6 Settembre 2022 -

CALL OF GOD (2022)
di Kim Ki-duk

«Che cos’è la vita? Cos’è la giovinezza? Che cos’è la vecchiaia? Tutti gli esseri umani invecchiano e alla fine muoiono. Più ci si avvicina alla morte, più gli esseri umani sentono la mancanza e ricordano la loro giovinezza. Mi manca la giovinezza dei miei vent’anni. Tuttavia, poiché ho commesso molti errori in gioventù, se potessi tornare indietro nel tempo, vorrei davvero agire bene. Ma la vita non può mai tornare indietro».
Kim Ki-duk

Non poteva ovviamente conoscere il suo destino Kim Ki-duk, tragicamente portato via a fine 2020 a nemmeno sessant’anni di età dalle complicazioni legate al Covid mentre cercava casa in Lituania. Eppure sembra quasi che sentisse il bisogno di riprendere e chiudere definitivamente qualcosa, nello scrivere e mettere in scena Call of God. Forse un ultimo testamento in immagini, o forse la prima di due opere destinate a uscire postume (anche se sull’esistenza dell’altra, preannunciata come completata su IMDb con il titolo Who is God?, non c’è al momento alcuna altra conferma), girata in lingua russa in Kirghizistan nell’estate del 2019 e finita di montare dopo la sua morte seguendo più fedelmente possibile i suoi dettami e i suoi desideri dai collaboratori Audrius Juzėnas e Karolis Labutis. Un film dalla natura forse ancor più profondamente terminale di quanto già non lo fosse Arirang, in cui amore e morte si rincorrono sui medesimi sentieri dei due principali film-cardine, della vita ancor più che della carriera, dell’autore. Con l’amore folle e violento de L’isola che lo lanciò definitivamente nel 2000 e con il sogno di Bi-Mong – Dream che rischiò invece otto anni dopo di farlo smettere per sempre con il cinema, e che, anche dopo la ripresa dell’attività artistica, continuò a segnare un’evidente cesura poetica nella sua filmografia, ormai avvolto in una cupa spirale di crisi e depressione dopo l’incidente (sventato, ma comunque traumatico) che per un errore di calcolo aveva rischiato di soffocare l’attrice protagonista sul set. Ma ci sono anche le mazze da golf già fondamentali in Ferro3, in Call of God. Ci sono anche i misticismi, questa volta intrisi del cristianesimo dell’ultima fase dell’esistenza del regista transfugo in Est Europa dopo le accuse di molestie sessuali ricevute in Corea, già al centro di Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera. E fa scendere un brivido gelido lungo la schiena vedere con il senno di poi la sequenza, quasi preveggente, in cui i protagonisti pochi mesi prima della pandemia che sarà causa della morte di Kim Ki-duk usciranno di casa con i volti già nascosti dalle mascherine. Uno dei momenti più sinceramente toccanti di una fra le proiezioni inevitabilmente più emozionanti (insieme al Riget Exodus di Lars von Trier e in attesa de Gli ultimi giorni dell’umanità di enrico ghezzi, entrambi drammaticamente colpiti da malattia degenerativa) dell’intera Venezia79, in cui è sembrato che in qualche modo l’opera postuma potesse almeno a tratti riportare in vita il suo autore nella luce che colpisce lo schermo. Come se il cinema e più in generale l’arte fossero un antidoto tanto potente da riuscire ad annullare perfino la morte, e a portare avanti ancora per un po’ quella storia d’amore eterno fra Kim e la Mostra restituendo per un’ora e mezza, giusto il tempo di un sogno, l’anima dolce e tormentata del regista al suo pubblico.

