4 Agosto 2016 -

CONDANNATA A MORTE (1954)
di Georg Wilhelm Pabst

L’incipit è quello del thriller giudiziario consumato, le porte dell’aula che vengono aperte, la vampiresca folla che si accalca per entrare come pubblico, qualcuno destinato a rimanere fuori, qualcuno destinato ad avere malori: oggi si chiude l’inchiesta, arriveranno le arringhe e le richieste del pubblico ministero, verrà letta la sentenza. Su Ina Kahr, fresca vedova che ha confessato l’omicidio del marito ma non ha proferito parola riguardo i motivi che l’avrebbero spinta a commetterlo, pende come una spada di Damocle la mannaia del boia, e a nulla servono gli strenui tentativi del padre e dell’avvocato difensore di estorcerle qualcosa che possa aprire la porta ad attenuanti e sconti di pena. Si passa alle cancellate del carcere nel braccio della morte, fra detenute che impazziscono, inquadrature splendidamente sghembe, continui carrellini e tagli di luce fumosi e drammatici. Quello di Das Bekenntnis der Ina Kahr (1954), titolo italiano Condannata a morte, è un incipit in medias res folgorante e magnetico, dal quale Pabst torna indietro nella narrazione in una struttura a flashback che si staglia come ideale ponte fra Fritz Lang e Billy Wilder, dall’espressionismo al noir, senza dimenticare le lezioni di fotografia “emotiva” in bianco e nero impartite negli anni precedenti dall’Alfred Hitchcock di Suspicious e ancor di più Notorious, né piacevoli incursioni nel melò. Sorta di punto di sintesi fra il processo di M – Il Mostro di Dusseldorf e quello di Testimone d’accusa, con una struttura narrativa evidente debitrice, quattro anni dopo, di quella di Viale del Tramonto, il film di Pabst è senso di colpa che diventa ossessione, è una donna frustrata, è un marito inetto, è un padre assente, è un’indagine, è un crollo psicologico, è una disperata lotta contro il destino, contro le leggi ingiuste, contro un gorgo di tradimenti e distruzione.

Presentato in un’eccellente copia in 35mm al sessantanovesimo Festival del Film Locarno nell’ambito della retrospettiva sul cinema della Repubblica di Weimar curata da Roberto Turigliatto – quest’anno con la fondamentale collaborazione di Olaf Möller –, Das Bekenntnis der Ina Kahr, letteralmente “La confessione di Ina Kahr”, è prima di tutto un caleidoscopico viaggio nella situazione femminile tedesca negli anni Cinquanta e nella colpa, fra gli ultimi film di un Georg Wilhelm Pabst sempre pronto a sorprendere per modernità, linguaggio e precisa presa di coscienza politica. Traendo dal romanzo omonimo di Hans Emil Dits una storia di omicidio-suicidio, inadeguatezza, confessioni e drammi carcerari, Pabst lanciava infatti con questo lavoro un chiarissimo strale contro una pena capitale che era già stata abolita dallo statuto della Repubblica Federale Tedesca, ma rimarrà presente fino al 1987 nella legislazione di quella Democratica. E se nei ripetuti tradimenti di un marito privo di reale forza di volontà al di là del mero interesse e degli istinti, prima pronto a lasciare la moglie per Ina ma poi mai domo nelle sue attività di dongiovanni e sfruttatore di talenti imprenditoriali altrui, non è poi così difficile vedere uno sguardo retrospettivo ai ripetuti tradimenti perpetrati dalla Germania nei confronti dei suoi stessi cittadini durante gli anni bui del nazionalsocialismo al potere, nel disprezzo che prova Ina Kahr nei confronti di se stessa e nella sua drammatica necessità esistenziale di espiare con la pena capitale la sua “colpa” di aver vissuto e amato, anche a costo di lasciarsi a lungo ingannare, si può abbastanza facilmente leggere l’apice di una frustrazione storica ancor prima che personale di una Germania in ricostruzione che si vergognava profondamente dei crimini contro l’umanità di cui Adolf Hitler si era macchiato. Frustrazione se possibile ancor più amplificata dal personaggio del padre di Ina, scienziato troppo preso dal proprio lavoro per dimenticarsi di non abbandonare la figlia, salvo poi lanciarsi in una vera e propria indagine per far riaprire il processo, facendo sostanzialmente ribaltare, dopo una svolta narrativa finale mozzafiato che non riveleremo nemmeno sessantadue anni dopo, la sentenza in appello. Georg Wilhelm Pabst è notoriamente e a pieno diritto considerato fra i più grandi registi di ogni tempo, un sublime narratore per immagini, un fine tessitore di movimenti di macchina, tagli fotografici, montaggi, e al contempo un fondamentale intellettuale, impegnato nel corso della sua nutrita filmografia nella lettura di quasi quarant’anni di contemporaneità. Fra citazioni della Colazione sull’erba di Manet, figure che emergono dal buio, geniali svolte narrative e una tensione costante e palpabile, Das Bekenntnis der Ina Kahr mette in scena una spirale intima e al contempo pubblica, una personale discesa agli inferi, una progressiva distruzione fra fulmini improvvisi, amanti, puttane e strisce di cocaina. Ma anche un bisogno di giustizia, più forte anche della legge e dei sensi di colpa.

Marco Romagna

“Afraid to Love” (1954)
95 min | Crime, Drama | West Germany
Regista Georg Wilhelm Pabst
Sceneggiatori Hans Emil Dits (novel), Erna Fentsch
Attori principali Curd Jürgens, Elisabeth Müller, Albert Lieven, Vera Molnar
IMDb Rating 6.6

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