7 agosto 2018 -

ERASED ___ ASCENT OF THE INVISIBLE (2018)
di Ghassan Halwani

«Trentacinque anni fa assistetti al rapimento di un uomo che conoscevo, scomparso da quel momento. Dieci anni fa ho avuto l’impressione di aver visto il suo volto mentre camminavo per la strada, ma non sono sicuro che fosse lui. Parti del suo viso erano state strappate via, ma le sue caratteristiche erano rimaste immutate. Da quel momento, che si trattasse o meno dello stesso uomo, è cambiato qualcosa». È lo stesso filmmaker libanese Ghassan Halwani, nelle note di regia così come nei cartelli che intermezzano il suo film-saggio Erased, ascent of the invisible presentato a Locarno 2018 nella sezione Signs of Life, a esplicitare il punto di partenza e di arrivo del suo lavoro. Sta tutto nell’incontro con una figura (mai) dimenticata, con un volto del passato, con un baffo, con un orecchio, con uno zigomo che emergono dalle macerie della memoria, della storia e delle immagini sulla carta. Perché l’occasione di incontro è un muro di Beirut ormai incrostato da strati e strati di poster strappati, dai quali emerge una patina di volti a loro volta strappati alle loro vite, spariti nel nulla senza nemmeno una tomba e un certificato di morte, e ora ricordati dal monumento loro dedicato, arte e quindi museificazione, opera immobile e quindi morte, matericità impersonale e quindi più che mai effimera, commissionato da quelle stesse autorità colpevoli dei rapimenti contro cui è stato edificato e costruito senza alcun rispetto sulla discarica (di corpi), come a dichiararsi plasmato della stessa sostanza di un crimine impossibile da seppellire. È un monumento che paradossalmente rende ancora più pesante la terra della spersonalizzazione degli uomini cui è dedicato, incapace di porsi, nella sua mortifera fisicità, come una reale voce nel silenzio che avvolge l’incertezza del loro destino. Erased, ascent of the invisible, in un certo senso, si pone come l’esatto opposto di questo monumento, con la sua ieraticità annullata da una ricerca di movimento nelle animazioni che restituiscono la vita ai corpi e ai volti scomparsi, con la sua graniticità dissolta in un percorso necessariamente incerto fra le vie e i brandelli di Beirut, con la sua impersonalità ribaltata nella ricerca dell’incontro impossibile con l’uomo o per lo meno con il suo simulacro, ma soprattutto con la sua sparizione che diventa ritorno. Dinanzi alla morte, Halwani cerca disperatamente la vita, nell’orrore della guerra cerca la speranza, nell’assenza cerca una nuova presenza, nei cambiamenti cerca l’ontologia primigenia, e in mezzo alla discarica/fossa comune cerca disperatamente la dignità di chi non è mai stato un rifiuto, ma come tale è stato trattato. E di fronte a così nobili intenti poco importa se nella forma scelta, necessariamente oppressiva nel suo rivangare l’orrore fra scritte in sovraimpressione, strumenti di lavoro e fotografie del tempo (non) strappate all’oblio, qualche durata potrebbe risultare eccessiva, o se a tratti quella stessa arte fragile e sfuggevole che svuota nelle sue committenze e nelle sue volontà di seppellire il discorso ogni possibile senso del monumento ai rapiti finisce, forse inevitabilmente, per lambire anche i confini del film, perché il tipo di discorso politico, poetico e umano che viene affrontato da Halwani è totalmente differente da quello in sostanza autoassolutorio del governo libanese, e di certo è opposta la spinta storica, morale e antropocentrica che sta alla base.

