8 agosto 2018 -

A LAND IMAGINED (2018)
di Yeo Siew Hua

La “terra immaginata” di A land imagined è la città-stato di Singapore, quel luogo fondato sull’immigrazione e sulla costante evoluzione, passato nel giro di mezzo secolo da colonia inglese a quarto centro finanziario al mondo, primo per percentuale di milionari in relazione alla popolazione e fra gli ultimi per quanto riguarda i diritti sociali e politici dei ceti più bassi. È un eterno cantiere, Singapore, nel quale i villaggi del sud-est asiatico hanno lasciato il posto agli occidentalissimi agglomerati di grattacieli in perenne espansione ed edificazione, e tutto, anche la spiaggia di sabbia importata via cargo dalla Malesia, così come la stessa forma della costa che segue una linea perfettamente retta sulla quale attraccano le navi clienti di uno dei principali porti del pianeta, è (ri)costruito, finto, figlio di un’idea passata dal virtuale al concreto plasmandosi sulle forme del capitalismo più selvaggio e di un sostanziale neoschiavismo, che sfrutta i lavoratori tenendoli sotto il (legalissimo) giogo di una libertà incompleta fatta di diritti solo parziali. Proprio quello di plasmare e allargare i confini, tentando di unire le isole dell’arcipelago strappando spazio al mare a suon di camionate di terra e sabbia, è il compito del cantiere intorno al quale si muove la macchina-cinema nella seconda opera di finzione di Yeo Siew Hua, giunta a nove anni dall’esordio In the house of straw che già tracciava le traiettorie di un Paese politicamente corrotto e socialmente iniquo, con in mezzo due cortometraggi e il documentario musicale The Obs: a Singapore story. Ma la “terra immaginata” di A land imagined non è solo quella Singapore che sfida ancora una volta la natura per cambiare persino i suoi confini geografici. È anche quella di un doppio sogno, da una parte l’incubo a occhi aperti di chi nella desolazione e nell’alienazione finisce per credere a una declinazione ancor più brutale della realtà, e dall’altra le premonizioni e le incursioni nel soprannaturale come base dell’indagine di chi, quando il primo scompare nel nulla, ha il compito di cercarlo. Fino a scoprire di essere la stessa persona, speculari nell’insonnia e nei videogame ponte virtuale fra vero e immaginato nello stesso internet point, vicendevoli protagonisti l’uno dei sogni dell’altro in una negazione del sonno che non può che liberare l’allucinazione, attratti dalla stessa donna e destinati ad avvicendarsi in quelle danze insieme a lei che sono l’unica possibile evasione dall’economia singaporiana e dai suoi continui soprusi. La loro ricerca di verità e di altri uomini è in realtà una ricerca di loro stessi, e solo il loro incontrarsi finale (ancora una volta virtuale, in webcam, con un braccio ancora al collo a negare la verità a buona parte di ciò che si è visto) sancirà nuovamente un confine nella sovrapposizione fra la realtà e il subconscio da cui sarà possibile, forse, ritrovare la propria dignità e la propria appartenenza in un Paese cosmopolita e iniquo, che ogni giorno cambia forma e volto ma mai raddrizza le sue storture rendendo sempre più difficile ai suoi figli riconoscercisi.

