12 novembre 2017 -

COLD SKIN (2017)
di Xavier Gens

Fra i neonazisti psicopatici di Frontiers, l’adattamento dell’omonimo videogioco fra mercenari e colpi di Stato in Russia messo in scena in Hitman e la paranoia postapocalittica di The Divide, avevamo conosciuto il regista francese Xavier Gens come un autore talentuoso, ma tutto sommato di facile consumo, più attento al ritmo narrativo e ai colpi di scena che alle allegorie o ai riferimenti pittorici e letterari. Ciò che subito colpisce vedendo Cold Skin, suo nuovo lavoro presentato al Trieste Science+Fiction 2017, è proprio la decisa svolta autoriale che Gens ha deciso di intraprendere. Cold Skin è in questo senso un film estremamente ambizioso, adattamento dell’omonimo romanzo La pell freda di Albert Sánchez Piñol che già dalla locandina cita apertamente il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, per poi declinare sullo schermo una narrazione dilatata, nella quale di certo non mancano momenti di pura azione fra gli attacchi delle creature misteriose con la sopravvivenza umana affidata a un fucile, ma è ben più centrale la riflessione psicologica, il lavoro sui personaggi e sullo scontro fra le loro caratteristiche, il loro ruolo come significanti ben al di là di quello come significati.
È prima di tutto un film sull’isolamento, Cold Skin, che scandaglia il rapporto fra l’uomo e la natura attraverso paesaggi sterminati e non di rado nebulosi, dove le rocce cadono a picco nel mare in tempesta e dove un faro è l’unica difesa dagli attacchi notturni di creature lovecraftiane, sorta di incrocio blu fra uomo, pesce e anfibio che non può che far pensare alla curiosa coincidenza di come questo film sia stato concepito quasi in contemporanea con il fresco quanto discutibile Leone d’Oro The shape of water di Guillermo Del Toro. Ma dove l’uomo-pesce di Del Toro, ed è proprio il problema del suo film, nient’altro vuole fare che permettere di raccontare una fiaba, una storia d’amore impossibile fra freaks sorta di variazione muta sul tema de La bella e la bestia, è invece ben chiara l’intenzione metaforica di Cold skin, in cui le creature sono sufficientemente mostruose per guardarle con stupore e timore, sono sufficientemente bestiali per volerle abbattere una per una quasi come fosse il folle sogno dell’uomo di dominare la natura, ma al contempo sono sufficientemente umanoidi perché la loro sofferenza possa incarnare quella delle popolazioni uccise dal colonialismo, e magari anche perché Gruner, misterioso guardiano del faro che non può che ricordare il capitano Achab, violenti a più riprese la sua Moby Dick Aneris, l’esemplare catturato e ormai mansueto che già dal nome (“sirena” al contrario) incarna le allucinazioni marinaresche e i miti da sempre tramandati fra chi viaggia.