È letteralmente una risposta alle telefonate di Dio, Call of God, che a più riprese interrompono l’immaginazione e la premonizione onirica. Una notte sospesa fra desiderio, illusione, incubo, amore, dolore e ripetuti risvegli divini, con tanto di numero salvato come Бог (“Bog”, Dio) che appare in cirillico sul display, in cui vedere il proprio destino per decidere al risveglio se accettarlo oppure no, fino a che punto andare avanti conoscendo già ogni sfaccettatura di un amore pronto a nascere e deflagrare dolcissimo per poi rivelarsi tossico e distruttivo nella folle gelosia e nell’emergere dei più perfidi egoismi. O forse, più semplicemente, un amour fou tanto sublime e totalizzante da non curarsi di chi verrà travolto dalla corsa del suo tsunami: contano solo lei e lui, conta solo ciò che provano uno per l’altro, conta solo il loro reciproco appartenersi al di là di tutto e di tutti. Conta solo il loro sentimento tagliente, violento, possessivo, ennesima declinazione della kimiana, distruttiva disperazione. Un amore totale, puro, inarrestabile, e proprio per questo dalla filigrana inevitabilmente barbara, brutale, crudele, “sporca” proprio come, fra alti (pur senza più capolavori) e bassi, è sempre stata “sporca” la seconda fase del Kim digitale, lontana dagli slanci lirici della prima eppure così perfettamente coerente nella produzione dell’autore coreano. Un amore troppo forte per non fare del male, che Kim Ki-duk cristallizza in una parabola di seduzione e tenerezza da romanzo rosa (proprio quelli che lui scrive e che lei trepidante legge, e dei quali citeranno scherzosamente le frasi nel loro sedursi e iniziale amarsi) che ben presto – «dov’è finita la brava ragazza a cui avevo chiesto la strada?» – non potrà che rivelare la reale natura manipolatoria del rapporto, fatta di litigi e di autoimposto isolamento, di prevaricazioni e di reciproche umiliazioni con cui assicurarsi di essere realmente l’unico per l’altro. Un percorso in cui poco importa che non tutti i raccordi funzionino perfettamente, in cui poco importa che qua e là (si vedano le altre telefonate notturne con cui la protagonista di fatto spiega il film alla madre e a un’amica) ci sia qualcosa di troppo didascalico, in cui poco importa mettersi a pensare a come sarebbe potuto essere Call of God, in ogni caso e al netto dei suoi limiti probabilmente il migliore della produzione recente del regista, se Kim fosse riuscito a finirlo personalmente. Quello che conta è come si tratti di un film assolutamente ‘suo’, di un lascito che in qualche modo chiude un cerchio, di un ritorno reale e percepibile, sentimentale e quasi fisico.

Non è certo un caso che si chiami “Il sogno”, la caffetteria in cui la protagonista conoscerà Daniel. Quel limbo sospeso fra la realtà e l’immaginazione in cui essere borseggiati e salvati dall’altro, ma soprattutto in cui guardarsi, parlarsi, cominciare a desiderarsi mentre istintivamente ci si ritrae; quella dimensione onirica da sempre ossessione di Kim Ki-duk in cui tutto appare al contempo vicino e sfuggente, come quelle labbra che non si riescono a smettere di guardare, come l’odore di quella pelle che si immagina di sfiorare ma che ancora rimane a distanza, come l’anticamera di quel primo bacio così inafferrabile dietro il parabrezza dell’auto rigato dal riflesso dei rami. Ma anche come quel sesso, in macchina con un piede poggiato al finestrino o gemendo apposta al telefono quando chiama una ex da allontanare per sempre, che diventa ben presto arma di ricatto per trattenere l’altro mentre il melò si vena di thriller, mentre il sentimento si vena di gelosia, cinismo e colpe prive di sensi di colpa, mentre l’amore si dimostra «abominevole come l’odio» fra il volpino di lui scagliato dalla finestra – «in questa casa non c’è spazio per due cagne» – e lei schiaffeggiata in un impeto di gelosia solo per aver risposto alle domande dell’anziano custode del cimitero, o ancora fra un’innocente spinta al suicidio e un innocente aggredito e ucciso nella sua abitazione, un po’ a ribaltare La finestra sul cortile, solo per essersi preoccupato, avere (nemmeno troppo) frainteso e aver cercato di dare una mano. Fino alla fine del sogno e al nuovo inizio della realtà, al bianco e nero che diventa colore, alla storia che riparte dall’inizio, dalla caffetteria “Il sogno”, dal primo incontro. Da una storia già scritta, eppure ancora tutta da riscrivere. Proprio come il cinema di Kim Ki-duk, ancora capace di giungere a una Mostra e sorprendere a due anni di distanza dalla morte del suo autore, ancora capace di rielaborare le sue ossessioni di sempre, ancora capace di rivelarsi pulsante, controverso, disturbante, doloroso. Ancora profondamente vivo, e proprio per questo, per il solo fatto di esistere, così irresistibilmente commovente. E se fosse proprio lui il demiurgo che, fra la realtà e il sogno, ancora telefona dal cielo?

Marco Romagna

“Call of God” (2022)
81 min | N/A | Kyrgyzstan / Estonia / Latvia
Regista Kim Ki-duk
Sceneggiatori N/A
Attori principali Abylai Maratov, Zhanel Sergazina
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

SAINT OMER (2022), di Alice Diop di Donato D'Elia
ARGENTINA 1985 (2022), di Santiago Mitre di Anna Chiari
BLONDE (2022), di Andrew Dominik di Marco Romagna
THE LISTENER (2022), di Steve Buscemi di Marco Romagna
PEARL (2022), di Ti West di Nicola Settis
EISMAYER (2022), di David Wagner di Marco Romagna