È sempre stato prima di tutto una questione di metodo, il cinema minimale e dialogatissimo di Hong Sang-soo. Un cinema di ossessioni e di minime variazioni sul tema, di consequenzialità e di sliding doors, di minime e massime differenze (fra una scena e l’altra, fra un film e l’altro, fra un’idea e un’altra) in cui innestare e fare emergere il senso più profondo dei discorsi e dei riferimenti. Ma soprattutto di cinematograficità intrinseca della vita e del quotidiano, da estrarre pazientemente dalle esperienze reali, dalle più piccole vibrazioni esistenziali, dalla scelta degli attori e dalle loro improvvisazioni su canovaccio, dalle ripetute prove prima di girare in cui lavorare su un continuo perfezionamento di parole (già) dette e di momenti (già) vissuti fino a farli ritornare perfettamente veri. Lo stesso metodo con cui di fatto, nel quinto e ultimo capitoletto di cui si compone The day she returns nuova sortita (e nuovo ritorno al bianco e nero a quattro anni e cinque film di distanza dal 2022 di The novelist’s film) del sempre prolifico e sempre teoricissimo autore coreano presentata alla 76esima Berlinale questa volta nella sezione Panorama, l’acting coach dell’anonima attrice protagonista imposterà la sua lezione di recitazione chiedendole di riscrivere e poi rivivere con la sua aspirante collega gli incontri e i dialoghi della sua giornata appena passata, senza che sia necessario memorizzarne parola per parola la sceneggiatura ma desiderando semplicemente che ne vengano rispettati il senso e la sincerità. Una meta-finzione con cui Hong, aggiungendo un ulteriore livello di rappresentazione, mostra alla perfezione i meccanismi e i procedimenti che muovono la sua autorialità ritornando a momenti di vita più volte vissuti per rielaborarli e (ri)metterli in scena, proprio come la protagonista riparte dalle tre interviste al tempo stesso tutte diverse e tutte uguali affrontate in giornata – a loro volta evidentemente mutuate dalle esperienze del regista coreano alle prese con giornalisti e critici dopo la presentazione di ogni film – per condensarle in un’unica scena di reenactment che contiene al suo interno tutto ciò che è stato detto in quelle precedenti, compresi i ripensamenti tardivi e le richieste di non pubblicare le frasi più fraintendibili di chi si rende conto, o per lo meno teme, di aver parlato troppo.
Un esercizio al (fare, pensare, vivere) cinema, e al contempo una rivendicazione della difficoltà oggettiva di tenere scene di dialogo così lunghe e articolate, che contiene al suo interno il senso stesso della narrazione secondo Hong, come una lente di ingrandimento da puntare sulla vita per esplorarne le contraddizioni e le fragilità per tentare di distillarne qualche risposta per lo meno emotiva, o se si vuole come una cornice di immaginazione meramente funzionale a lasciare libera di deflagrare la più intima (e non necessariamente coerente, anzi, specialmente quando si parla di alcool e di diete…) autenticità di ogni animo umano. Anche e forse soprattutto quando proprio sul più bello, nel momento più importante, non ci si riesce a ricordare che cosa dire, e in un leggero zoom digitale che riporta alle perdite di fuoco del precedente What does that Nature say to you e ancor più di In water si inizia ad annaspare e re-inventare fra un appunto su un foglio e l’estro estemporaneo del momento. È per questo che, più ancora che in altre occasioni, in The day she returns la “vera” trama è non solo come di consueto in Hong ridotta all’osso, ma in sostanza lasciata fuori dal campo per riemergere solo nelle parole di una non-storia quasi esclusivamente dialettica e perfettamente modulare in quegli incontri inframezzati da una pausa sigaretta accompagnata da musiche extradiegetiche, che prima lungo lo scorrere di tre interviste di altrettante giornaliste all’attrice rievocheranno tanto quel film che segna il ritorno sulle scene della diva di mezza età a dodici anni dal suo precedente ritiro per («falso») amore quanto la sua maternità, il suo recente divorzio e quella figlia oramai undicenne che la aspetta a casa, e che poi tenteranno nella sintesi e nel reenactment finale di mettere in pratica la necessità, semiotica così come di vita, di sapere assegnare il giusto significato ai segni, e da lì ripartire e scavare fino a giungere al senso di ciò che si fa e che si rappresenta.
Non servono particolari dettagli su un (meta)film di cui non serve sapere il titolo o l’intreccio, ma solo la sua natura indipendente e come il suo script (non a caso «realistico e privo di esasperazioni») abbia saputo convincere la grande attrice a rimettersi in gioco, così come non serve mostrarne il meta-regista spesso presente nella stanza del ristorante ma rigorosamente fuori dall’inquadratura, che con l’usuale e raffinata asciuttezza Hong ripete identica e in longtake in tutte e tre le interviste con quel tavolo in obliquo e le due donne che si guardano, per poi coerentemente impostare anche gli ultimi due capitoli rispettivamente di riscrittura e di rievocazione di ciò che si è appena visto e ascoltato in altrettanti piani a due, prima con la acting coach e poi con la più giovane collega con cui dividere la scena. Solo un uomo, amico dell’attrice che le dà passaggi e supporto (e sigarette elettroniche o tradizionali con cui fare le pause fra un’intervista e l’altra), potrà apparire sullo schermo, mentre per il resto il film vuole essere rigorosamente al femminile, fatto di confronti, riflessioni e confessioni fra donne differenti per età, opinioni e consapevolezze, intriso della loro intimità e del potere delle loro esperienze. Al punto che non è affatto un caso che la seconda intervista, nel suo aperto divagare, vada a interrogarsi sulla necessità o meno di avere un uomo accanto tanto più se per stare con questo uomo si è deciso di rinunciare per anni a recitare e quindi a vivere, e che tutte e tre finiscano inevitabilmente per chiudersi con una riflessione sull’amore, verso se stessi, verso la recitazione e verso la settima arte, verso le altre persone e verso l’umanità. Come a dire che solo attraverso la sensibilità, i sentimenti e il cuore, ma anche l’autostima, diventa possibile capire e interpretare il mondo, diventa possibile razionalizzare la solitudine e la società, diventa possibile giungere all’essenza delle cose per riscriverle e raccontarle in una storia-altra. Diventa possibile vivere la vita e il cinema, che poi a ben vedere sono da sempre la stessa cosa, elementi ormai da 130 anni inscindibilmente legati nel loro continuo e sublime inseguirsi per imitarsi a vicenda, non finendo mai e poi mai di imparare l’uno dall’altro.
Marco Romagna