A partire dalla pelle gelida di Aneris e dei suoi simili, il principale riferimento letterario di Cold skin è, dichiaratamente, Howard Phillips Lovecraft, ma sono continui i ritorni a Jules Verne, a Herman Melville, a Robert Louis Stevenson, a Edgar Allan Poe (in primis a Il faro con la sua convivenza forzata fra uomini sempre più bestiali), senza che sia così folle sentire echi persino da La tempesta di Shakespeare. Nel film di Xavier Gens non sono solo i costumi e l’ambientazione della trama a essere a cavallo fra l’Ottocento e i primi del Novecento – con tanto di omicidio di Francesco Ferdinando d’Asburgo che diede inizio alla Prima Guerra Mondiale a far capolino da un titolo di giornale –, ma sono una serie di ben precisi riferimenti visivi e contenutistici, fra la grande arte pittorica, il grande romanzo d’avventura e il grande romanzo gotico, sposati nell’ambientazione fantascientifica e orrorifica di una solitudine ambientata sì nel passato, eppure pienamente postapocalittica. Basterebbe l’apertura, nella quale il giovane protagonista che ha accettato l’incarico di ufficiale meteo su un’isola sperduta e fuori da ogni rotta ai piedi del Circolo Polare Artico è ancora in viaggio verso la remota destinazione. Nel rollio dell’imbarcazione, e nei dialoghi con il capitano della nave, sembra quasi di leggere pagine estrapolate da L’isola del tesoro di Stevenson o da L’isola misteriosa di Verne, c’è la voglia di scoprire e di esplorare, c’è lo spirito d’avventura, e c’è anche quel necessario filo di malinconia di chi accetta un lungo periodo di totale solitudine.
Appena sbarcati sull’isola, però, basta un primo sguardo della macchina da presa sulla sua morfologia brulla e sulle sue nebbie perché il romanzo (e il film) d’avventura tornino ai margini, mentre a riempire l’occhio è la ben precisa tensione visiva e ideale al Romanticismo su tela: la cura fotografica di Xavier Gens cerca il sublime, ciò che atterrisce l’uomo eppure lo attrae, lo seduce, lo cattura nello sguardo e nell’anima, provocandogli un senso di vertigine e smarrimento. Forse lo stesso smarrimento dell’ufficiale precedentemente incaricato al quale il protagonista avrebbe dovuto dare il cambio e che ora non si riesce a trovare. Oppure, forse, il vero senso del perdersi è proprio in quel cipiglio scorbutico dell’inaspettato Gruner, la barba e i capelli lunghi e sporchi, il seme della follia in fondo agli occhi di chi vive solo e isolato da troppo tempo. Il guardiano del faro è un uomo dal quale, almeno apparentemente, conviene stare alla larga, ma poi cala la notte, e orde di creature sconosciute e mordaci assaltano la catapecchia del protagonista, sorta di Robinson Crusoe impaurito, incredulo, attonito, non certo preparato a una simile evenienza. Nel tentativo di difendersi, il giovane ufficiale darà fuoco alla sua abitazione distruggendo tutto il suo passato, tutti i suoi oggetti, tutti i suoi libri, tutti i suoi ricordi, e probabilmente anche la sua stessa identità, a partire da un nome mai (più) pronunciato. Nella conseguente convivenza forzata con Gruner dentro le mura del faro, unica possibile salvezza, il protagonista diventerà semplicemente “Friend”, l’amico, mentre verrà messo in costante posizione subalterna, vessato, comandato, minacciato, punito, costretto a combattere – anche da solo – contro le creature attirate dal canto di Aneris e fronteggiate dalla cima della lanterna a colpi d’arma da fuoco.

