«Quello che stiamo filmando non verrà pubblicato né trasmesso, non ti preoccupare. Ti prometto che nessun israeliano vedrà queste immagini, nemmeno uno. Stiamo preparando un documentario che verrà forse mostrato fra molti anni, non saresti più riconoscibile». Una rassicurazione, data nel 2001 a un operaio ritratto fra le macerie della sua casa di Gaza City sventrata da un missile e preoccupato che la sua apparizione in video gli potesse costare il permesso di lavoro, in cui sta in qualche modo tutta la “Storia” di With Hasan in Gaza, tutto il suo stratificarsi lungo il tempo di una tragedia e di una devastazione. Un tempo in cui diventare l’ennesima immagine fantasma, prima mancante e poi ritrovata, del cinema di assenze e spettri di Kamal Aljafari, che presenta in apertura di concorso al 78esimo Locarno Film Festival un ultimo e magnifico lavoro che in realtà è letteralmente il suo primo, rimasto inedito per quasi un quarto di secolo e solo adesso – proprio adesso, mentre il conflitto ha definitivamente assunto i connotati del genocidio nel colpevole, criminale, silenzio/assenso dell’intero occidente, e le immagini di una Palestina “normale” e brulicante di vita tragicamente assumono tutt’altro significato, urgente e straziante come il grido soffocato e non più rimandabile di un Popolo portato allo stremo – provvidenzialmente riemerso dallo scorrere magnetico di tre vecchie miniDV d’archivio non più pubblico ma personale. Senza bisogno, questa volta, della contro-violenza che nel precedente, militante, sin dal titolo partigiano A Fidai film letteralmente censurava con il rosso del sangue tutto ciò che era israeliano, ma quasi all’opposto attraverso il fuori campo, l’implicito, la struggente evidenza della negazione; il destino sconosciuto eppure facilmente intuibile come atroce degli uomini, delle donne e dei bambini incontrati lungo la via, il dopo che ha seguito e che sta seguendo quel prima dei primissimi Duemila, e che non è in alcun modo necessario includere nel film perché orrore quotidiano che è impossibile non avere già nel fondo degli occhi, come una cicatrice sul cuore. Sullo schermo è più che sufficiente vedere il videodiario di un breve viaggio, da nord a sud di Gaza City lungo lo spazio di due giorni, il primo e il 2 novembre 2001 in cui la provocatoria visita di Sharon al Monte del Tempio aveva da pochi mesi dato il la da alla seconda Intifada mentre ancora la Palestina non aveva finito di leccarsi le ferite lasciate dalla violenta repressione della prima, alla ricerca di un uomo conosciuto in carcere durante i sette mesi di sbarre e trattamenti disumani subiti nell’89 da Aljafari, innocente ma falsamente accusato di far parte di un gruppo di lotta armata. Ad accompagnare il regista, giovanissimo nei momenti in cui passa di mano la sua macchina da presa per lasciarsi inquadrare, la guida Hasan a cui il film è dedicato sin dal titolo, primo tassello del ritratto orgoglioso e malinconico, da qualche parte fra l’omaggio e il requiem, di una città che esisteva e che adesso non esiste più, con la sua umanità indomita, con la sua vita quotidiana e con i suoi sprazzi di ordinarietà ormai da tempo cancellati dallo stato d’eccezione. Una città fatta di volti, di incontri, di campi profughi, di storie personali che non si può sapere come siano andate a finire, di piccole e grandi resistenze quotidiane fra i bombardamenti notturni nemmeno troppo in lontananza e i falsi cessate il fuoco. Ma fatta anche di palazzi ancora in piedi, di traffico, di biciclette, di negozi, di mercati, di donne, di bambini, di cooperazione, di rapporti umani, di partecipazione collettiva. Di intimità familiare e quindi di speranza, di umanità, di tenerezza, di futuro (apparentemente) possibile e per il quale lottare in ogni modo, giorno dopo giorno.
