20 Ottobre 2016 -

GENIUS (2016)
di Michael Grandage

[comincio questa recensione con un’annotazione: questa recensione non parla tanto del film Genius quanto di cosa ha simboleggiato per me la proiezione del film nel bilancio totale della Festa del Cinema di Roma e del mio breve soggiorno nella Capitale — sarà, dunque, una non-recensione profondamente soggettiva e personale, legata più a me stesso che a Michael Grandage e forse anche legata più ad altri film che a Genius; prendetela come un diario, forse inaffidabile e astratto, e non come un’analisi accurata del film – questa, per motivi che proverò a spiegare, non riesco a farla, almeno non per questo film]

La mia presenza alla Festa del Cinema di Roma è durata meno di tre giornate quest’anno (beh, l’anno scorso durò meno di 24 ore…), e la mia esperienza da spettatore è stata legata sostanzialmente alla necessità di vedere in sala quel capolavoro immane di Into the Inferno di Werner Herzog. Ma, già che c’ero, per non sprecare il prezzo dell’accredito, ho dovuto vedere qualcos’altro. Tra incontri sporadici con colleghi nella fila per i bagni e un trancio di pizza salernitana, il 19 ottobre ho scoperto online che nel secondo cinema più vicino a casa mia a Pisa veniva proiettato Neruda di Pablo Larraín, uno dei film che ho più atteso quest’anno, dopo aver pianto con i tramonti infernali di El Club all’Arsenale e con i primi piani statuari di Jackie al Festival del Cinema di Venezia. Inoltre, da lettore sporadico della poesia del Novecento (che mi affascina ma che non capisco e che a volte non riesco ad approfondire), ho sempre avuto una passione per Pablo Neruda, il poeta e il politico, il romantico e l’umano. E, tra i miei film preferiti di quest’anno, oltre ai film di Larraín, v’è senza dubbio Correspondências di Rita Azevedo Gomes, un film sperimentale molto diverso da Neruda ma legato in maniera strettissima alla struttura e alla dialettica della poesia, per la precisione della poesia portoghese, figlia di Pessoa. Lo stesso giorno ho scoperto che a Pisa Neruda viene proiettato in italiano. Ho deciso dunque che avrei fatto una mini-odissea personale, ostacolata dal destino e soprattutto dall’ATAC, verso il cinema Nuovo Olimpia a Roma per poterlo vedere, almeno la prima volta, in lingua originale con sottotitoli, così seguendo le parole di Neruda nella lingua che ha amato e che ha utilizzato per tutta la propria carriera e tutta la propria vita, la lingua che lui ha reso massimamente lingua poetica. Dopo aver finito di scrivere la mia recensione di Kubo, sono uscito in fretta e furia dalla sala stampa andando verso la fermata degli autobus: “devo salire sulla linea cinema in direzione Roma Termini e scendere a Piazzale Flaminio, la seconda fermata, poi attraversare Piazza del Popolo, fare buona parte di Via del Corso e, seguendo Google Maps, girare a destra ad un certo punto per trovarmi direttamente al cinema, facendo così dovrei arrivare precisamente per le 20:15, 5 minuti prima della proiezione”. Non avrei potuto sospettare minimamente che l’autobus sarebbe rimasto 45 minuti fermo, peraltro completamente pieno fino alla condensazione del sudore, e che sarei stato salvato dalla mia timidezza e dalla mia irritabilità solo da uno spavaldo fotogiornalista bestemmiatore giunto all’improvviso ad urlare al conducente di muoversi. Ero già in ritardo, ma la situazione si poteva sempre risolvere, bastava fare una corsetta. Prima fermata, una coppia di fidanzati è scesa, tenendosi per mano. Seconda fermata: Piazzale Flaminio, ho cliccato il pulsante, ho prenotato la fermata, sono sceso appena si sono aperte le porte senza neanche guardarmi attorno e non ero in Piazzale Flaminio, capendo dunque che il conducente si era fermato a caso mezzo chilometro prima. Il film l’avevo perso, e mi sono dedicato ad un po’ di turismo prima di andare alla proiezione dopo; post-cena sono finito con molti meno soldi nel portafoglio di quanti pensavo che avrei avuto 24 ore dopo. Ho fumato nervosamente due sigarette come ideale conclusione dell’avventura e sono entrato in sala, ritrovandomi di fronte ad un film diversissimo rispetto a come mi sarei aspettato, ma sicuramente soddisfacente sotto ogni punto di vista. A fine film, sono rimasto ammaliato proprio dall’idea che ha avuto Larraín nel far uscire nello stesso anno Neruda e Jackie: entrambi film biografici, il primo in digitale e il secondo in pellicola, il primo libero e il secondo storiografico, il primo delirante e poetico e il secondo quadrato e monumentale, entrambi sovraesposti ma visivamente diversissimi (per motivi di montaggio, saturazione, distanza tra carne e obiettivo). Due facce della stessa medaglia e della stessa immagine, anzi, della stessa luce, della stessa vita. Entrambi film che rivedrò in sala a Pisa, Neruda tra pochi giorni e Jackie quando uscirà.

