23 Maggio 2024 -

FLOW (2024)
di Gints Zilbalodis

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι ἡ ὁμόνοια τῶν αγαθῶν αιτια ἐστί
Esopo

Non è nota la genesi della favola breve e triste della rana e dello scorpione. Lo stesso Esopo, di fatto il primo a metterla per iscritto già nella Grecia Antica in di più d’una variazione, aveva ereditato buona parte del suo corpus di metafore morali da una tradizione orale ben più remota, da una saggezza secolare o per meglio dire millenaria, troppo radicata e universale per farsi ingabbiare fra le maglie di un solo tempo e di una sola cultura, di un solo immaginario e di una sola geografia. È forse anche per questo che l’appena trentenne e talentuosissimo animatore lituano Gints Zilbalodis, nella sua (letteralmente) strabordante dimostrazione di una tesi come vedremo opposta a quella della rana e dello scorpione, decide di portare sulla stessa arca (rigorosamente) senza Noè del gatto travolto dall’inondazione di Flow il Sudamerica di un tenerissimo capibara, l’origine scozzese di un giocoso Golden Retriever e il Madagascar di un lemure dalla coda ad anelli, ma anche l’indefinitezza quasi magica di un rapace che a seconda della zona di provenienza potrebbe essere un airone, una gru o un serpentario, così come la natura peculiarmente cosmopolita di enorme cetaceo (forse è una balena, forse è un capodoglio, forse una megattera, non importa) che invece solca ogni oceano del mondo. Tutti perfetti rappresentanti, in una computer grafica 3D da qualche parte fra il fotorealismo e la sua rielaborazione videoludica che non nasconde affatto ma che anzi si fa forza dei limiti tecnici esasperando fino a trasformarle in ragionamento e linguaggio le linee di pixel di cui si compongono i chiaroscuri dei manti di pelo, delle proprie caratteristiche innate, dei propri istinti, della propria natura, dei propri pregi e dei propri difetti, eppure tutti progressivamente pronti a unirsi e lavorare di squadra per la sopravvivenza comune, a proteggersi uno con l’altro, a rinunciare alla propria “normalità” per mettersi al servizio di una necessità comune più profonda, come tasselli in(ter)dipendenti di un disegno molto più grande chiamato Natura. È infatti proprio dove il tradizionale scorpione a metà stagno vedeva soccombere la propria parte razionale e non riusciva più a sopprimere la sua attitudine primordiale che, congenita e irrefrenabile, lo spingeva a pungere la rana mettendo termine alle vite di entrambi per veleno o per annegamento, che gli animali protagonisti di Flow inizieranno a ribaltare l’assunto di immutabilità della favola antica, capendo ben presto e progressivamente che nel momento della catastrofe solo l’unione può fare la forza, che la sopravvivenza di tutti passa dall’armonia, dall’appartenenza, dall’affiatamento, dal reciproco aiuto secondo ciò che ognuno ha da offrire alla comunità. Dalla vicendevole capacità di capirsi, di accettarsi e di affezionarsi. A costo di sfidare fino a vincere apertamente la propria indole indipendente e la propria indole predatoria, le proprie ancestrali paure, la propria natura. Il proprio impossibile. Come un cane che abbandona il branco per cercare l’amicizia di un gatto. Come un uccello predatore disposto a lottare con il capobranco e ad abbandonare lo stormo migratorio pur di difendere un altro animale che in qualsiasi altro momento sarebbe stato il primo a voler mangiare. Come un lemure che non rinuncerà mai a rubare ciò che è necessario alla sopravvivenza, ma che sopprime il suo (in)evitabile egoismo per condividerlo con gli altri. Come un gatto che impara a nuotare, e che non esiterà un solo istante nel decidere di andare a pesca per l’intera piccola comunità.