È prima di tutto una disperata ricerca di giustizia, l’etico e profondamente politico Erased, ascent of the invisible. È ricostruzione dall’indizio, è ricerca, è riscoperta, ma soprattutto è un umanissimo far rivivere le persone attraverso i lucidi animati e il lavoro svolto dallo stesso Halwani per realizzarli attraverso il disegno e il superamento progressivo degli strati dei poster, fino a tornare ai volti e poi ancora alle scritte di libertà che annerivano il muro prima della colla e della carta. È  un film che incarna lo scavare in ciò che, lacerato e caotico come la carta sulla parete, è stato insabbiato e ora deve essere ripensato, ridiscusso, ragionato, fino a giungere a quel soffio vitale di una camminata impossibile, di un volto che ritorna a muoversi e a sorridere, di un’esistenza che si riafferma. Perché i personaggi tornano a vivere solo per la durata del film, e di questo Ghassan Halwani è pienamente consapevole. Ma sa anche che, una volta finiti i titoli di coda, questi uomini riscoperti non smetteranno di essere esistiti, basta saperli far riemergere. Come nella foto scattata il 18 settembre 1982 durante il massacro Sabra e Shatila perpetrato dai cristiano-maroniti contro i palestinesi, in cui due uomini armati fino ai denti portano via a forza un terzo uomo del quale mai più si avranno notizie. Ma la scena, violenta e mai mostrata, rimarrà solo negli occhi del regista e dell’autore dello scatto, premuratosi di cancellare con la moderna computer grafica le figure ma di farlo con un lavoro volutamente sporco, nel quale rimangono dettagli visibili sul ritocco fotografico come frammenti di una memoria estirpata. A noi spettatori rimane solo lo sfondo, rimane una scarpa, rimane un elmetto, rimane l’alone effimero e quasi ectoplasmico delle figure ancora una volta strappate via, scomparse, come una seconda sparizione di chi è già sparito nel nulla. Sono stati circa 76mila gli uomini scomparsi durante la guerra civile libanese, e oltre 120mila i morti in un conflitto multiforme fatto di continui cambi di schieramento e di inenarrabili e multilaterali violenze, di assalti ai campi profughi per vendicare altri assalti ad altri campi profughi, di crimini di guerra e di insabbiamenti, di ripetute menzogne e di e negazionismi storici. Tutte vittime, per lo più palestinesi e musulmane ma non solo, delle Falangi Libanesi spesso coadiuvate dall’intervento dell’esercito israeliano, oppure delle rappresaglie, non di rado terroristiche, con le quali rispondeva l’OLP all’apice della propria turbolenza. La macchina da presa, i lucidi animati, il cutter e la matita di Halwani si inerpicano lungo il sentiero sempre irto della riappropriazione, alla ricerca di nomi e volti, di vita e storie, di dignità e di giustizia, di una realtà sociale e umana a cui anelare nuotando fra i non detti e le ambiguità di un conflitto sanguinoso e apertamente scorretto. Il loro è un doloroso scavare, nel muro affisso che torna altro nella nudità dei mattoni e nei volti che riemergeranno sotto la colla dei cartelloni come nelle pieghe di un crimine di guerra perpetrato e poi nascosto, nelle linee di proporzione dalle quali disegnare il successivo fotogramma e nelle griglie di foto degli scomparsi da cui estrapolare quei visi trascinati via per sempre dalla storia, ma mai dalla memoria.

Emerge il senso dell’assenza nello (spazio) vuoto (nella griglia di foto) da distruggere e ricostruire ancora una volta, mentre i ritrovamenti di ossa umane e i libri di anatomia fanno tornare le vittime scomparse a corpo, carne e umanità. Nel frattempo, fra le inquadrature fisse sugli strumenti del disegnatore e quelle fatte di dettagli di fronte al muro, i report radiofonici parlano di autopsie sui corpi in putrefazione uccisi da sostanze chimiche, salvo venire interrotti da improvvisi blackout mentre la pioggia scende imperterrita e gonfia i corsi d’acqua e le strade, ma non può lavare via il dolore di chi, sterminato da una sostanziale doppia pulizia etnica, non ha avuto nemmeno il diritto a una lapide, né la possibilità di ammantare di una qualche certezza i documenti secondo i quali risulta, come un impossibile immortale, essere ancora in vita. Nel frattempo, anche il Libano è cambiato, di fronte alla costa di Beirut un tempo discarica marina di corpi ora sorge la gigantesca diga del porto, la guerra è finita e quelle che erano le sue forze si sono evolute in partiti politici, ma rimangono le sue oscurità da squarciare, o per lo meno nelle quali addentrarsi scavando nel recente passato e rompendo l’assordante e tragico silenzio che lo ammanta con un ben preciso senso di giustizia e con una viva e crepitante umanità. Perché rapire e uccidere civili indifesi nient’altro è che un crimine, ma forse crimine ancora più grave è cercare di dissimularlo, di minimizzarne le cifre, di negare i corpi lanciati in mare o frettolosamente seppelliti in siti ancora oggi sparsi per la città. Sono le foto aeree a mostrarli, e sono le immagini d’archivio del 1975-1991, accompagnate dalle parole e dai cartelli del regista, che emergono dalla sostanziale grana della spuma di quel mare inghiottente per ricordare i dispersi, gli scomparsi, coloro che sono stati per sempre lasciati nel limbo da quei giochi di violenza e potere che con ogni probabilità li hanno uccisi, ma mai hanno ammesso né il fatto né tanto meno le proprie responsabilità. C’è un solo modo per superare la morte e il monumento statale che, volente o nolente, la incarna nelle forme dell’arte contemporanea, ed è il ritorno al punto di partenza della memoria, a quell’incontro (im)possibile con l’uomo scomparso, al suo ridiventare movimento, passo, espressione, vitalità, barlume di giustizia, pura etica che scorre, filmata o animata, a ventiquattro fotogrammi al secondo. Ghassan Halwani firma così un film non certo privo di velleità saggistiche, accorato e acuto, e al contempo pienamente consapevole di non poter essere lucido nella sua profonda intimità personale. Un film la cui sola esistenza è un ben preciso atto etico, umano e politico che nasce e si sviluppa già al di là del cinema ma piuttosto dalle parti di un’esperienza resistenziale, dove a contare non deve necessariamente essere la chiarezza storica, ma la memoria personale e ancor di più la speranza, ultima a morire nonostante tutto. Nonostante una guerra civile atroce di cui è impossibile lavare via gli strascichi, nonostante i traumi e le assenze, nonostante l’oblio. Quello su cui rifare luce con la macchina da presa e con la matita, verso la vita e verso l’uomo, alfa e omega di ogni ricerca e di ogni dovere morale.

Marco Romagna

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