Prima di tutto c’è Wang, operaio edile singaporiano, c’è il suo notturno arrampicarsi su una gru rievocando i recenti scioperi degli operai cinesi, e soprattutto c’è la sua scomparsa, da giorni assente dal cantiere e dal suo letto dopo essersi infortunato sul lavoro e costretto dall’impresa, nel tempo del gesso, a riciclarsi come autista con un braccio al collo. Una scomparsa che chiama in gioco l’ispettore Lok, sorta di declinazione insonne del Dale Cooper di Twin Peaks con i suoi sogni ormai impossibili a mostrargli luoghi non ancora visitati e vie ai limiti del soprannaturale su cui innestare le indagini, e sarà proprio dalle sue parole sull’importanza dell’onirico che, con un lento zoom di straordinaria eleganza e di acuta intuizione linguistica, partirà il flashback (destinato a innestarsi e confondersi con l’incubo) che compone buona parte della narrazione dalla rottura del braccio di Wang fino alla notte in cui sparirà nel nulla, passando per le sue sessioni di gioco online, per i suoi timori che si fanno ossessione, per il suo innamoramento per la splendida Mindy che gestisce l’internet cafè (e nella quale, con le sue proposte di ipnosi e con il suo ruolo fondamentale nel portare via e poi unire i personaggi, non è difficile identificare quel sonno/sogno di cui entrambi hanno al contempo bisogno e paura e quella via di fuga di cui non possono più fare a meno), e non in ultimo per la chat con chi, già a partire dal “Troll” nel nickname, comincia a riportare il sogno alla realtà disvelando le illusioni. Fino all’inevitabile incontro delle due parti della stessa persona, con Wang e Lok destinati a sovrapporsi e a coincidere nei gesti di fronte alla webcam e nel senso di smarrimento di fronte all’irrazionale. Yeo Siew Hua mette in scena la vicenda che li lega come se fosse un dicotomico Giano Bifronte, da una parte un realistico quanto impegnato dramma sociale di lavoratori sfruttati e magari, (non solo) negli interstizi slabbrati del subconscio, uccisi e frettolosamente insabbiati, e dall’altra un cinematograficamente opposto detour nell’onirico nel quale l’uno diventa il sogno dell’altro, sintetizzando la sua doppia aspirazione nella cornice di un noir atipico, dall’andamento probabilmente diseguale e forse non pienamente risolto e coerente in ognuna delle sue tante ambizioni, eppure profondamente mesmerico e affascinante nelle sue incursioni extrasensoriali, chiaro ed efficace nei suoi intenti sociali e politici, e di certo non privo di intuizioni anche brillanti nella messa in scena. Complesso, simbolico e lungamente ragionato, A land imagined è quindi un thriller d’attesa e di ricerca, è il disperato tentativo di evitare la prossima prepotenza perpetrata dai forti contro i deboli, ed è al contempo una riflessione sul ruolo e sulle derive del sogno, specialmente quando, fra i traumi e le suggestioni ossessionate di chi si ritroverà su un traliccio o sulla spiaggia, non ci si rende nemmeno più conto di essersi finalmente addormentati. I percorsi cinematografici che Yeo decide di intraprendere, tuttavia, non sono di certo inediti, e rivangando nella storia del cinema (in primis il già citato Lynch al quale il cineasta singaporiano guarda apertamente, ma sono molti i film e gli autori – da Mann a Cronenberg, passando per le Nouvelle Vague asiatiche e per i grandi classici del brivido e della psicosi – richiamati alla memoria nella commistione di generi attuata dal regista nei due filoni che si intrecciano fino a confondersi e a farsi astrazione) non è difficile pensare a come, nei fatti, A land imagined aggiunga ai suoi modelli di riferimento meno di quello che vorrebbe, scegliendo la via tutto sommato comoda e un po’ telefonata di una specularità fra i due personaggi destinata a diventare la loro corrispondenza, e costruendo nel farlo un colpo di scena non certo del tutto inaspettato e imprevedibile. In questo, va detto, il film di Yeo ricalca in tono minore qualcosa di sostanzialmente già visto, e al contempo, limite ben più grave, probabilmente finisce nel suo gioco vero/falso, realtà/sogno e parallelo/surreale per disperdere parte della sua vis politica, depotenziando in una sostanziale negazione parte di quell’istantanea sociale precisa e dolorosa che Yeo è(ra) stato in grado di scattare.

