8 luglio 2018 -

CHE FINE HA FATTO BABY JANE? (1962)
di Robert Aldrich

I’ve written a letter to Daddy
His address is Heaven above
I’ve written “Dear Daddy, we miss you
And wish you were with us to love”
Instead of a stamp, I put kisses
The postman says that’s best to do
I’ve written a letter to Daddy
Saying “I love you”
I’ve written a letter to Daddy
Saying “I love you”
Dalla colonna sonora del film Whatever Happened To Baby Jane (1962) (Music: Frank De Vol / Lyrics: Bob Merrill)

Fra gli innumerevoli elementi di straordinarietà e forza rivoluzionaria di Che fine ha fatto Baby Jane?, titolo più eminente della filmografia di Aldrich tornato in ottimo restauro a Bologna sul (più) grande schermo del Ritrovato 2018, la prima e fondamentale vocazione è il continuo ribaltamento narrativo e di senso, è lo scambio di ruolo, è il confondere lo spettatore insieme alle protagoniste prendendolo apertamente per il naso, o forse sarebbe meglio dire per gli occhi. Perché “la verità”, che poi è a sua volta finzione, sta(va) semplicemente nell’immagine, e non in ciò che viene dato per scontato, non nella parola, e tanto meno negli esseri umani di spettacolo falsi per natura ed etimologia1. Ma il pubblico, quello del film così come il “pubblico” attore sullo schermo, questa “verità” non la vuole afferrare, la relega a mero indizio, a un qualcosa a cui si smette ben presto di badare ma che al contempo rimane sottopelle, come un campanello d’allarme e inquietudine che solo nel magnifico finale sulla spiaggia troverà la sua completa contestualizzazione. Quando Robert Aldrich, nella chiusura del geniale doppio prologo 1917-1935 che già ribaltava una prima volta, negli anni dell’infanzia e della gioventù, i ruoli delle sorelle di Che fine ha fatto Baby Jane? fra diva e “peso morto”, mette in scena l’incidente per il quale Blanche rimane paralizzata, si vede chiaramente nel totale dall’alto che a scendere dall’auto per aprire il cancello della villa di famiglia non è la sorella bruna ma quella bionda, e a dire “la verità”, dopo la profusione di dettagli sulla marcia innestata e il piede che attacca l’acceleratore, c’è anche la bambola di Baby Jane, rotta nel volto, sulla quale scorrono i titoli di testa. Certo, l’inquadratura in campo lungo e le luci fioche garantiscono al bianco e nero la necessaria ambiguità e il doveroso mistero, ma la “verità” è semplicemente davanti agli occhi dello spettatore, nelle immagini e nella lingua che le lega. Eppure da quel preciso momento, ingannato anche di fronte all’evidenza, lo stesso spettatore inizierà a credere non ai propri occhi, ma a tutt’altro. A una realtà mendace, capovolta, manipolata, ulteriormente messa in scena e poi diventata consuetudine, in un crescendo rossiniano di crudeltà e pentimenti negati e poi esplosi.
Quando dal 1935 dell’incidente ci si ritrova all’improvviso nella contemporaneità del ’62 in cui sulla sedia a rotelle c’è Blanche e la squilibrata Jane, mostruosa maschera di rughe ancora nei suoi vestiti identici a quelli che indossava da bambina, si pone quasi più come carceriera che come infermiera, nessuno ha più dubbi sul fatto (/menzogna ben costruita e sostenuta fino alla fine) che quella sera ci fosse Jane al volante. Nessuno ha più dubbi sul fatto che quella che si era vista nel 1917 come una bambina prodigiosa nel canto e nella danza quanto viziata e antipatica nei suoi capricci e nel far pesare alla famiglia i propri guadagni, passata nel giro di una ventina d’anni da stella dello spettacolo ad attricetta fallimentare e poi negli altri trenta a perfida e inquietante megera intenta ad alternare cure e torture nei confronti di una sorella che è convinta di aver reso paralizzata, sia “la colpevole”. E nessuno ha più dubbi che la sua ben più generosa sorella Blanche, calpestata già da bambina ma (all’apparenza) non vendicativa una volta giunta al successo al punto da pretendere che per ogni suo ruolo ne potesse interpretare uno anche la non (più) talentuosa Jane, sia “la vittima”. Tanto da finire per non badare più di tanto anche ai momenti (chiave) nei quali il tono di Blanche, rivolgendosi alla sorella (che ha reso) psicopatica (per vendetta), da compassionevole si farà ricattatorio, tornando a farla sentire in colpa ricordandole ancora una volta dell’incidente, e di essere «ancora su questa sedia». O da non pensare nemmeno, quando si parla del tentativo di vendita della casa da parte di Blanche che scatena la crisi psicotica di Jane, che sia proprio la perfida bionda ad avere ragione e a vedersi privata dei propri diritti. Con tanto di commozione di fronte alle retrospettive televisive con le quali vedersi riscoperte al di là delle lettere censurate dalla gelosia della sorella dimenticata e di bigliettini lanciati dalla finestra a creare una tensione hitchcockiana ribaltata, nella quale si viene portati ancora una volta a pensare l’opposto del reale significato e ci si ritrova giocoforza a parteggiare per l’oscuro. Perché non c’è spazio per le anime candide, nel mondo dello spettacolo, ed è esattamente in questo gioco di aspettative e prospettive ribaltate che, nel suo continuo confondere le acque, Che fine ha fatto Baby Jane? trova un miracoloso punto di coincidenza tecnico, poetico e narrativo per tutte le ambiguità (in primis psicologiche, ma anche narrative, morali, sociali, comportamentali e di potere) che mette in scena.