Del resto già il precedente Away, opera prima realizzata totalmente in solitaria con cui Zilbalodis aveva catturato l’interesse internazionale nel 2019, aveva al centro (anche) un gatto nero, come pure aveva come protagonista un gatto nero l’esordio assoluto Aqua, cortometraggio del 2012 che qui il regista lituano riprende e amplia fino alle più estreme conseguenze, ripartendo dalla medesima inondazione che giunge improvvisa nella foresta e che poi altrettanto all’improvviso si ritirerà – con il suo intrinseco discorso sottinteso sui rischi del cambiamento climatico e delle colpe dell’uomo nella distruzione del pianeta che dal fuoricampo emerge chiaro e lampante pur senza alcun bisogno di parole, e di conseguenza senza alcun rischio di scivolare nella retorica –, per svilupparla e stratificarla secondo tecnica, estetica e soprattutto natura produttiva totalmente differenti. Rinunciando per la prima volta alla sua animazione autarchica, “da cameretta”, per appoggiarsi a un team tecnico con base, comprensibilmente (e forse inevitabilmente, visto lo stato di salute dell’industria di settore transalpina), fra la Francia e il Belgio. Il risultato è un film, presentato al 77mo Festival di Cannes fra i ‘certi sguardi’ di Un Certain Regard (che, a proposito di cartoni animati muti, già lo scorso anno aveva pescato Robot Dreams di Pablo Berger, già buonissimo ma non allo strabiliante livello di questo), programmaticamente e costantemente sorprendente, che nella sua navigazione in sempre nuovi angoli di un mondo apocalittico e quindi giocoforza sconosciuto scopre i valori della condivisione, della reciprocità e del gioco di squadra con cui fare fronte insieme alle avversità e ai pericoli; che misura il prezzo inestimabile della gentilezza, della riconoscenza, del sacrificio, dell’affezionarsi fino a diventare amici, ma anche del cinema (non casuale in questo senso la citazione finale de Le armonie di Werckmeister di Béla Tarr, come pure non è casuale il sound design di soli versi e suoni della Natura, con al massimo qualche istante di musica ora dolcemente sinfonica e ora martellante ed elettronica ad accompagnarli per accentuare i vari mood della narrazione) come lingua universale per immagini e suoni attraverso i quali trasmettere messaggi ed emozioni. Un piccolo e dolcissimo gioiello animato in cui ritrovarsi, puri e del tutto incolpevoli, di fronte a un qualcosa di troppo grande e di incomprensibile, e in cui scegliere di autoaddomesticarsi e di cooperare insieme per il bene collettivo, di guardarsi, di capirsi e di imparare l’uno dall’altro, di unirsi nelle differenze e di lottare insieme per non lasciarsi estinguere. Fra alberi secolari sommersi e sradicati, vette montane che diventano isolotti e città abbandonate le cui costruzioni ancora emergono dal pelo dell’acqua come corpi annegati di una Venezia senza palafitte, Flow mette insieme gli animali più comuni e domestici (il gatto, il cane che a sua volta non è certo un caso che sia proprio un esponente di quella che è la più dolce e amichevole fra le razze) con gli animali più esotici e selvatici, e partendo dall’elaborazione del lutto e dalla totale assenza degli umani, la cui unica traccia si ritrova nella memoria di un gatto già senza padrone e nei suoi lasciti (gli attrezzi da lavoro, le sculture rigorosamente feline) rimasti nella casa sin dall’inizio vuota, lavora sulle differenze e sugli inaspettati sostegni reciproci fra le specie, ma anche e soprattutto sulla tecnica, sul linguaggio, sui complicati movimenti di una macchina da presa che fisicamente non esiste, sostituita da software ed elaborazioni elettroniche, ma che proprio per questo permette a Zilbalodis un’audacia e una purezza ancora maggiori nello sguardo, nell’immaginazione, nella fantasia, nel poter partire da una suggestione per renderla immagine concreta ed efficace che si materializza su uno schermo. Un apologo al tempo stesso ambientalista e teorico, umanista e filosofico, favolistico e sognante, malinconico e profondamente politico, con cui trovare forme di comunicazione (im)possibile da far passare attraverso un idioma rigorosamente non verbale eppure chiarissimo, lampante, come gli incubi di un gatto che rivive la fuga disordinata dei cervi pochi metri avanti all’arrivo dell’inondazione, come il lento conquistare una fiducia, come il prendersi al volo per mano e salvarsi quando tutto sembra perduto, come un ascendere al cielo per poi ripiombare sulla Terra. Come l’amara constatazione che, a volte, non c’è (più) nulla da fare. Nemmeno i miracoli sono per tutti, evidentemente. O magari sì. Basta solo aspettare la fine dei titoli di coda.

Marco Romagna

“Flow” (2024)
Animation, Adventure, Fantasy | Belgium / Latvia / France
Regista Gints Zilbalodis
Sceneggiatori Matiss Kaza, Gints Zilbalodis
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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