DONBASS (2018), di Sergej Loznitsa

Donbass è L’Euromaidan, è la Milizia popolare, è l’esercito regolare ucraino, sono i volontari ribelli, sono i paramilitari, sono i nazionalisti d’Ucraina, sono gli indipendentisti, è la Novorossiya, è la Repubblica Popolare di Donetsk, è la guardia nazionale, sono i ceceni, sono i Cosacchi del Don, sono i «fascisti», sono i filorussi che riportano in auge l’effigie di Stalin. Donbass è frammentazione, è terrore, è morte, è guerra civile, è ipocrisia, è menzogna, è propaganda, è disordine. È quella stessa confusione che, con profonda intelligenza e straordinario rigore di sguardo, Sergej Loznitsa porta sullo schermo con il suo nuovo lavoro di finzione, presentato in apertura di Un Certain Regard al Festival di Cannes 2018. Impietoso eppure satirico, dilaniato ma sempre profondamente lucido, Donbass è un viaggio nelle viscere e nelle contraddizioni del conflitto, fra gli ultranazionalismi che non possono che spingersi sempre più verso destra e le derive filoputiniane e antiucraine di tanti cittadini costantemente esposti alla fame, al freddo e alle più atroci angherie, tanto da finire quasi inevitabilmente per perpetrarle in prima persona, alimentando ancora una volta quello stesso meccanismo malato e corrotto che ha trasformato la regione del Donbass in una pericolosa zona militare e che ha in sostanza regalato la Crimea alla Federazione Russa. Fra esemplari disvelamenti delle aperte messe in scena di cui si nutrono le bugie di Stato, troupe televisive prezzolate per garantire veridicità alla menzogna, attori ingaggiati per coprire ruberie a suon d’accuse, secchiate di fango (o più probabilmente merda) tirate in testa al potente di turno per attirare l’attenzione e poter continuare a mentire, smartphone ormai d’ordinanza in ogni tasca e su ogni tavolo, posti di blocco, uomini al palo esposti a un pubblico ludibrio destinato inevitabilmente a virare in tortura, truppe sotto la neve, dormitori senza riscaldamento, bombardamenti improvvisi e vili attentati, Donbass scorre episodico come se ogni istante fosse una tessera dello stesso mosaico, una possibile sfaccettatura della guerra d’Ucraina. Come se ogni volto fosse una parte dello stesso volto. Loznitsa mescola le carte, alterna fino quasi a confondere i personaggi e gli schieramenti, li rende quasi sovrapponibili perché parte dello stesso popolo che quotidianamente si uccide, ed è proprio in questa intuizione, in questa (apparente e regolata) caoticità, che il film trova i suoi maggiori spunti di interesse.

Sono passati più di quattro anni dall’inizio delle proteste in Piazza Maidan, dalla cacciata di Janukovyč, dalla rivolta di Donetsk, dallo scoppio di una sanguinosa guerra civile ancora (e chissà per quanto) in corso, nella quale quotidianamente ci si ritrova a fare la conta delle vittime salite magari al momento sbagliato sull’autobus sbagliato. È una guerra nella quale passare da (falso) testimone a martire è una mera questione statistica, è solo questione di fortuna, e poco importa quale sia lo schieramento del quale si fa (o non si fa) parte. Anche perché lo schieramento è solo una percezione, un’identità, sentita o ricostruita, ma pur sempre mendace, transitoria, politica come è stata la politica a ricostituire la cittadinanza ucraina per chi era nato sovietico, e come è ora la politica a dividere – e a mentire – per continuare a imperare su chi muore. Sono passati più di quattro anni dall’inizio di un conflitto più che mai ambiguo, complesso e sfaccettato nella sua pletora di forze in campo e nelle loro multilaterali macchie fra il sostanziale neonazismo dei filoucraini e il sostanziale terrorismo dei filorussi, e con il suo radicarsi nel tempo questo conflitto è diventato una materia da maneggiare con sempre maggiore cautela, con sempre più lucidità, con quella “giusta distanza” di cui il (quasi) sempre entomologico Sergej Loznitsa, nei suoi documentari così come nei suoi film di finzione, è sempre stato uno dei maggiori teorici ed esponenti. Quello dell’Ucraina orientale è un conflitto nel quale non ci sono “buoni” e “cattivi”, in cui probabilmente tutti avevano ragione ma in cui tutti sono passati dalla parte del torto, in cui non ci sono certezze, e su cui non ci dovrebbero essere risposte univoche. Ma, ed è qui l’unico reale problema del Donbass secondo Loznitsa, dopo oltre due terzi di uno scorrere necessariamente ondivago ed equilibrato, episodico e bilanciato fra l’atrocità del conflitto, l’ipocrisia complice e corrotta della società e acute incursioni nell’assurdo e nell’ironia con le quali mantenere, appunto, la “giusta distanza” dalla fame, dalla povertà, dalle scissioni, dagli espropri e dalle bombe, il regista ucraino lascerà emergere chiaro e lampante, in maniera cinematograficamente impeccabile quanto politicamente discutibile, il proprio (oppugnabile) punto di vista. La sua è una posizione netta, schierata, che, come già fatto più che intuire negli ultimi lavori (il sostanziale pamphlet anticomunista A gentle creature in testa, ma anche nell’ultimo documentario Victory day, per quanto di ambientazione teutonica) si fa sempre più smaccatamente antirussa di fronte alle ferite subite sua terra, di fronte ai traumi, di fronte allo sgretolarsi di un Paese. Una posizione probabilmente comprensibile per un cittadino ucraino, e del resto l’idiosincrasia di Loznitsa nei confronti della Russia – dallo zar a Putin passando per l’Unione Sovietica – è cosa nota sin dai tempi di Maidan, di The Event e di Austerlitz, ma che in questo caso sconfessa apertamente quell’ambiguità nella quale Donbass, fra il tragico e il grottesco, aveva avuto modo di crescere e radicarsi. E che, nel pur legittimo difendere il proprio Paese e attaccare la Russia di Putin, finisce per trasformare gli ultranazionalisti (realmente «fascisti» fra svastiche e braccia tese assenti nel film) in sostanziali martiri indifesi torturati sulla pubblica piazza dalla cittadinanza del non-Stato di Novarossiya, quel non-Stato in cui persino un matrimonio diventa una pagliacciata, una parodia, e in cui la circolarità del finale è un definitivo ritorno alla “giusta distanza” della macchina da presa ma non a quella dell’intellettuale che la manovra.