Ma facciamo un passo indietro, torniamo alla realtà produttiva sulla quale, nel 1962, prese forma il progetto. Prima di tutto c’erano Joan Crawford e Bette Davis, star oramai sessantenni e con una carriera da rilanciare, realmente rivali nella vita (artistica, ma forse non solo) come sullo schermo, nei precedenti decenni così come, più violente che mai, sul set. Pare, per esempio, che le riprese siano state interrotte dalla reale violenza di Bette Davis nella sequenza in cui colpisce (e ferisce fino alla necessità dei punti) la Crawford, e che da parte sua Joan Crawford abbia fatto tutto ciò che era in suo potere per sforzare la già malandata schiena della Davis ogni volta che, per esigenze di copione, doveva essere trascinata per la stanza dall’acerrima nemica. Ed è storia come Joan Crawford, pur di non vedere la rivale trionfare ai successivi Oscar, si sia offerta di ritirare il premio per conto di qualsiasi altra candidata alla statuetta femminile, fino ai sorrisi con in mano il premio di Anne Bancroft per Anna dei miracoli. C’era poi, parallelamente alle bizze divistiche e alle reali rivalità che hanno impreziosito le interpretazioni delle due attrici protagoniste, la volontà di Robert Aldrich di lavorare insieme al montatore Micheal Luciano su tecniche linguistiche per il tempo nuove, che creano straordinaria tensione dagli effetti audio e dalle inquadrature fuori asse, dai piccoli scavalcamenti di campo, dai punti di vista verso l’alto, dalle venature grandguignolesche, ironiche (basti pensare al caricaturale pianista) e melodrammatiche che emergono dal gotico del thriller psicologico, dalle attese stimolate e ribaltate, o ancor peggio confermate in tutta la loro più macabra portata. C’era l’intuizione di usare come villain un’anziana donna psicopatica, il che rende il film universalmente considerato come il capostipite del sottogenere psycho-biddy e ha scolpito nella pietra una Bette Davis imbruttita ai limiti del mostro e leggendaria ai limiti della performance più importante della vita, e c’era poi già pronta e scritta, a latere delle tecniche di montaggio, delle intuizioni psicologiche e degli stati di grazia attoriali, la geniale struttura al contempo narrativa e concettuale su cui Baby Jane, nel suo sapiente groviglio di generi, si impernia: prendere una possibile verità, trasformarla in (falsa) certezza e poi ribaltarla, ridiscutendo integralmente ogni volta i profili psicologici e i rapporti di potere messi in scena fino a quel momento. Già dal doppio prologo, quasi contraddittorio fra il 1917 del successo della piccola e viziata “Baby” Jane Hudson e il 1935 del suo declino e del suo alcoolismo, mentre è l’inizialmente timida e tiranneggiata sorella Blanche a brillare, in un cinema da poco sonoro, come principale stella del firmamento hollywoodiano, Aldrich dichiara apertamente le modalità del film, sempre pronto a mostrare, mentire e correggere, una “verità” dopo l’altra. Ma il capolavoro di