6 Settembre 2024 -

TWST – THINGS WE SAID TODAY (2024)
di Andrei Ujică

Per poter (cercare di) comprendere l’ultimo lavoro del genio di Andrei Ujică, presentato fuori concorso a Venezia81, dobbiamo fare alcuni passi indietro. Nell’Europa dell’autunno 1989 la Storia ebbe luogo davanti ai nostri occhi, quando i Videogrammi di una Rivoluzione realizzati in co-regia con Harun Farocki (una delle figure determinanti nella teoria dell’immagine contemporanea, con cui Ujică realizzò anche lo splendido successivo Kamera und Wirklichkeit) mostrarono con la rivoluzione rumena una nuova forma di storiografia basata sui media, così come sulla dissoluzione di essi. I manifestanti avevano occupato la stazione televisiva di Bucarest e trasmesso continuamente per centoventi ore la diretta degli eventi, rendendo così lo studio televisivo come nuovo sito storico di riprese ufficiali e riprese ufficiose, di ciò che si doveva vedere e di quello che doveva rimanere nascosto, della narrazione mediatica e di quella reale. «Se allo scoppio della rivolta solo una fotocamera ha osato registrare», diceva Farocki, «centinaia erano in funzione il giorno seguente». È per questo che Videograms of a Revolution è un film unico, fondamentale come nessuno forse nel comprendere il secolo che veniva ad aprirsi da lì a poco, quello di cui già Out of The Present può essere testimonianza. Un piccolo salto e siamo nel maggio ’91, dal meraviglioso archivio spaziale che Ujică modula e trasforma mentre Anatoli Arzebarski e Sergei Krikalev, in orbita sulla stazione spaziale MIR, si trova(va)no dall’alto a guardare la Storia nel suo (dis)farsi. Mentre a uno dei due è stato permesso di tornare sulla Terra il giorno concordato, l’altro membro dell’equipaggio dovette rimanere tra le Stelle a causa della situazione politica. Dieci mesi dopo aver lasciato l’Unione Sovietica, tornò in Russia; durante la sua assenza, c’era stato un putsch fallito a Mosca che aveva portato al cambiamento del nome della sua patria e alla fine di un’era. Un’odissea di terraferma vista dallo Spazio, tra la cosmologia dell’assoluto nello stupore della creazione, e la cronaca di noi piccoli esseri umani vittime delle nostre stesse crisi. I due film/istallazioni successivi (2 Pasolini e Unknown Quantity) rappresentavano una sorta di doppio dialogo teorico e originalissimo; il primo verso l’autore friulano e il secondo tra due figure attorno a ciò che è rimasto di Chernobyl. Cronache di un futuro possibile dal passato che è parte integrante del rapporto di Ujică con una realtà in cui il presente pare non esistere. Così nasceva anche il complesso The Autobiography of Nicolae Ceaușescu, tratto da oltre mille ore di materiale d’archivio, studiate e montate per raccontare quel quarto di secolo che Ceausescu ha “diretto e interpretato”; un lavoro straordinario, questa volta, senza manipolazioni, ma solo attraverso le immagini e i suoni, lasciati uniti solo quando non manipolati dal dittatore e dai suoi fedeli. Un’opera che, ancora una volta, amplifica cosa sia il cinema esternamente al suo auto confinamento, interroga la storiografia contemporanea sull’uso documentale delle immagini in movimento prodotte negli ultimi due secoli, e allo stesso tempo mostra impietosamente l’uso politico di esse iniziato fin dalle sue origini. Ecco l’importanza dell’archivio, la vividezza del materiale, perché anche una sola fotografia d’epoca è ironia e cronaca del nostro passato, come se uno stesso spazio potesse «contenere tutti i dipinti del mondo» (diceva Ejzenstejn, il «Tintoretto della Rivoluzione Sovietica», come lo definì il romeno in quelle conversazioni) in un tempo. Ecco perché anche in quest’ultimo film di Ujică ogni singolo istante è il centro, al cui interno circolano spettrali presenze incorporee che abitano questi luoghi, ora decongelati in qualsiasi superfice fotografica possibile. Un viaggio nel cuore nascosto di un mondo allo stesso tempo scomparso e tangibilmente presente, nelle pulsioni del secolo che fu dell’immagine, verso quello che forse l’ha persa (per sempre).