Stanno tutti qui, ma di certo non impediscono al film di rimanere estremamente interessante, i limiti di A land imagined, presentato in concorso a Locarno 2018. Si annidano nelle sue ambizioni forse eccessive e non supportate fino in fondo da reali illuminazioni che vadano oltre la (fredda) impeccabilità tecnica ed estetica, emergono dalle leggere forzature (in testa il ruolo ambiguo e un po’ pretestuoso dell’anonimo amico gamer di Wang che porterà Lok alla verità ma rischierà di uccidere, come da previsione dell’operaio scomparso, il partner del detective) che rendono a tratti non perfettamente fluido il sovrapporsi dei diversi piani di realtà e immaginazione, e soprattutto si cristallizzano nel suo rimanere un passo indietro, senza affondare il colpo definitivo dopo essersi intelligentemente addentrato nella forbice sociale singaporiana che si apre quasi senza sfumature fra i milionari più crudeli e i lavoratori irregolari assiepati e in sostanza reclusi, con tanto di passaporti ritirati per evitare la loro fuga/ribellione e di stipendi non sempre puntuali, nei dormitori annessi ai cantieri. Ma sarebbe troppo severo non notare come, nella sua messa in scena stratificata e simbolica della solitudine e dell’insania alienata a cui la mancanza di diritti, il costante cambiamento e le minacce costringono i lavoratori, il vero campo di indagine umorale di Yeo non sono tanto gli immigrati più o meno irregolari, ma i cittadini di Singapore, gli autoctoni da sempre alla ricerca di identità, quelli che non possono fare a meno di chiudersi nelle proprie frustrazioni e forse di impazzire della propria insonnia. Ed è proprio in questa intelligente direzione in cui il regista volge lo sguardo che, ben al di là dei limiti di un apparato onirico che avrebbe potuto spingere i suoi significati e la sua forza ipnotica ancor più in là, A land imagined trova il suo vero punto e il suo centro nevralgico. Wang e Lok, uno alla ricerca che si scoprirà onirica dell’operaio bengalese Ajit (non) scomparso e (non) ucciso dai datori di lavoro e l’altro alla ricerca del primo, si rincorrono e si sfiorano, si sovrappongono e si identificano, si addormentano (con tanto di pixel strisciati nelle schermate del videogioco che non riescono più a caricarsi) senza nemmeno rendersene conto e sognano, e nel risvegliarsi si ritroveranno, risolvendo così nel sonno e nella consapevolezza finale dell’allucinazione onirica quel senso di provvisorietà e di incertezza che, ineluttabile, attanaglia ogni cittadino di Singapore. Perché nella città-stato asiatica a nessuno interessa di un paio di lavoratori, dei loro infortuni, delle loro sparizioni, e forse nemmeno della loro morte, che sia minacciata o resa omicidio, che sia vera o immaginata, che sia reale o un virtuale game over, ed è questo ciò su cui il film si strugge. A land imagined è un giocare online per (non) morire ripetutamente ogni notte, è un bagno notturno insieme a Mindy, è un cupo viaggio in una Singapore talmente vera da dimostrarsi fasulla, o talmente falsa nelle sue minacce nemmeno troppo velate e nei sogni (infranti) con i quali chi la deve vivere distoglie lo sguardo dalla realtà da emergere come più vera del vero. Sono cumuli di terra, corridoi, pause pranzo, dormitori, giganteschi macchinari. Sono gli angoli più oscuri di un costante cantiere in violenta evoluzione, in attesa che sia lo schermo di un computer, sintesi di reale e virtuale, a riportare i personaggi e la loro mente non più lucida alla realtà e quindi a quel senso di morte che la grafica rende digitalizzazione e che invece Singapore, giorno dopo giorno, riporta alla sua atroce e asfissiante fisicità materica di terrore, sfruttamento, sofferenza, diseguaglianze, impunità e ingiustizia. Capitalismo, schiavismo, imperialismo. Ciò che va sempre combattuto, nella realtà come nei sogni. E, con tutti i limiti di A land imagined, se tutti i film problematici fossero così complessi, densi e sognanti, il mondo del cinema sarebbe enormemente più bello, e ancor più prezioso.

Marco Romagna

“A Land Imagined” (2018)
95 min | Mystery | France / Netherlands / Singapore
Regista Siew Hua Yeo
Sceneggiatori N/A
Attori principali Luna Kwok, Xiaoyi Liu, Jack Tan, Peter Yu
IMDb Rating N/A

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