planisfero. Quello che conta sono la sconvolgente lucidità e la brillantezza nella capacità di sintesi con cui Marco Bellocchio, guardando al passato per cercare una chiave attraverso cui ragionare sulle urgenze del presente, ritorna a un film di 19 anni fa per allargarne lo sguardo, per dire tutto il resto con cui trovare una nuova e bruciante attualità, per smascherare quei titoloni di propaganda ancora oggi ampiamente in uso (si veda per esempio alle voci Covid o guerra) e per scandagliare il sistema politico incapace, feroce e fariseo di uno Stato mai del tutto sovrano, stretto un po’ come tutti i Paesi europei del Patto Atlantico nella morsa dei dettami statunitensi ma con in più le ingerenze quasi interne del Vaticano, bloccato proprio come quella bandiera tricolore arrotolata intorno alla sua asta che non riesce a stendersi libera nel vento. Ma quello che conta è anche, sempre a proposito di tocco autoriale, la profondissima pietà con cui il (sempre più) grande autore di Bobbio non smette mai di abbracciare ogni personaggio, nemmeno nella ferocia di stoccate politiche che non fanno sconti a niente e nessuno, che non si fanno alcun problema a dare a Cossiga del bipolare ai limiti della «semi-infermità mentale» o che ancora più brutalmente lo mettono di fronte alle proprie responsabilità quando si sente osservato dallo sguardo in macchina di Moro nella prima foto dopo il rapimento. Al contempo, anzi, lo umanizzano nelle sue lunghe ore passate da solo in una stanza buia, nell’ossessione per le intercettazioni telefoniche, nelle mani insanguinate, o nel (non) rapporto con una moglie disinteressata che mai ha voluto dormire con lui. Una moglie così opposta all’Eleonora riservata e di polso di una finalmente asciutta e mai così intensa Margherita Buy, fra la drammatica situazione da gestire con etichetta e la telefonata sincera e struggente alla moglie di un poliziotto del servizio di scorta caduto nella strage di via Fani, fra la sua Fede profondissima e la disperata ricerca di quel compromesso che la Democrazia Cristiana, che sul compromesso si era sempre fondata quasi per statuto, stava del tutto rifiutando fino all'(in)evitabile epilogo di via Caetani, per silenzio/assenso la sostanziale condanna a morte di un professore di diritto da parte di un Paese che non prevede la pena di morte. Del resto la società tutta sta(va) sempre più naufragando, fra i discorsi nostalgici sugli autobus mentre qualcuno nell’ultima fila si buca e sta male, le sale intercettazioni da film americano in cui ascoltare esclusivamente deliri e invenzioni di mitomani e le aule universitarie in cui interrompere le lezioni con slogan proletari. Eppure Bellocchio, nel suo ennesimo strabiliante capolavoro, umanizza tutti, senza eccezioni, con le difficoltà di Paolo VI anziano e quasi paralizzato, forse ormai più faraone che Pontefice fra gli scranni portati a spalla e il cilicio, a scrivere una lettera ai brigatisti, o con lo sguardo malinconico di Adriana Faranda nascosta dietro una siepe verso quella figlia dolorosamente abbandonata per la convinzione che la sua rivoluzione armata proletaria le avrebbe consegnato un’Italia migliore, mentre senza vederla va via mano nella mano con la nonna. Fino a quelle immagini che dalla finzione non potranno che tornare ancora una volta alla realtà, o meglio ai reali volti che fingono costrizione a un falso funerale, l’ennesima declinazione dell’ipocrisia, del mentire programmatico, delle dimissioni «irrevocabili» per chiudere per sempre con la vita politica di chi, proprio su quel cadavere, dal Ministero dell’Interno passerà a Palazzo Chigi, poi presiederà il Senato, e infine morirà serenamente nel 2010 da Senatore a vita dopo aver abitato per sette anni al Quirinale. E pensare che c’è chi si ostina a dire che la vita non è un film…

Marco Romagna

Ci è gradito comunicare che il film ESTERNO NOTTE di Marco Bellocchio, distribuito da LUCKY RED, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Motivazione:
«A quasi vent’anni da “Buongiorno, notte”, Marco Bellocchio torna sul caso Moro con una sorprendente miniserie che sfrutta la struttura in capitoli per scavare nella materia da punti di vista sempre diversi. Dalle zone più intime della vita dei protagonisti si estrae una sferzante e appassionata analisi politica di quei 55 giorni che segnarono per sempre la nostra Storia».
“Esterno notte” (2022)
Crime, Drama | Italy
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali Fabrizio Gifuni, Margherita Buy, Toni Servillo
IMDb Rating N/A

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