27 Giugno 2019 -

BAB EL HADID – CAIRO STATION (1958)
di Youssef Chahine

Lo sputo in faccia di un esagitato giornalista, sonori fischi a riecheggiare per la sala, e persino la famiglia del regista che si dissocia, prende le distanze, quasi lo ripudia. Una reazione alla prima proiezione pubblica che il sommo Youssef Chahine, nell’Egitto del 1958, probabilmente si aspettava, perfettamente conscio di avere appena firmato, con il suo undicesimo lungometraggio Bab el Hadid, un punto di rottura totale con tutto quello che era stato il precedente, e tutto sommato trascurabile, cinema del Paese. Ben sapeva di aver scritto, diretto e interpretato un film troppo avanti sui tempi nella sua visione sociale e nella sua commistione di generi, un capolavoro che avrebbe avuto bisogno di tempo per essere realmente capito e riconosciuto in tutta la sua grandezza anche nel mondo arabo. Non era facile del resto, per il rigido costume, accettare un protagonista voyeurista e libidinoso, lascivo e sessuomane, al contempo vittima e carnefice fino alla criminalità del suo stesso patologico desiderio, così come non era facile accettare la visione dura e apertamente politica, per molti versi documentaristica, delle condizioni del proletariato nella stazione del Cairo, fra facchini sfruttati sul piede di sciopero e altrettanto sfruttate, ma illegali e quindi costrette a continue fughe anche dalla polizia, venditrici di bibite fresche. Donne libere e magari, come la procace e già promessa Hanouma della quale il protagonista si invaghisce, non particolarmente difficili nei costumi, pienamente consapevoli della propria sessualità e pronte a giocare alla seduzione fino a trasformare una punizione nella chiara metafora sessuale dei binari sballottati dal passaggio delle ruote del treno, paradigma di quelle stesse dinamiche di ammodernamento sociale che in tutto il Paese si scontravano con il conservatorismo islamico – con tanto di stoccata nemmeno troppo velata di Chahine, cresciuto con formazione cattolica ma tendente per natura all’agnosticismo e alla mentalità dei suoi studi occidentali, alla radicalizzazione che copre i volti alle donne. Lo zoppo Qinawi, magistralmente interpretato dallo stesso regista, è sin da subito a causa del suo difetto fisico un reietto fra i reietti, un emarginato fra gli emarginati, un invisibile sociale al quale non rimane che guardare e sognare fino all’inevitabile implosione della violenza, quando il rifiuto porta alla distruzione, quando la frustrazione diventa chiodo fisso, quando l’ossessione sconfina nella follia, e quando la commedia di costume, passando per lo sguardo di umana pietà del Neorealismo italiano, per le danze di corpi e di sguardi della Nouvelle Vague, per la suspense del poliziesco americano e per le emozioni del più cupo e crepitante melodramma, cede il passo alla pura tragedia dell’atroce eppur sublime finale. È l’altra faccia dell’amore, è la sua risacca più distruttiva, è il suo andare in frantumi e diventare scheggia tagliente dopo lo schianto contro un muro di insuccesso e mortificazione, o forse è coltello, goccia di sangue, ultimo inganno, circonvenzione di incapace, camicia di forza. Dramma dall’impossibile lieto fine.