È per questo che With Hasan in Gaza si apre con una poesia e, fra i suoi montaggi in macchina e le didascalie che progressivamente raccontano in prima persona l’esperienza carceraria di Aljafari e riflettono sul senso di prigionia e di appartenenza, continuerà a usare come segno di interpunzione la musica, forse proprio quella stessa musica che aveva accompagnato il (futuro, in erba) regista e Hasan negli spostamenti in auto durante il loro viaggio. Come a voler rivendicare l’identità e il diritto alla normalità di un popolo che sta venendo cancellato a partire dalla sua creatività, dal suo ingegno e dai suoi lasciti espressivi, che in ogni caso non possono prescindere nei loro testi e nei loro riferimenti dalla situazione geopolitica e da ottant’anni (anche se al tempo “solo” 56) di sangue versato, anche quando celebrano l’amore e l’esistenza nonostante tutto. L’ennesima riappropriazione culturale del regista palestinese, alla ricerca (impossibile) di un uomo che non potrà che diventare istantanea drammaticamente ingiallita della memoria e della vita quotidiana di un intero popolo, in auto e a piedi fra le strade, le case e i negozi, fra la moschea e la spiaggia, fra le saracinesche abbassate di chi non ha retto la crisi economica della prima Intifada e le facciate crivellate delle case colpite dalle bombe. Ma anche fra le partite a carte degli anziani, gli animali da accudire e la giocosa pesca a mani nude dei bambini, magari accompagnati in spiaggia da un padre appena uscito dal carcere con tutte le intenzioni di recuperare il tempo familiare perduto, mentre in un solo movimento di macchina le sue parole finiscono per perdersi nel vento e nello sciabordio del mare proprio come da sempre la voce dell’intera Palestina viene sistematicamente silenziata dal rumore delle distrazioni di massa. Del resto non è un certo caso che nel corso delle efferate offensive degli ultimi due anni le Forze di Difesa Israeliane abbiano deciso di vietare l’ingresso di qualsiasi giornalista o fotoreporter nella Striscia di Gaza, mentre impunemente massacravano uno per uno i giornalisti e fotoreporter palestinesi. Perfettamente consci, al pari di Aljafari, di come una videocamera possa essere una vera e propria arma, già al tempo da tenere rigorosamente nascosta ai vari checkpoint e posti di blocco per non vedersela ritirata. Quella stessa videocamera rigorosamente a mano, inevitabilmente nervosa, a tratti incerta e proprio per questo se possibile ancora più umana, con cui ritrovarsi nella notte in una casa fra le bombe che cadono, relativamente ancora al sicuro eppure in costante tensione, in veglia, in attesa, fra il rumore delle esplosioni e i colori accesi della cameretta dei bambini. Quella stessa videocamera con cui guardare alla realtà hic et nunc di un luogo destinato alla distruzione, già gigantesca prigione a cielo aperto eppure terra (ancora) viva, vibrante, caotica, identitaria, orgogliosa del suo sguardo verso il futuro, dei suoi mercati più e meno improvvisati di pesce, dei suoi bambini che ridono e ballano, del suo cibo preparato per strada. Quella stessa videocamera con cui ritrovare l’utopia del cinema e la capacità di ragionare per immagini/sulle immagini strappate via dal carcere, dalle luci accese h24, dal rumore di chiavi prima delle percosse, dall’odore penetrante di cibo prima del digiuno. Quella stessa videocamera, e quello stesso software di montaggio, con cui Kamal Aljafari lotta ogni giorno, fotogramma dopo fotogramma, lungo un’intera carriera passata al servizio del proprio Popolo fra le immagini d’archivio e il sistematico recupero delle tracce di una memoria perduta o per meglio dire cancellata, torturata, uccisa, scientemente distrutta per tentare di distruggere un’identità nazionale. Una carriera in cui ogni singolo film è un vero e proprio atto di una strenua, disperata Resistenza che sempre più vuole dire esistenza, sopravvivenza, lascito alla Storia. Dolorosissima poesia di chi si vede progressivamente scomparire, e fa tutto ciò che può per contrastare la catastrofe.
Marco Romagna
