12 Settembre 2015 -

BEHEMOTH (2015)
di Zhao Liang

In un festival diretto da Müller, lo avremmo ritrovato sul programma delle proiezioni con la dicitura “film a sorpresa”. Sotto la gestione precedente del festival, gemme orientali assolute come Beixi Moshuo sarebbero state il film a sorpresa, statisticamente proveniente dalla Cina (come fu due anni fa il vincente ma deludente People Mountain People Sea di Caj Shangjun, leone alla regia), che scompagina il concorso e le già granitiche convinzioni di pubblico e critica. Qui invece il calendario relega Behemoth (questo il titolo internazionale, dal nome della creatura biblica sotterranea citata nel libro di Giobbe) in coda alla programmazione, e il regista Liang Zhao, documentarista cinese con background di fotografo, discretamente annunciato come – appunto – “il documentarista cinese”, che non è Wang Bing, qui ormai leggenda.

Sorpresa o non sorpresa, Behemoth ha surclassato quasi (diciamo quasi perché Sokurov ancora aleggia e Skolimovsky ancora rumoreggia) tutto il concorso, facendo trovare d’accordo una nutrita schiera di cinefili che ancora faticavano a trovare un terreno comune di film “leonabile”. Con il vecchio People Mountain, Behemoth ha in comune il tema del lavoro dei minatori, qui però denunciato in ben altri termini, e con ben altra sapienza narrativa e creativa. Il regista si ritaglia un ruolo di discreta voce fuori campo, ispirando il suo discorso, massimamente poetico e politico al contempo, niente di meno che alla Divina Commedia: con delle sentenze che in realtà sono aneliti, sono enunciazioni di speranze, sono un fedele diario di emozioni e sensazioni. Non ascoltiamo mai descrizioni di quello che stiamo vedendo: la voce interviene quando il frastuono delle macchine e la fatica umana trovano momentaneo riposo, e il furente racconto del lavoro dentro le viscere della Mongolia si placa per lasciare spazio ai respiri, seppur faticosi, affannosi, malati degli operai. Operai che poi muoiono. E la denuncia è timidamente espressa con una sola inquadratura di una silenziosa protesta delle vedove. Per il resto, la cinepresa di Liang Zhao si preoccupa di restituirci ogni goccia di dignità che questi volti sporchi e affaticati riescono a stillare, in una sequenza che da sola varrebbe il film ma invece non ne è che una parte, in un ricchissimo arcipelago di isole visive sapientemente orchestrate fotograficamente (campi lunghi quasi fordiani: regista cui attingono molto i registi cinesi in cerca di un certo lirismo, si ricorderanno alcune sequenze di San Zimei di Wang Bing, che a Ford devono molto) ma anche, soprattutto, sul piano sonoro, superiore a ogni lode.

E come Dante, che “come corpo morto cade”, anche Liang Zhao intercala il racconto con immaginifiche inquadrature di un corpo nudo e dormiente su un suolo apparentemente rassicurante ma sotto il quale sono in atto i demoniaci processi di cui ci ha resi testimoni: il Behemoth che scava, fonde, distrugge. E una certa frattura dei campi lunghi, osservabile con occhio attento, descrive, annuncia, anticipa le fratture sotterranee. Tutto questo lavoro, per che cosa? Tutto il liquido nero estratto dai polmoni degli operai, per che cosa? Tutte queste morti, per che cosa? E anche tutta questa poesia, per che cosa? Per erigere i paradisi residenziali fantasma di cui la Cina si sta dotando, per accogliere non si sa quale esubero di popolazione, provocando un danno umano incalcolabile, ma anche un disastro ecologico non indifferente: queste continue estrazioni stanno prosciugando il suolo mongolo, con effetti comprensibilmente devastanti.

Elio Di Pace

“Behemoth” (2015)
95 min | Documentary | China / France
Regista Liang Zhao
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating 7.5

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