UNO SI DISTRAE AL BIVIO (2026), di Alessandra Lancellotti

«M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un’inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano».
Rocco Scotellaro, “Lucania”, 1940

Piccolissima introduzione personale: chi scrive è originario del Vallo di Diano, vallata lunga e stretta al confine sud-est della Campania incastonata tra la provincia di Potenza e il Cilento, e nipote di contadini. Nel giro di due generazioni l’ancestrale contatto con la Natura, a metà tra obbligo per la sussistenza e valorizzazione della terra natìa, è andato (quasi) completamente perduto in nome di una modernità industriale e culturale che sembrava l’unica via percorribile per l’emancipazione intellettuale e sociale, emancipazione perseguita dagli stessi avi, convinti che la dura quotidianità della rotazione delle colture, della cura per gli animali da stalla e dell’alternanza delle mansioni legata al ciclo stagionale fosse qualcosa da cui affrancarsi, per diventare parte di quella classe borghese verso cui per secoli ci si levava il cappello al passaggio e che era obbligatoriamente posizionata nei primi banchi a scuola, in quanto unici a cui il sapere “servisse” davvero. Proprio per questo un film come Uno si distrae al bivio di Alessandra Lancellotti, cineasta e intellettuale originaria del Potentino, tocca corde probabilmente incomprensibili per chi è cresciuto in realtà metropolitane o anche solo nei centri storici dei paesi, vicini e allo stesso tempo lontanissimi dal borgo e dalla campagna. O meglio, per questi ultimi si attivano altri ricettori, quelli della rappresentazione folkloristica, dell’osservazione entomologica verso mondi e realtà altre, della curiosità antropologica verso una serie di bias legati alla Basilicata che, generalmente, si esauriscono in Carlo Levi, Ernesto De Martino e, in misura parecchio minore, Rocco Scotellaro. Quest’ultimo è il vero nume tutelare del progetto presentato alle Giornate degli Autori, sezione autonoma e parallela all’interno della Mostra d’Arte Cinematografica 2026, all’interno delle Notti Veneziane, che nella sala Laguna del Lido di Venezia assommano opere italiane fieramente indipendenti nel finanziamento o nell’approccio, autonome e parallele anch’esse nei confronti del mainstream nostrano che generalmente gravita intorno alla produzione o distribuzione di Rai Cinema, Fandango e LuckyRed.
Scotellaro, nato a Tricarico nel 1923 e scomparso giovanissimo all’età di trent’anni, si iscrisse presto al Partito Socialista Italiano e attraverso la militanza e la successiva opera poetico-letteraria si fece cantore e promotore del miglioramento delle condizioni economiche e culturali dei contadini, della sua terra e non solo, prima con afflati rivoluzionari e poi, dopo la cocente delusione della vittoria democristiana alle elezioni del 1948 (votata in massa proprio dal Sud rurale), con una sorta di ripiegamento sulla prosa e sulla malinconia. Uno si distrae al bivio è il titolo di un suo racconto e della raccolta che lo contiene, promossa proprio dall’amico e mentore Carlo Levi. E allora il cinema di Alessandra Lancellotti, dopo un progetto proprio su Levi e quel Re Fanciullo in cui emergeva l’identità sabauda della terra d’adozione, era perfino scontato (certo, facile dirlo a posteriori) che approdasse proprio da queste parti, prendendo come nume tutelare quel Rocco che aveva ispirato anche il nome del personaggio  viscontiano nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli del 1960, che aveva per protagonista una famiglia lucana emigrata a Milano e il suo progressivo scollamento dall’identità e dall’unità che l’avevano tenuta insieme. Modernità e tradizione, emancipazione e sradicamento, dove posizionare l’asticella? Cosa abbandonare e cosa preservare? Ci sembra che questi interrogativi, chissà quanto volontariamente, percorrano tutti gli ottantatre minuti di durata del film, diviso in quattro capitoli/stagioni e frutto di materiali eterogenei, sia girati ex novo che d’archivio. La regista, insieme e prima ancora che cineasta, è architetta e archivista, e questa tripartizione del cerebro arricchisce le immagini di volta in volta, oltre che occasionalmente distanziarle dal loro centro tematico-emotivo. Nella zona di Tricarico e dintorni, sulla cosiddetta “collina del grano duro”, la camera scova il presente e c’innesta il passato, rimpiange la vitalità di luoghi afflitti da un progressivo spopolamento e al contempo cerca chi prova a vivificarli in modi nuovi. Come la famiglia Brienza, ad esempio, e la loro figlia sedicenne che studia all’istituto tecnico agrario e accudisce asini e galline, seleziona pulcini e li ripara dalle intemperie una volta venuti al mondo. La sensibilità autoriale conosce e comprende l’importanza dei bar di paese, e proprio lì registra (senza mai dare l’impressione di intervistarli) personaggi vecchi e giovani, come il Guastamacchia cantore e contadino “porzionale”, aggiornamento del latifondistico concetto di mezzadro.