Aldrich sa anche emozionare e a tratti commuovere, straordinario per tempi, suspense, stratificazioni, emotività e ancor di più centralità della canzone di Baby Jane I’ve written a letter to daddy, destinata a virare, con tanto di variazioni su differenti e più sinistri pitch, dalla tenerezza dei bambini all’orrore degli interstizi psicologici più oscuri e inquietanti, passando per il patetismo addolorato e inconsapevole di chi non ha talento artistico ma non si arrende all’evidenza.
Le due sorelle protagoniste di Che fine ha fatto Baby Jane?, sin dall’inizio, si scambiano i sostanza i ruoli nello star system, in attesa di continuare a farlo per tutta la vita nelle dinamiche di dominanza e sottomissione, di perfidia e di sofferenza, di controllo e di perdita dei nervi, proprio come le dive si scambiano la voce (è Joan Crawford che doppia Bette Davis, e non una reale imitazione) ogni volta che Jane si finge al telefono Blanche, titolare del conto in banca, e proprio come non è un caso che la parrucca indossata da Bette Davis fosse già stata usata in precedenza da Joan Crawford in un altro film. E solo alla fine, quando Jane sarà definitivamente regredita all’infanzia come un mostro dai boccoli biondi pronto a ballare sulla spiaggia sul suo personale Viale del tramonto e Blanche sarà moribonda sotto il sole, “la vittima” si dichiarerà colpevole, o per lo meno dichiarerà la non colpevolezza di Jane, il suo ruolo di altra vittima, questa volta del complotto e della vendetta durata quasi 30 anni da parte di chi, da sempre gelosa e quella sera particolarmente innervosita dall’ubriachezza di (non più Baby) Jane, aveva tentato di ucciderla. Avendo fallito nel suo raptus, Blanche si era trascinata con le gambe ormai paralizzate dal posto di guida fino al fronte dell’auto, trovando nell’amnesia alcoolica della sorella (con l’aiuto del suo talento recitativo e della sua popolarità che porta l’opinione pubblica a crederle senza nemmeno farle domande) il terreno sul quale costruire una vendetta psicologica fatta di sensi di colpa e di menzogne pubbliche e private, ritagliandosi il ruolo di vittima per ciò di cui era invece impunita colpevole. È stata Blanche colei che ha tentato di uccidere la sorella, ed è sempre Blanche colei che, costretta dalla spina vertebrale rotta a pagare già in vita per il suo errore, trascina nella stessa spirale Jane, da sua parte già autrice di soprusi sin dalla primissima infanzia. Ma questa rivelazione, plot twist che non può che far riflettere sulle potenzialità e sulle derive della messa in scena, non vuole certo puntare il dito contro chi ha passato una vita relegata in un piano dal quale non poter più scendere, lasciata senza cibo e senza amore fra le sue e altrui colpe, prima sotto e poi lontana dai suoi e altrui riflettori. Come non ci sono (più) innocenti, non ci sono neanche (più) colpevoli. Solo vittime, solo sconfitti, solo personaggi e non più persone, fagocitati da un mondo spietato.

