5 Giugno 2017 - e

70° Festival de Cannes_17-28 maggio 2017_Verifiche incerte

Correva una volta, o meglio la settimana scorsa, la chiusura di Cannes, ed era assolutamente necessario che si fermassero del tutto le bocce per poter provare a tracciare un inutile bilancio, era assolutamente necessario che passasse qualche giorno per sbaraccare e rifare ordine, era necessario che Claudia Cardinale smettesse di volteggiare. L’impossibilità della verifica (più che mai incerta) di una kermesse del genere è resa da quel corpo morbido e sinuoso che la rassegna francese tenta da anni di esibire come nota a margine dell’incorruttibile potenza politica ed estetica del Festival; ma le primavere passano e l’Occidente tutto è un’entità irriconoscibile per entità del genere. Bisognerebbe parlare della diatriba ignobile (ovviamente da ambo le parti) tra Netflix e la giuria, della quantità abnorme e ridicola dei controlli anti-terrorismo (ovviamente per tutti coloro che lì erano a lavorare, ma anche dell’inutilità del metal detector all’entrata per proteggere le 4000 persone che in attesa del suddetto detector vengono ammassate all’esterno), della povertà di un programma ormai talmente arroccato su se stesso da rendere pressoché inevitabili le previsioni su coloro che saranno in selezione il prossimo anno (e azzeccarle, in buonissima parte, a occhi chiusi). Bisognerebbe parlare di queste celebrazioni del 70esimo sull’asse Lescure/Fremaux, della “grandeur” esibita in maniera così maniacale e autocelebrativa, e dell’insofferenza generalizzata che serpeggiava in sala stampa tra carenze organizzative e artistiche. Come ben vedete, per parlare di Cannes dovremmo citare tutte le caratterizzazioni interne a un Festival (del cinema, ma non solo) ed elevarle alla massima espressione, estremizzarle fino all’esplosione. Il senso del vivere isolati da qualsiasi realtà in un palazzo per due settimane è quello della bulimia assoluta di opere, persone, sale che mai riescono a trovare una contestualizzazione e tanto meno un contatto verso cosa vi è al di fuori di quel palazzo.

Potremmo parlare di qualsiasi cosa, perché Cannes è il paradiso ed è l’inferno, è il grande film ed è la pressione per chi deve scrivere con ritmi folli, è la parata di nomi e lustrini di fronte al mare della Costa Azzurra ed è il nutrirsi poco e molto spesso male, è l’esibizione di potenza ed è una carenza di sonno che si fa sempre più drammatica, è il rituale del pranzo all’Aioli ed è l’ansia da prestazione, è il tappeto rosso da calcare per entrare in ogni sala ed è una gestione perversa degli accrediti stampa fatta ben più di anzianità che di valutazioni della qualità del lavoro, e da qui i nostri salti mortali, le nostre mosse fantasiose e i nostri sforzi economici per essere in numero (in)sufficiente per poter approfondire come vogliamo un evento di queste dimensioni. E poi ovviamente Cannes è il suo palmarés, l’apice dell’autocelebrazione, dal Premio della Giuria (probabilmente troppo poco) per Loveless alla Palma d’Oro (probabilmente troppo) per The Square dello svedese Ruben Ostlund, passando per il Grand Prix ai 120bpm di Campillo, per il premio per la regia a una Sofia Coppola che perde malamente il confronto a distanza con Don Siegel, per gli attori Joaquin Phoenix e Diane Kruger, per il premio inventato di sana pianta per una Nicole Kidman pressoché onnipresente sugli schermi di questa edizione. In tutto questo, a partire dalla sigla che precede ogni proiezione – quest’anno fatta anche di grandi nomi di registi per celebrare il Settantesimo, ma pur sempre una scalinata che dal fondo del mare procede oltre il cielo fino alla Palma – quello che passa in secondo piano sono proprio i film e le loro immagini, che vengono tristemente relegati a margine, come un contorno nemmeno troppo apprezzato. Meno male, verrebbe da dire, che c’è la Quinzaine des Réalisateurs, che invece proprio a partire dalla “sua” sigla magnifica, quasi commovente, rimette al centro i film e chi li fa, i fotogrammi, le storie, la ben precisa selezione dall’afflato umano. Quello di Cannes70 è stato universalmente battezzato come peggior concorso degli ultimi 10, se non 20, anni. Probabilmente è vero, ma, come si scriveva come intento programmatico già in apertura, dando la precedenza agli autori e non alle sezioni, e quindi saltando tanta parte della competizione principale per fare spazio alla Quinzaine, a Un Certain Regard e al Fuori Concorso, a differenza di tanti altri non possiamo certo parlare di brutto Festival, ma al massimo di un qualcosa magari con poche vette inusitate (le prime due puntate del nuovo Twin Peaks24Frames di Kiarostami, L’amant d’un jour di Philippe Garrel), ma un buonissimo livello medio. Però questo, come dicevamo, conta poco, perché i film a Cannes sono – sempre più – il companatico e non la sostanza, il contorno e non il piatto forte, il riempitivo fra un tappeto rosso e un photocall. Come se il Festival, in un certo senso, si stesse auto-fagocitando.

E allora pensiamo un attimo a cosa ci potrebbe rimanere di questa avventura, al di là di qualche fotogramma, dei conti in banca svuotati per lavorare gratis, delle 13 notti dalla durata media di due ore e mezzo passate praticamente per terra, dell’aver follemente affrontato il viaggio in scooter e soprattutto del fatto che tutto questo ci sembri assolutamente normale. Sicuramente rimane un’assenza, molto più ingombrante di qualsiasi presenza. È quella di Jean-Luc Godard (tra il biopic e la dedica dell’amica, tra l’esperienza sul set e il suo film mancante) e del (suo) cinema in generale, capace due anni fa ancora di mostrarci la frattura dell’immagine nel nostro nuovo secolo, ma la cui stessa immagine per (questo) festival non deve esistere. Rimarrà come evento, almeno sentimentale, la proiezione in 35mm dell’Atalante di Jean Vigo, unica resistenza possibile davanti alla desolante fragilità di tutta questa (sovra)struttura. L’anarchia contro la museificazione, la libertà di osare contro il nostro essere figurine istallate in questo disegno, il gioco scanzonato rispetto ai Kalashnikov portati a spasso per una settimana sulla Croisette. L’amore, quello che ci ha portati in quella sala (nonostante l’evento fosse anch’esso istituzionalizzato e preconfezionato) a guardare quel film, fino ad alzarci e tornare a camminare. Rimane infine la purezza e l’ingenuità ci chi per la prima volta capita in quel microcosmo e ne subisce il fascino di un incontro, di una parola e finalmente di un proiezione. Lo stupore che, quando riflesso, può tornare ad apparire addirittura a disillusi come noi. Rimangono l’Aioli ed il Giro d’Italia, la nuova terrazza con vista (alcolica) e la notte in cui provarsi il papillon (per scherzo, giammai in sala). Rimane infine una frase, di un amico e collega, “i film se non sono presi per mano non valgono più nulla”, che racchiude in modo mirabile tutto questo sentire. Un auspicio probabilmente, una frase distantissima nel mondo (dell’immagine) d’oggi, l’ingenuità propria nell’infanzia ludica e flagrante dell’arte più nuova. Un motto fantasmatico da portarsi nel cuore, da accompagnare per mano; quello che Cannes non potrà più essere, ma quello che ancora riesce a evocare. C’erano una volta i film (e nessuno sa se ci sono ancora).

Erik Negro, Marco Romagna

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