TWST: Things We Said Today è un oggetto misterioso e ibrido, che fonde l’attimo con l’ordinario per creare un’istantanea di una città e di un Paese durante i tumultuosi anni Sessanta. Il film prende il nome dalla canzone dei Beatles e racconta l’arrivo della band a New York nell’agosto del 1965 prima di un concerto allo Shea Stadium, ora demolito, ma va ben oltre quei confini. John, Paul, George e Ringo arrivano all’aeroporto JFK per tenere un concerto due giorni dopo. La prima intervista, un frammento (e quasi un flashback) che ha lasciato un segno profondo nella Storia e nella memoria collettiva degli Stati Uniti, e non solo; i personaggi semi-fittizi che hanno cercato di fornire questa semi-narrazione definiscono eventi di/in cui forse nemmeno avevano la percezione dell’essere. È un momento cruciale nella Storia, o almeno nella loro storia, in cui appaiono come rumore di fondo (o quinta esistenziale) al formarsi di un momento in un tempo irripetibile. Riflessione e ricostruzione di una società in fermento, attraverso l’uso dei vari media dell’epoca, dai cinegiornali all’home video, nei formati più disparati e dai linguaggi apparentemente più incompatibili. A legare il tutto due trame di fantasia, basate però su personaggi reali, testimoni quasi improbabili ed astratti di quell’attimo, la cui identità si formerà solo nel finale. C’era eccome la Beatlemania che conquistò gli States, le orde di giornalisti che accolgono i futuri baronetti, la folla di adolescenti urlanti fuori dallo storico Warwick Hotel. Dalle interviste per strada alle caotiche conferenze stampa come immagini strappate quasi confusamente in quello squarcio della storia, al diario del secolo. Il quartetto di indisciplinate e un po’ altezzose superstar britanniche che evita abitualmente domande che scalfiscono appena la superficie. Il Vietnam che viene menzionato appena di sfuggita, come un primo segnale che mentre la Grande Mela sta facendo storie per quattro cittadini di Liverpool, forse altrove sta succedendo qualcosa di più importante. Qui incontriamo Geoffrey, un poeta che in seguito divenne un famoso compositore, figlio di una cantante locale. Nel corso del film, le sue storie inventate vengono raccontate da conversazioni con altri, come nel rapporto materico con la sua stessa rappresentazione oscura (dall’artista francese Yann Kebbi); è lui che ci introduce ai disordini che svoltisi nel quartiere di Watts e nelle aree circostanti di Los Angeles per giorni, motivati dalla rabbia per le pratiche razziste e abusive della polizia, così come le lamentele per la discriminazione dell’occupazione, la segregazione e la povertà. Queste immagini arrivano a noi attraverso notizie che rimbalzano in televisione dall’altra parte del paese, mentre lui si sposta ad Harlem (il luogo in cui Lennon, forse ironicamente, vorrebbe vivere secondo una sua ammissione ai giornalisti) per scoprire le dure condizioni di vita dei neri e per parlare con gli abitanti del posto. Nel frattempo, sull’altra asse di questa storia, si presenta Judith, una giovane fan dei Beatles in visita a New York prima dell’incontro, che funge da copertina per il cartone animato. Judith è ora una scrittrice pubblicata e sta lavorando a un libro sul suo appuntamento inaspettato con George Harrison. Ci teneva  tantissimo a vedere i Beatles dal vivo, e il suo mondo era molto diverso da Watts o Harlem. È una ragazza bianca, spensierata e felice, la cui mente non è avvezza a quella società; con le amiche frequenta un altro evento storico ancor più eroso dalla memoria, la World’s Fair a fianco dello stadio. Mentre sognano a occhi aperti sulla monorotaia e si chiedono se vedere o meno la pietà di Michelangelo (esposta in fiera), il contrasto tra la vita quotidiana di queste giovani donne e quelle di chi vive a pochi miglia di distanza ad Harlem non poteva essere più grande. Mentre TWST raggiunge il suo epilogo, il concerto allo Shea Stadium, le storie di Geoffrey e Judith convergono, attraverso gli estratti di un racconto che Ujică scrisse nel 1972, Isabela, the Butterfly’s Friend. Tutto si condensa quasi magicamente in unico punto, di tempi e di spazi, nel momento in cui una generazione tutta sì è (ri)trovata. Speranza? Difficile da dirsi, quello che rimane è un senso di profonda precarietà per ciò che è stato, e (ancor di più) per quello che sarà. Uno sciame di farfalle dissolve (il) tutto, si porta via tutte quelle cariatidi rimaste immagine.