Tradotto letteralmente dall’arabo vuole dire “porta di ferro” Bab el Hadid, ma il suo titolo internazionale è sempre stato Cairo Station, trasformato poi nelle varie traduzioni di Stazione Centrale per le singole versioni nazionali. Ed è in un certo senso proprio la stazione del Cairo la vara protagonista del film, non-luogo per antonomasia che nel suo rutilare di genti di passaggio ospita ogni contraddizione e ipocrisia della società, ogni amore inconfessabile, ogni allusività, ogni lavoro inventato, ogni ripicca, ogni sotterfugio, ogni ossessione, ogni sfruttamento contro i lavoratori che Abu Siri vorrebbe riunire in sindacato, ma anche ogni gesto di pietà. Come è un puro gesto di pietà quello sul quale, ancor prima dei titoli di testa, si apre il film. Il giornalaio Madbouli, un giorno come tanti, trova il vagabondo Qinawi e, notata la sua zoppia, decide di dargli un posto dove stare e un lavoro come aiutante. Solo successivamente si renderà conto della sua attrazione patologica nei confronti delle donne, dei suoi sempre più psicopatici ritagli di giornale con i quali sognare una vita normale dopo chissà quanti rifiuti, e poi del suo nascondersi per spiare Hanouma nella trasparenza delle sue vesti bagnate, innamorato della promessa sposa di Abu Siri al punto di proporle l’impossibile matrimonio con tanto di regali e gioielli mentre lei, rimanendo girata verso il mondo che la aspetta, nemmeno lo guarda in faccia. È l’ennesima umiliazione, è l’ennesimo rifiuto, è la rottura del difficile equilibrio del represso Qinawi, fanciullesco nelle sue reazioni fra la danza dentro e fuori dal treno e la distruttiva gelosia quando la situazione precipita. «Basta una parola dolce per ottenere tutto quello che si vuole, ma ne basta una cattiva per scatenare chissà quali reazioni», dicono espressamente di lui, tanto che anche dopo l’aggressione della donna sbagliata che credeva Hanouma, violentemente accoltellata e rinchiusa nel baule che avrebbe dovuto contenere il corredo della sposa per essere spedito chissà dove, il suo stato di fronte a Madbouli è confusionale, farfugliante, ormai incapace persino di parlare e proprio per questo sostanziale reo confesso nell’aprire ai primi sospetti e alle prime paure. Ancora inconsapevole del suo ennesimo fallimento, del suo non essere nemmeno riuscito a uccidere la donna (sbagliata) nel tentativo di vendicarsi di chi non lo ha voluto, o per lo meno di toglierla anche al suo futuro marito. Ma non c’è mai reale cattiveria nelle sue azioni, non c’è mai reale attitudine malvagia nemmeno nella discesa nell’inferno criminale, nemmeno quando il suo guardare diventa sogno malato di possesso, di ferocia, di efferata brutalità, di istinto predatorio che non potrà che portare alla distruzione. C’è solo dolore, c’è solo reazione smodata a una vita di frustrazioni, c’è solo una follia a lungo covata e ora esplosa nelle sue forme più devastanti. Tanto che nemmeno nei momenti di massima violenza, nemmeno di fronte all’attesa, alle coltellate e all’occultamento di (non) cadavere del tentato omicidio, e soprattutto nemmeno quando “giustizia” sarà fatta con Qinawi portato via in camicia di forza subito dopo aver sognato il suo matrimonio con la bella, scemeranno per un solo istante la profonda umanità di Chahine e la sua empatia nei confronti di tutti i personaggi. Un regista disposto a mettere in scena e seguire il suo protagonista negli anfratti più bui della sua mente avvilita, negli errori e negli orrori, nelle estreme conseguenze della sua vita da represso, da emarginato, da rifiutato, da pazzo. Non esiste “colpa”, esiste solo il dolore di un mendicante zoppo costretto a una vita ingenerosa, esiste solo la solare, contagiosa e incantevole libertà seduttiva di Hanouma, ed esiste solo la contraddizione fra l’Abu Siri lavoratore in lotta per i diritti di tutti e l’Abu Siri geloso e dispotico patriarca che picchia la futura moglie disubbidiente, a sua volta contraddetta dalla malleabilità del suo desiderio, così simile a quello di Qinawi eppure soddisfatto, quando Hanouma sorridendo scopre le cosce e allarga un po’ il décolleté.

