5 Settembre 2025 -

UN FILM FATTO PER BENE (2025)
di Franco Maresco

Il nostro autore più wellesiano, il nostro autore più periferico e “maledetto” e al contempo lucido e vivissimo: ecco cosa rappresenta Franco Maresco all’interno del panorama odierno del cinema nazionale, una mosca bianca assoluta, un modo di fare arte di cui sembra si sia perso lo stampo. Il nuovo capitolo della sua filmografia in solitaria, dopo il divorzio dal sodale Daniele Ciprì, si pone sia come ideale continuazione del dittico Belluscone – Una storia siciliana (Premio speciale della Giuria nella sezione Orizzonti a Venezia 2014) e La mafia non è più quella di una volta (Premio speciale della Giuria nel Concorso principale a Venezia 2019) anche per la nuova collocazione nel Concorso veneziano 2025, sia come punto di arrivo del suo intero percorso artistico, che nel decennio abbondante trascorso da Belluscone a oggi ha contato un omaggio al mentore Franco Scaldati (Gli uomini di questa città io non li conosco, fuori competizione a Venezia 2015) e piccoli/grandi omaggi all’amato jazz, all’amica e fotografa palermitana Letizia Battaglia e al recentemente scomparso Goffredo Fofi, a cui quest’ultimo film è dedicato. Al pantheon mareschiano si aggiunge quindi Carmelo Bene con questo Un film fatto per Bene, insieme al bestiario di facce e caratteri con cui l’artista siciliano si perde da sempre, diventandone complice, sodale e torturatore senza che questo possa mai apparire minimamente in contraddizione o in contrasto. Un fantomatico progetto di un film di finzione su uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano, il neoavanguardista Bene appunto, si trasforma nel tempo (tempo della finzione mockumentaria in una vertigine di tutto vero/tutto falso che ha sempre come cardine l’F for Fake wellesiano alla base) nella cronaca di un fallimento, di una dannazione e successiva redenzione, e infine di un’autosantificazione mistica e grottesca, ironica e sentita. Il film contiene al suo interno anche un riassunto della carriera del Nostro dispiegata coma un’indagine compiuta dall’amico Umberto Cantone (anche co-sceneggiatore insieme a Claudia Uzzo e Francesco Guttuso), alla stregua della ricerca di Tatti Sanguineti in Belluscone: Maresco è scomparso, dopo l’ennesima botta di depressione ha lasciato il set e nessuno sembra sapere più nulla di lui. Nella ricostruzione del passato si parte dall’inizio, dai programmi Tv nelle reti private siciliane fino ad arrivare alle schegge in Avanzi e poi a Cinico Tv, fiore all’occhiello dell’innovativa Rai Tre di fine anni Ottanta e anni Novanta diretta da Angelo Guglielmi, dove presero forma anche Blob e Fuori Orario (cose mai viste), creature di Enrico Ghezzi ancora fortunatamente in onda, anche se recentemente rimaneggiate dalla perniciosa nuova dirigenza Rai emanazione del governo in carica. Da lì in poi il passo fu breve per il passaggio al cinema, ed ecco quindi Lo zio di Brooklyn e soprattutto Totò che visse due volte, osteggiato in ogni dove sia dalle commissioni di censura che dalla Chiesa cattolica. E’ proprio in contrapposizione alla damnatio successiva al film, che conteneva una Passione di un nuovo povero Cristo figlio della Ricotta pasoliniana, che Maresco qui torna a Canossa mostrandosi alla ricerca della pace interiore che solo il silenzio monastico può garantire, naturalmente a modo suo.

Nel sincopato montaggio, come sempre punteggiato da standard jazz a profusione, l’indagine mostra in una sorta di flashback impossibile, di visualizzazione del racconto orale, il set del film e l’ossessione del regista per la ripetizione delle scene, alla ricerca di un perfezionismo che è più voglia di non terminare mai, di sublimare la delusione verso la vita e verso il mondo («Porco Mondo!» è un’espressione pronunciata più volte) attraverso la creazione artistica, la messa in forma di un immaginario, l’unico atto politico possibile e che possa avere ancora un senso in quanto confluitogli dal cineasta/deus ex machina. Una rappresentazione grottescamente esilarante della vita di San Giuseppe da Cupertino, un cenacolo immerso nelle tenebre in cui Bene/Dracula si trova a capotavola e arringa i commensali, il disvelamento in una sola parola che Ciccio Mira è sempre stato un attore e la brutalizzazione (altrettanto orchestrata) di Francesco Puma da sempre parte dei progetti mareschiani, brillante cinefilo che si dona completamente al personaggio e alla causa, si vedrà bene (o forse sarebbe meglio dire Bene) in quale “particolare” modo, restituendo un’interpretazione di totale naturalezza, ossimoricamente organizzata e lontanissima dal fare sconti. Ed è così che, ricolma di frammenti che riescono miracolosamente a farsi tutt’uno organico e compatto, come quello dove la Morte/Antonio Rezza, l’altro grande disallineato dell’arte teatral-audiovisiva contemporanea italiana, cerca di organizzare l’iconica partita a scacchi bergmaniana con esiti discutibili, o come le false incomprensioni con il produttore Andrea Occhipinti che a sua volta si dona al gioco, l’opera trova nell’ascesi finale un’ideale chiusura del cerchio. L’artista tormentato, da sempre post-artaudiano e fautore di un teatr(in)o della crudeltà che viene dai derelitti di Scaldati e passa per Carmelo Bene, cerca la pacificazione dei sensi e delle ambizioni, si autoincensa condannandosi parallelamente alla dannazione, cerca (e trova) la summa della sua apocalittica, anche e soprattutto ante litteram rispetto allo sgangherato presente, visione delle periferie palermitane come parte dello sfacelo italico e planetario. Rendendo più che mai noto a tutti, anche a chi se n’era già accorto, che il suo mondo totalmente al maschile, misantropo molto più che misogino, ha padri nobili e sterili che non hanno figliato alcunché. Proprio come Carmelo Bene nella celeberrima e provocatoria intervista al Maurizio Costanzo Show, Franco Maresco con il suo magnifico e testamentario Un film fatto per Bene arriva (o meglio come di consueto non arriva, disertando l’ennesima première veneziana), distrugge tutto e se ne va, in volo verso la purezza del rifiuto iconoclasta, dell’ironia più dolorosa, del più grande cinema sull’impossibilità del cinema. Degli ultimi che vengono additati a mostri da un intero mondo di mostri, quando invece sono gli unici a meritare una salvezza. Il film, in uscita proprio in contemporanea con questa proiezione lidense, sarà già in sala quando sarà possibile leggere queste righe, e l’invito è naturalmente quello di correre a dare un obolo e un contributo affinché possa rimanervi il più possibile, ingranaggio discordante che scardina il meccanismo pur adorandolo, pur desiderando l’integrazione, e pur vendendosi come dannato mentre viene ospitato OGNI volta dalla massima istituzione culturale italiana nel campo dell’arte audiovisiva. Tutto è relativo, tutto è problematizzabile, tutto è vero, tutto è falso. Evviva Maresco, forse ai limiti dell’incomprensibile appena fuori dai confini italiani ma di gran lunga nostro Leone d’Oro del cuore, al di là di come la premiazione poi davvero andrà.

Donato D’Elia

“Un film fatto per Bene” (2025)
100 min | Documentary | Italy
Regista Franco Maresco
Sceneggiatori Franco Maresco, Claudia Uzzo, Francesco Guttuso
Attori principali Franco Maresco, Giuseppe Lo Piccolo, Carmelo Bene
IMDb Rating N/A

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