Un mondo che si muove a ritmo di musica anche nella parola, e bisogna sottolineare quanto il concetto di ritmico sia complementare e opposto a quello di melodico, nel senso di dolce struttura con inizio e fine. I canti contadini, il loro parlato, sono percussivi, ossessivi, tribali, come a dare il tempo al gesto reiterato della raccolta delle olive, della semina, della zappa che percuote i solchi e il rende fertili e produttivi. Sullo sfondo, solo intuita, la modernità delle pale eoliche e dei pozzi di petrolio a Tempa Rossa e Viggiano minaccia i lacerti rimanenti di quella cultura, che per inseguire fuori tempo massimo l’inurbamento sta ritornando ai grandi proprietari e al latifondo. È in questa tensione tra passato e futuro che risiede il movimento (sempre e comunque ritmico) di un’opera che ha il suo limite e la sua forza nel non avere risposte, nel non seguire tesi precostituite, nel trovare le proprie immagini “sul campo”, nel farsi sorprendere e meravigliare da un’alba o da un tramonto, riappropriandosi da un lato della semplicità e dall’altro arrivandoci attraverso il rovello. In un momento affidato a immagini di repertorio, testimonianza di un Sud come luogo dell’anima, si alternano le riprese d’epoca di un funerale e di un matrimonio, e ripetiamo ancora una volta che il senso profondo risiede in questo irrisolto tira e molla: il rimpianto verso tempi pieni di vita dura e dove l’esistenza andava conquistata un giorno dopo l’altro, lo scoramento verso una modernità di vita (più) facile ma sradicata, l’impossibilità di trovare un equilibrio tra questi punti cardinali. Può una intellettuale del 2026 rimpiangere tempi di segregazione femminile, di cultura machista elevata ad architrave? Sì, se il suo sguardo rimane politico e s’impegna a rintracciare chi è rimasta e può scegliere, senza imposizioni, di eternare quella tradizione traghettandola nel XXI secolo. Quasi naturale, in sede distributiva, l’approdo a Zalab e ad Andrea Segre, altro occhio attento alle trasformazioni in atto nella profonda provincia italiana, in particolare nel suo Veneto. Forse la strada maestra è proprio questa: uscire dal proprio acquario, approdare all’alta formazione, e poi tornare con sguardo rinnovato all’origine, portatori/trici sani di contaminazione, che per chi scrive è l’unica maniera per emancipare la tradizione da uno status complottardo, di “qualcosa che ci diciamo tra noi e ci differenzia dagli altri”, e gli altri a volte sono molto vicini, di là dal fiume, sotto la collina, nella casa di fronte.
Dopo la pellicola su cui era impresso il Re fanciullo, fondamentale per dare una veste nobile di luce sul passato del Castello di Rivara e del suo ultimo manutentore Franz Paludetto, qui la scelta del digitale è altrettanto consustanziale, occhi nuovi che vivificano un passato morente ma ancora qui, ancora tra noi. Il giallo che fa capolino dal verde in sede di valutazione è una sorta di monito, da cui chi scrive non si ritiene emendato: nel complicato andirivieni tra natura e cultura, tra un Cristo che si ferma a Eboli e una Madonna a cui affidarsi perché il raccolto sia abbondante, fondamentale è continuare a cercare la propria strada, il proprio cinema, il proprio sguardo sul mondo. Se Alessandra Lancellotti in questo caso non ci è riuscita appieno non fa nulla, l’invito è quello di esperire il film (sarà proiettato anche al cinema Farnese all’interno della rassegna “Venezia a Roma”) con trasporto e abbandono, al ritmo della cupa e degli strumenti effimeri, magari limitandosi a tenere il tempo con il piede. Non è poco, ed è proprio quel ritmo, dall’Irpinia di Vinicio Capossela al sud degli Stati Uniti sul delta del Mississippi, il respiro ancestrale del lavoro degli ultimi, insopprimibile anche quando il confine tra lavoro e schiavitù non è più così netto e marcato. Marcarlo è compito della cultura, di noi che ce ne siamo andati, di quelli che son rimasti, perché le tradizioni non contano nulla senza la tutela della dignità umana.

Donato D’Elia