La poetica di Aldrich è straordinariamente accorata, vicina alle sorelle anche quando si affrontano con le modalità più crudeli, ben lontana dal giudicare, atrocemente poetica e melodrammatica nel mostrare il loro crepuscolo artistico e umano. Non solo per il dolente finale, con Blanche che nemmeno si sa se sia viva o morta mentre Kate non riesce più a razionalizzare nulla che non abbia la semplicità di un gelato o di un’esibizione improvvisata e amaramente fanciullesca, ma anche per il rapporto fra Jane e il pianista fatto di mesti numeri allo specchio, di false lusinghe e di denaro mancante, e per la sua incapacità di arrendersi all’evidenza, per la sua profonda umanità anche quando nasconde le lettere a Blanche, oppure quando sotto la cloche del cibo per la sorella invalida non si fa scrupoli a piazzare un ratto con un cinismo sofferto ma mai davvero gratuito, e quindi in un certo senso, se non proprio giustificabile per lo meno comprensibile. Anche quando Kate ucciderà la domestica/infermiera Elvira, lo farà perché messa con le spalle al muro, perché obbligata dalle circostanze, e perché ormai (resa) incapace di valutare cause e conseguenze, (resa) un mostro senza più coscienza della realtà. Anche se trasformate in cani che da sempre si sbranano a vicenda e invischiate nella stessa spirale di superbia, tracotanza, fallimento, reazione smisurata e psicosi che Aldrich mette in scena in ogni sua sfaccettatura in un capolavoro perfetto, sinistro e inquietante quanto razionale e misurato, efficace nei suoi intenti industriali quanto denso, poetico, politico, finemente psicologico e intelligente in quelli puramente autoriali, le sorelle Hudson non possono essere più un alcun modo “carnefici”o “colpevoli”: Jane e Blanche sono pedine di un gioco più grande, oppresse e perseguitate dalla propria stessa ombra, vittime sacrificali di un mondo dello spettacolo che fagocita, spolpa e sputa, coprendo d’oro ma non conoscendo alcuna umanità né gratitudine.
Jane e Blanche Hudson sono entrambe vittime di un pubblico che ci mette ben poco a innalzare agli altari e ancora meno a dimenticare, con in mezzo chi rinnova e rende legge i vecchi pettegolezzi. Sono entrambe vittime di psicologie fragili, portate a ebollizione dalla popolarità (capitalistica) e lasciate raffreddare come il piatto della vendetta e come il gelo del senso di colpa, fra l’espiazione e la condanna all’eterna insoddisfazione, fino a quando l’illusione di tornare a un successo ormai perduto e impossibile non farà tornare Jane all’infanzia, e la consapevolezza di essere vicina alla morte non porterà Blanche a una tardiva confessione che non potrà più essere recepita. Sono entrambe vittime di una società che crede a ciò a cui vuole credere, proprio come il pubblico del film, che nemmeno di fronte all’evidenza delle immagini, alla “verità” messa in scena, riesce a contestualizzare da subito tutte le straordinarie dinamiche psicologiche con le quali Che fine ha fatto Baby Jane? ha scardinato per sempre, per magistrale costruzione narrativa, per utilizzo delle musiche e per caratterizzazione dei “cattivi”, il cinema non solo di genere. Perché Che fine ha fatto Baby Jane? è per molti versi una rivoluzione strutturale e tecnica, dalla quale tutti o quasi hanno in seguito preso a piene mani. È un manuale di montaggio, fatto di specchi e di movimenti (in)aspettati, fatto di piani a due e di controcampi sull’abisso, fatto della necessità di riconsiderare più volte tutto ciò che si vede (e tutto ciò che si crede di non avere visto) di fronte a una delle cattive al contempo più inquietanti e malinconiche di sempre. È una ben precisa denuncia dello star system, sorta di tunnel verso la mostruosità da cui l’unica possibile fuga è la psicosi, il rifugio nell’illusione e a volte nel crimine. Ed è appunto una straordinaria e controversa analisi psicologica fatta di complessi e di manie, di paure e di drammatiche risposte, di corazze destinate a cadere e di traumi mai superati, di effetti collaterali del successo e di personaggi che si ribaltano con la rivelazione finale. È una grande e desolata storia di sconfitta e crudeltà, di invidia e di sensi di colpa, di vendetta e di espiazione, intrisa nell’oscurità e nella paranoia, lucida e preziosa nel delineare la follia, ironica e amara nei confronti della società dello spettacolo, al contempo inquietante e commovente nella sua commistione di generi e di idee, imprescindibile nei suoi meriti storici e nella sua perfetta sintesi di forma e contenuto. I’ve written a letter to daddy, saying “I love you”.

Marco Romagna

1 In greco antico, il sostantivo per definire l’attore drammatico è ὑποκριτής (legg. Upocritès), perché pronto a simulare emozioni con l’ὑπόκρισις da cui deriva direttamente il nostro “ipocrisia”.
“What Ever Happened to Baby Jane?” (1962)
134 min | Drama, Horror, Thriller | USA
Regista Robert Aldrich
Sceneggiatori Henry Farrell (from the novel by), Lukas Heller (screenplay)
Attori principali Bette Davis, Joan Crawford, Victor Buono, Wesley Addy
IMDb Rating 8.1

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