17 Febbraio 2016 -

A ROAD (2015)
di Daichi Sugimoto

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.
Perché il giudizio universale non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo”

Giorgio Gaber, La strada

Daichi Sugimoto, da bambino, adorava filmarsi mentre catturava le lucertole. Un passatempo innocente, un gioco d’infanzia, la sincerità fanciullesca del correre per i prati prendendo contatto con la natura e al contempo l’essenza bestiale dell’uomo, animale più forte e quindi despota gigante che prende in mano l’essere più debole e lo mette in una scatola per usarlo come una sorta di soprammobile animato da compagnia. Oggi, Daichi Sugimoto ha solo pochi anni in più, studente universitario che ha appena realizzato il suo sogno di essere ammesso alla facoltà di Cinema e adolescente all’alba dei 20 anni in preda alle inevitabili problematiche dell’età di passaggio, quella in cui cambiano la voce e il fisico, quella in cui mutano i rapporti con la madre e con gli amici, quella in cui ci si sente grandi ma al contempo si comincia già a guardare indietro ricercando la propria infanzia perduta. Vent’anni: l’età, nel caso del precocissimo filmmaker nipponico, per esordire al lungometraggio.
A Road (titolo originale Aru Michi), scritto, diretto e interpretato dal giovane regista e presentato a Berlino nella sezione Forum, è un film sicuramente immaturo e imperfetto, ma già in grado di sorprendere per freschezza e sincerità. Un film molto piccolo, ovviamente, curioso meticciamento fra documentario e coming of age nel quale Sugimoto si mette in scena nel focolare domestico, nel cambio della compagnia di amici, nella necessità di un percorso di crescita che non può prescindere dal passato. Un film che sa giocare con i generi e le modalità di racconto, dimostrando diverse idee di regia già pienamente radicate: come nella percezione adolescenziale, i tempi vengono accorciati e dilatati a seconda delle emozioni vissute, ora serrati nelle corse in moto e in bici, ora fissi e riflessivi in casa, adattando di volta in volta la propria grammatica filmica alla sequenza da girare. Si tratta, inoltre, di un film squisitamente metacinematografico, dove non di rado Sugimoto parla con l’operatore commentando le sue capacità di mantenere l’inquadratura, riportando alla mente un altro esordio ancor più folgorante, quel I am Sion Sono con cui il regista di Toyokawa iniziava a impressionare nel 1985, dieci anni prima che Daichi Sugimoto nascesse, i suoi primi rulli in Super8. In A Road non c’è lo stesso gusto per la sperimentazione che portava Sono a creare esordi già fondamentali e imperdibili, ma si può respirare la stessa acuta cinefilia, la stessa candida passione e, almeno in potenza, un analogo talento.

L’adolescenza, come ci è stato ricordato da Daichi Sugimoto, è un’età di mutazione e di passaggio, sempre di corsa fra pulsioni sessuali, una voglia di studiare che costantemente si assottiglia e persone con le quali siamo cresciuti ma che ormai non riconosciamo più: stiamo cambiando noi, stanno cambiando loro. Da quello che era migliore amico a scuola, con il quale ormai il rapporto è ridotto a sporadiche passeggiate rivangando i tempi andati e quei compiti in classe clamorosamente copiati, ad ex compagni che da quando hanno la patente sono spariti preferendo la strada alla piazza, fino a quelli che credevamo amici carissimi e che ora ci sembrano improvvisamente vuoti, stupidi, superficiali, drammaticamente poco interessanti. Amici che sono rimasti troppo piccoli, amici che sono diventati troppo grandi. Daichi mostra i pasti con la madre, rituale momento di condivisione nel quale però le parole dette sono ogni giorno sempre meno, mostra i nuovi amici conosciuti per caso e con i quali si scopre di avere molto più in comune rispetto a quelli storici, mette in scena la voglia di libertà fra le lunghe corse in bicicletta verso il mare e le ridanciane pisciate comunitarie all’aria aperta, senza dimenticare la giapponesissima tradizione del ramen in tavola, né la passione ancestrale per la macchina da presa come fabbrica di sogni.
A Road è un film su comunicazione e incomunicabilità, conflitti generazionali che esplodono anche all’interno della stessa generazione, bisogno atavico di riscoprire l’infanzia per potere fuggire dai drammi interiori dell’adolescenza e tuffarsi davvero nell’età adulta. È un film ancora imperfetto, acerbo, troppo ripetitivo nella parte centrale e che forse non brilla per originalità, ma si tratta di un film assolutamente interessante, esordio di un nome che, siamo pronti a scommetterci, risentiremo nei prossimi anni. Daichi Sugimoto, sul punto zenitale della propria adolescenza, si rende conto della necessità di riappropriarsi della propria infanzia, si rende conto della necessità di ricominciare a catturare le lucertole, si rende conto dell’importanza del gioco, della spensieratezza, del proprio passato. Riguarda i vecchi video e poi torna nei campi, a vivere e rappresentare la propria vita. Fino a non riuscire più a trovare la videocamera, che però è in realtà ancora accesa e lo sta filmando. Una videocamera che verrà rimessa nello zaino, per ripartire alla scoperta del mondo e di se stessi. Rimangono la lucertola che cammina nella scatola trasparente, un gatto che la guarda fra la fascinazione per le altre specie e i suoi istinti felini da cacciatore, un regista nato a metà degli anni Novanta con un indubbio talento e un futuro roseo all’orizzonte. A road non è (ancora) un gran film, ma è senza dubbio un grido di libertà sincero e ancestrale sulla riscoperta dell’entusiasmo che da sempre ci scuote e ci forma. Non ci resta che rimanere alla finestra, aspettando che Daichi Sugimoto torni a far parlare di sé. Siamo convinti che accadrà.

Marco Romagna

“A Road” (2015)
85 min | Drama | Japan
Regista Daichi Sugimoto
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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