Quella di Gruner, ben al di là della necessità di difendersi e sopravvivere, è una volontà di predominio, è una volontà di affermare la superiorità non tanto umana, ma individuale. Il suo isolamento è un progressivo inoltrarsi nella bestialità e nella tirannia dell’occidente colonizzatore, e la sua lotta contro i mostri nient’altro si dimostra che una guerra personale con la quale sentirsi più forte. Una guerra inutile, che, come troppo spesso è accaduto quando l’esplorazione geografica ha aperto alle vampirizzazioni delle terre conquistate, cerca il genocidio al posto del dialogo, annienta per potersi imporre, punta a stabilire la legge del più forte. Gruner, nella sua violenta arroganza, è un uomo costantemente sull’orlo della follia per solitudine, fra finestre che vengono chiuse lasciando l’altro uomo solo contro centinaia di aggressori e (im)motivati attacchi contro le creature proprio nel momento in cui sembra possibile instaurare una convivenza, proprio nel momento in cui Aneris riesce a porsi come necessario tramite fra specie diverse ma unite dal darwinismo, proprio nel momento in cui il mostro si dimostra più umano dell’uomo, fra ritualità e rispetto reciproco. Ma è proprio qui che, nelle sue sconfinate ambizioni di scrittura e messa in scena, Cold skin trova anche i suoi limiti. Nulla di davvero imperdonabile, sia ben chiaro, ma finiscono inevitabilmente per raffreddare gli entusiasmi, e sarebbe bastato poco per evitarli. Sarebbe bastato, per esempio, evitare qualche tematica sostanzialmente ritrita e quindi ormai un po’ troppo “facile” di uomo-bestia e di bestia-uomo quando non si ha in sostanza nulla da aggiungere a quanto già detto in secoli d’arte, sarebbe bastato evitare qualche approssimazione comportamentale non totalmente scevra di retorica che a lungo andare intacca la minuziosa costruzione psicologica dei vari personaggi, e soprattutto sarebbe bastato non incappare in un finale un po’ brusco e tutto sommato prevedibile, dalla circolarità banale e al contempo forzata, fatto della convivenza destinata a diventare, dopo l’inverno e la neve sul mare, omicidio e sostituzione proprio come molto probabilmente Gruner aveva ucciso e sostituito chi c’era prima di lui. Friend, da uomo senza più identità, si ritrova così a diventare Gruner, a fagocitarlo, a finire nella stessa spirale di isolamento e solitudine in uno spicchio di natura ostile, in cui l’uomo nient’altro può essere che un ospite dall’esistenza fragile e provvisoria. Il che può anche essere affascinante, ma probabilmente un progetto come Cold skin, così curato nella scrittura, nella messa in scena e nei dettagli visivi, così complesso e stratificato nelle metafore e nelle tematiche, così acuto nell’osservazione dell’attesa e dell’isolamento, avrebbe meritato un finale più originale, una chiusura più illuminante, un assunto maggiormente all’altezza della sua così minuziosa costruzione. Il film di Xavier Gens, sceneggiato in tandem da Eron Sheean e Jesus Olmo, preferisce invece limitarsi ad abbracciare un cliché offerto dal genere e quasi sempre efficace, di fatto anche questa volta funzionale alla narrazione, ma dal retrogusto più che vagamente preconfezionato, e senza dubbio meno stimolante rispetto a ciò che, fra Il deserto dei Tartari e Le montagne della follia, con in mezzo un’isola infestata di creature mitologiche e due uomini che affidano le loro ragioni al piombo, era stato precedentemente messo sul piatto.
Questo non intacca i numerosi spunti di interesse del film, così come rimane immutato il prezioso lavoro compiuto dal regista nella ricontestualizzazione del Romanticismo visivo e letterario: il sublime viene riletto in una nuova chiave pienamente contemporanea, in cui il fantastico e la CGI non possono prescindere dalle ambientazioni islandesi, in cui la paura verso il diverso è destinata a diventare compassione verso chi soffre, e in cui la presenza stessa dell’uomo nella natura non può che diventare scontro, conflitto, e quindi colpa. Ma non si può non pensare a cosa sarebbe potuto essere Cold skin se a scriverlo e dirigerlo fossero stati autori ancora più formati, ancora più concettuali e filosofici, in grado di portare a termine un lavoro antropologicamente e psicologicamente ancora più denso. Quello di Xavier Gens è indubbiamente un buon film, da difendere e anzi sostenere ponendo in luce i suoi molti pregi, capace di innestare nelle maglie del fantastico rapporti (extra)umani e istanze storico-politiche, solitudine e derive psicologiche, colpe storiche e riferimenti artistici fra i più colti, ma è anche un film non esente da difetti, che rischia e osa nel suo addentrarsi in anfratti così profondi dell’umanità e, dopo straordinarie premesse, non riesce trovarne gli adeguati assunti. Come se non fosse ancora un film totalmente concluso, opera di un regista in netta crescita, ma non ancora al suo apice. Del resto, simili svolte autoriali non sono certo semplici né indolori: il quarantaduenne Xavier Gens sta maturando, nello stile e nel linguaggio, nella tecnica e nelle ambizioni, delineando un percorso cinematografico al contempo coerente e sempre spiazzante, sempre più ragionato, sempre più complesso, sempre più d’autore. La strada che ha intrapreso è quella giusta, si tratta solo di continuare a seguirla senza scarti troppo bruschi e senza perdersi in qualche spinoso bivio, cercando sempre il giusto equilibrio fra i colpi di lima e le stoccate, cercando di alzare ulteriormente un’asticella che rispetto al passato si è già impennata. E il grandissimo film, quello del definitivo scarto formale, quello da amare senza alcuna riserva, potrebbe essere ormai dietro l’angolo.

Marco Romagna

“Cold Skin” (2017)
Adventure, Horror, Sci-Fi | Spain / France
Regista Xavier Gens
Sceneggiatori Albert Sánchez Piñol (book), Jesús Olmo (screenplay), Eron Sheean (screenplay)
Attori principali David Oakes, Aura Garrido, Ray Stevenson, John Benfield
IMDb Rating 6.3

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