Da acuta e miracolosamente equilibrata riflessione, Donbass diventa in sostanza nella sua ultima sezione un film di propaganda, legato probabilmente molto più di quanto non voglia ammettere a quella stessa propaganda che mette ripetutamente in scena e in ridicolo. Certo, è pienamente legittimo che un autore esprima la propria opinione anche se non è esattamente rivoluzionaria, ed è pienamente legittimo che lo faccia nelle modalità che preferisce. Ma nel caso di Donbass, al di là della difesa del nazionalista volontario (poco importa se fosse, come emerge dai dialoghi, spietato killer o mero addetto in cucina), la netta e capillare messa in ridicolo dei filorussi appare in sostanza non coerente con l’ambigua e ondivaga caoticità della prima parte, alla dimostrazione di come tutti i cittadini siano uguali, alla sostanziale unità del popolo come entità (in)divisibile e in lotta contro se stessa portata avanti fino a quel momento. E parte della lucidità del film, parte della sua intelligenza, parte del suo linguaggio, sono così destinati a lasciare spazio a una nuova paradossale “verità” in un luogo in cui le “verità” non esistono più. La troupe televisiva che per tutto il film si alterna come una sorta di soggettiva-oggettiva alla “giusta distanza” di Loznitsa dimostrando come la messa in scena (televisiva, teatrale, ospedaliera) sia ormai l’unica forma di comunicazione in un mondo in cui la “verità” è sempre imposta e costruita, nel finale è inquadrata per la prima volta da lontano, dall’alto, intenta a montare la videocamera dove le dodici persone che avrebbero dovuto essere falsi testimoni di qualche altro evento “pilotato” da una a caso delle forze in campo sono appena state uccise. E in questo cambio radicale di punto di vista sta tutto il cambio di sguardo di Loznitsa, sta tutta la sua scelta di un’opinione non più enigmatica e atrocemente poetica, ma pienamente politica, anche a costo di negare qualche reale complessità e ambiguità. Eppure, questa volta ancor più ancora che altre, sarebbe decisamente troppo severo farne una questione di ideologia. È giusto puntare l’accento su quello che è un limite anche evidente di Donbass, ma non si può d’altra parte negarne la ben precisa forza sconsolante quanto ironica e la profonda intelligenza in quello che è il “primo” sguardo del suo (grande) regista. Quello sguardo sempre rigoroso e severo, eppure mai così mobile, che costruisce muri e posti di blocco, e che inanella frammenti di ogni società e di ogni individuo. Quello che, dolente, guarda l’esercito che fa spogliare i passeggeri di un pullman sotto la neve, quello che, critico, mostra come si possa partire dal presupposto che un giornalista tedesco, solo perché tedesco, sia «fascista», quello che, consapevolmente paradossale, innesta forche caudine di punizione all’interno dello stesso gruppo (para)militare. Mentre, nel frattempo, qualcuno «espropria» auto private «per combattere i fascisti» e magari cerca pure di svuotare i conti in banca minacciando nemmeno tanto velatamente «se vuoi andare a prendere tua figlia», due donne non si ritroveranno mai più fra povertà e incomunicabilità, qualcun altro offrirà delle ridicole reliquie al non-Stato ricevendo in cambio, ma non in faccia, le meritate alle risposte piccate, e chiunque subisce e mette in atto pressioni, ricatti morali, imposizioni violente, il freddo della morte. Non rimane che festeggiare la propria arroganza da Golia contro Davide con un selfie, mentre la televisione continua a costruire la verità più comoda e persino i computer della polizia, in un (non) luogo dove non funziona più nulla, sono sistematicamente fuori servizio.

Marco Romagna