Come mai ho raccontato tutto ciò? La mattina dopo, al Festival ho visto Genius, un film di cui non conoscevo l’esistenza né il titolo fino a qualche minuto prima dell’inizio di Neruda, tra i trailer. Genius è un film che è stato portato nelle sale dai “produttori de Il discorso del re”, ed è l’opera prima di Michael Grandage. La storia è quella vera dello scrittore Thomas Wolfe (Jude Law) e della sua amicizia con Maxwell Perkins (Colin Firth), editore a cui dobbiamo la pubblicazione e la fama di grandi autori quali Hemingway e Fitzgerald, entrambi presenti in brevi scene del film con i volti rispettivamente di Dominic West (l’eterno Jimmy McNulty di The Wire) e Guy Pearce. È stata un’esperienza strana, vedere Genius esattamente 12 ore dopo Neruda, perché su carta sono film che per uno spettatore non cinefilo, che va a vedere un film semplicemente perché vuole vedere un film, possono sembrare la stessa identica cosa: la storia è quella, in entrambi i casi, di uno scrittore (Neruda, Wolfe) affascinante, eccentrico, folle, apprezzato dagli appassionati ma non accettato dalla società e dalle convenzioni, e del suo rapporto con un secondo personaggio, meno affascinante (?) e soprattutto meno caratterizzato e noto a livello storiografico, che il cinema finisce per far vivere (Perkins, il poliziotto Peluchonneau che insegue Neruda a giro per il Cile) – la differenza tra i due personaggi si nota nella dialettica, nella postura e nella recitazione più che nella psicologia. La differenza è questa: il cinema di Genius non fa vivere Perkins. E, se per questo, nemmeno Wolfe. Non viene dato un sincero sguardo verso l’opera o verso l’umanità dei singoli personaggi, eccetto forse nella scena (di gran lunga la più bella e intelligente del film) ambientata nel club jazz – e questo non è assolutamente un insulto specifico agli attori e alle loro capacità, nonostante il cast sia composto perlopiù da attori britannici che provano con risultati sostanzialmente poco soddisfacenti a scimmiottare accenti americani. E qui voglio essere il più possibile sincero senza sembrare troppo drastico: non penso che Genius sia un film catastrofico e insalvabile, non penso sia la rovina del cinema, è solamente una noiosa ed ennesima degenerazione del genere biografico, genere cadaverico sempre più stuprato dalla faux pop-art necrofila hollywoodiana, che preferisce l’esaltazione soap-operistica (e dunque superficiale) dei rapporti umani al dare un significato alla vita dei soggetti trattati; prendiamo come pessimi esempi nel passato i mangia-Oscar A beautiful mind e La teoria del tutto, entrambi biopic fatti apposta per esaltare l’attore protagonista più che il personaggio, di cui viene completamente oscurata l’importanza a livello storico (entrambi scienziati malati, ma davvero è più interessante, in Stephen Hawking, la sedia a rotelle rispetto agli studi sui buchi neri?). Nel comprimere così i tempi, Genius dimentica ben più di metà della produzione e della vita di Wolfe, dimentica le sue collaborazioni con altri autori, il suo rapporto peculiare con la vita pubblica, le accuse di antisemitismo che gli sono state fatte, e tutto ciò finisce per pesare sotto questa lente di finto realismo da cinema narrativo puro fatto di risatine e tragedie. Insomma, nulla vive. In Neruda la cura per la verosimiglianza era talmente lontana dagli intenti di Larraín da renderla un qualcosa da mettere completamente in secondo piano, a prescindere dall’apprezzamento del film: nessuna importanza alla Storia, solo importanza al personaggio (o ai personaggi), che possono anche diventare all’improvviso protagonisti di un western à la Peckinpah fatto di chiazze di sangue nella neve.

E mettere insieme così vicini Neruda e Genius mi fa male, non tanto perché Genius sia un film particolarmente brutto perché non ha senso accanircisi contro, bensì perché per Neruda ho sudato, ho vissuto una specie di breve avventura romana, mi sono perso e sono stato solo col sapore di tabacco in bocca nel bel mezzo della notte, mentre per Genius la mattina dopo sono stato in compagnia, non ho vissuto niente di particolarmente entusiasmante (oltre il frenetico ritmo festivaliero, che ormai è sempre più simile ad una routine) e sono uscito con il film già prepotentemente dimenticato dalla mente. Ed è triste che probabilmente l’esperienza degli spettatori nelle sale normali sarà fattualmente diversa ma tutto sommato simile: Neruda è su di una distanza che diventa una vicinanza e, in quanto tale, crea empatia, Genius è su di una vicinanza che diventa distanza e, in quanto tale, crea distacco; ma soprattutto Neruda dà tanto ma te lo vedi da solo, Genius dà poco ma la sala è piena. E rimarrà piena, di persone e di amarezza.

Nicola Settis

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“Genius” (2016)
104 min | Biography, Drama | UK / USA
Regista Michael Grandage
Sceneggiatori A. Scott Berg (based on the book by), John Logan (screenplay)
Attori principali Colin Firth, Nicole Kidman, Laura Linney, Jude Law
IMDb Rating 6.6

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