Youssef Chahine attraversa liberamente generi e modalità di narrazione intrecciando la sua formazione cinematografica statunitense con la sua passione per Rossellini, passando dai toni comici a quelli tragici, plasmando i personaggi e l’intreccio principale sull’ambiente in cui la vicenda si sviluppa. Ci sono danze, canzoni e inseguimenti lungo i vagoni, ci sono i secchi da riempire d’acqua fredda e le bottiglie gasate con cui giocare a schizzarsi, ci sono gli infortuni e le assemblee dei facchini, ci sono i giochi delle ragazze, ci sono i capi proletari che sfruttano chi è ancor più proletario di loro, ci sono le genti di passaggio, ci sono i saluti alla stazione, e poi ci sono i giornali che ispirano l’omicidio fra famiglie tradite e sguardi che dicono più di qualsiasi parola. Ci sono gli amori accettati e quelli negati, ci sono le pulsioni e le aggressioni, e ci sono i desideri repressi che diventano sempre di più patologia, senso frustrato di possesso e quindi devastazione, annichilimento, dissociazione dalla realtà. Ciò che è mancato nella proiezione al Cinema Ritrovato 2019, semmai, è la grana della pellicola, è la leggera instabilità dell’immagine originale, è qualche granello di polvere depositato sull’emulsione, inevitabile in un film del tempo e invece totalmente assente in questa copia. Così come mancano i marker di fine rullo, e così come manca il (necessario, in un film che è anche sul caldo sudaticcio della stazione) crepitio dei bianchi, in una pulizia completa e totale che nel suo 4K digitale finisce per appiattire i chiaroscuri, per eliminare ogni segno di fisicità oltre a quelli del tempo e per riportare quindi non al film al momento della sua prima proiezione, ma a quello che sarebbe lo standard visivo se fosse girato oggi. Una mancanza che ovviamente non dipende dal capolavoro di Chahine, ma dalle mani che lo hanno “restaurato” fino al falso d’autore, fino all’impossibile, fino al film che non è mai esistito, ennesimo tassello di quel filone di restauri “migliorativi” che, da Rossellini a Vigo, passando per Ozu e Kubrick ma l’elenco potrebbe andare avanti molto a lungo, sta irrimediabilmente rovinando la storia del cinema. E dispiace che sia proprio l’Association Youssef Chahine, in collaborazione con MISR International Films e il laboratorio Rotana, la committente di un lavoro così poco filologico. Certo, la qualità di Bab ed Hadid non viene intaccata, non è possibile farlo, ma rimane il rimpianto per la sostanziale negazione del corrispettivo visivo di quell’ossessione per cui Qinawi sarà destinato a innescare la tragedia. Un’ossessione perfettamente scritta e analizzata da Chahine, un’ossessione fatta di dialoghi e corredi nuziali immaginari, di sorrisi che nascondono ipocrisia, dolore e frustrazione, di coltelli comprati e portati lungamente in giro per la stazione, di farfugliamenti quando ci si ritrova con le spalle al muro, e infine di vera e propria caccia mentre si è cacciati, con Hanouma braccata da Qinawi a sua volta braccato dall’intera stazione. E non è certo un caso che per fermarlo serva l’intervento di Madbouli, l’unico realmente in grado di vedere e di capire Qinawi, pronto a diventare “regista” della sua ultima visione mentre il suo sguardo da folle ritorna rilassato, mentre gli viene strappato il coltello di mano, mentre gli viene messa come abito nuziale la camicia di forza. Dopo la quale divincolarsi non servirà più a nulla. Si può solo incassare, commossi, vicini, disperati. Coprendo con gli applausi, di fronte a una pietra miliare del cinema non solo panarabo, tutte quelle ridicole voci contro di sessantuno anni fa.

Marco Romagna

“Cairo Station” (1958)
77 min | Comedy, Crime, Drama | Egypt
Regista Youssef Chahine
Sceneggiatori Mohamed Abu Youssef (dialogue), Abdel Hai Adib
Attori principali Farid Shawqi, Hind Rustum, Youssef Chahine, Hassan el Baroudi
IMDb Rating 7.8

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