Apparentemente questo film è un modo intrigante e originale di guardare il nostro passato, nel vedere come si modella la storia una volta che la polvere dei ricordi si è posata su di essa. In realtà è un’opera ben più rilevante e complessa che lascia spazio a un’infinità di interpretazioni (a iniziare da cosa sarà l’archivio un domani, nel futuro prossimo in cui ogni immagine remota potrebbe essere provvisoriamente vera come falsa). E tutto ciò attorno al fenomeno di quattro ragazzi che in un certo momento furono anche più famosi di Cristo, punto di partenza fondamentale per comprendere come questo film sia estremamente più stratificato di come possa apparire, nel porre una dose sterminata di domande. Una parte di quelle risposte va ricercata proprio in quelle conversazioni di qui sopra. Oggi, per Ujică e il fedele sodale filosofo Sloterdijk, il tempo reale penetra maggiormente la riproduzione attraverso la soggettività; dobbiamo tornare a Platone, all’oggettività come lente di rappresentazione del riflesso di un oggetto. Ora l’obiettività è in crisi, siamo schiavi di un nuovo regime in cui l’immagine mente in maniera ancora più radicale. Pensiamo a cosa possa essere il metaverso, la realtà aumentata e quella parallela, l’intelligenza artificiale che ricostruisce a suo modo una forma archivio e dunque tutta la memoria del mondo. Su questo è di pochi mesi fa la notizia della prossima uscita de la “Macchina di Habermas” (dedicata, chissà con quale piacere del soggetto, al grande filosofo e sociologo) sviluppata da Google DeepMind, e dedicata all’utopica mediazione e alla gestione del consenso in contesti di gruppo (?) da sintetizzare prospettive variegate (almeno così ci dicono). Nella società contemporanea non c’è più voglia di guardare l’evoluzione del mondo attraverso la storia del cinema, perché al cinema oramai gli uomini parlano unicamente della propria vita soggettiva. In questo film senza tempo, l’aspetto frammentario e costellativo comprende in sé molteplici campi semantici legati alla poliedricità di un nucleo temporale in cerca dell’utopia; lottando con i materiali, in un certo senso, lotta con(tro) la società, oltrepassando il discorso di cristallizzazione e aprendosi verso un orizzonte di speranza passata che trapela nella dissonanza delle animazioni, nella tensione costante degli eventi, nel concetto pulsante e apparente del disastro di una modernità al collasso. «Il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in immagine, come configurazione della produzione rappresentante» diceva Heidegger, come se potenzialmente avesse potuto veder scorrere nei suoi occhi tutta la straordinaria filmografia di Ujică; sintatticamente (ri)costruita di dialettiche tra il limite e l’assoluto, il sensibile e l’intelletto, la teoria e la pratica, il reale e l’immaginario, l’identità e l’alterità. Infine appunto la soggettività (quella arginata da Nietzsche, nel simulacro della sua morte di Dio) come tramite di libertà di un’arte che si concepisce fino a quando mostra se stessa (l’essere documentale, secondo Wittgenstein), ma che può oltrepassare solo nella sua collettività, nella speranza che è intrinseca all’opera d’arte, la quale nella sua dialettica di reale e irreale (come immanenza e trascendenza) contiene in sé gli elementi per oltrepassare l’immagine stessa, l’archivio, la storia e forse la mortalità di un ricordo. E la mente non può che correre a quel caldo pomeriggio ticinese, a Locarno 2018, in cui questo piccolo e immenso autore rumeno raccontava come la pittura divenne folle con Malevic e il cinema si fece grande ad Hollywood, perché allora si cercava il simbolismo in entrambe; mentre oggi le immagini sono sincretiche e digitali, non più fabbricate dall’uomo, e così anche la narrazione cerca nuove strade distanti dalla letteratura. Dobbiamo capire come vedere le cose in un modo diverso. Forse basterebbe ciò per raccontare questo film impossibile, che ci invita a pensare sempre a ciò che stiamo guardando e a mettere in discussione continuamente il nostro ruolo di spettatori. Anche solo per rispetto a cosa è stata l’immagine nel XX secolo, probabilmente solo un ricordo, come quattro uomini che attraversano le strisce di Abbey Road. «I read the news today, oh boy / About a lucky man who made the grade / And though the news was rather sad / Well, I just had to laugh / I saw the photograph … I read the news today, oh boy / Four thousand holes in Blackburn, Lancashire / And though the holes were rather small / They had to count them all / Now they know how many holes it takes to fill the Albert Hall / I’d love to turn you on». L’inizio e la fine di A Day in the Life, uno degli ultimi capolavori del quartetto di Liverpool, da ascoltare in una notte d’inverno per chiedersi, con una flagrante semplicità, chi e cosa ancora possiamo essere al di là di qualsiasi rappresentazione. Cose dette ieri, da dire oggi e che forse diremo un domani, finché avremo ancora la facoltà immutabile di provare emozioni.

Erik Negro

“TWST - Things We Said Today” (2024)
91 min | N/A | France / Romania
Regista Andrei Ujica
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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