2 Settembre 2025 -

STRAIGHT CIRCLE (2025)
di Oscar Hudson

Giovanissimo, londinese, autore di videoclip surreali (Radiohead, slowthai, James Blake, Young Fathers, Bonobo, etc.) che si è allenato al filmmaking girando riprese di skating («e si è rovinato le caviglie, ringraziatelo» dice il suo sito ufficiale), Oscar Hudson è la mente dietro al surreale Straight Circle, debutto al lungometraggio con un film grottesco di satira bellica, secondo partecipante britannico in concorso alla 40esima Settimana Internazionale della Critica durante l’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film parte dalla consapevolezza di essere stato scritto e girato in un tempo in cui le divisioni e i confini, tema di fondo di tutta la selezione SIC 2025, sono sempre più evidenti come limite umano, socio-culturale, esistenziale della nostra Storia contemporanea, tra gli andirivieni della “guerra tra cugini” tra Ucraina e Russia e il tragico massacro di massa dei palestinesi da parte del governo israeliano come risposta alla violenza di Hamas – oltre al conflitto tra India e Pakistan e ai genocidi raramente menzionati dal giornalismo ‘western-adjacent’ che stanno attanagliando i Masalit in Sudan e i Rohyngia in Myanmar. I riferimenti, soprattutto a Russia/Ucraina e Palestina/Israele, sono evidenti dai simboli sulle bandiere (dei Paesi fittizi nell’intreccio) e dalla retorica dei monologhi politicizzati con cui il film si apre, ma la parola chiave è una sola, ed è: «ceasefire». Il comando diplomatico della cessazione del fuoco nemico è il punto di partenza della trama e il nucleo dell’analisi storiografica (allegorica) del film. Sinossi: due Paesi senza nome, confinanti, perlopiù edificati in un’area desertica, entrambi anglofoni ma solo uno abitato da caucasici, interrompono il loro conflitto per un breve periodo e decidono di rappresentare la tregua con un gesto simbolico. Un edificio verrà costruito sopra il confine, in mezzo al niente, diviso a metà, pattugliato da un soldato di un Paese e il soldato di un altro, e ogni giorno i due, isolati da tutto il resto del mondo, dovranno liberare insieme una colomba e convivere pacificamente. Se il Paese caucasico sceglie un soldato allenato e motivato, per quanto sempre sull’orlo della paranoia, l’altro manda al fronte un rozzo ex-cuoco privo di addestramento militare che si è proposto come volontario. Le tensioni cominciano presto e i confini tra un Paese e l’altro diventano sempre più labili.

Straight Circle si apre con più di 5 minuti di split-screen che introduce l’idea (la location, i personaggi, i Paesi fittizi): metà dello schermo è occupata dalla cerimonia simbolica d’apertura del ‘ceasefire’ in un Paese, l’altra metà dall’altro. La natura grottesca del film (e dello sguardo di Hudson) è evidente, come il suo senso dell’umorismo surreale ma dotato di un ritmo interno che può essere efficiente anche per un pubblico non avvezzo, ma l’uso dello split-screen è già una dichiarazione d’intento tematico. La separazione tra i Paesi è netta, come una linea dritta che divide in due la percezione. La comunanza, pure, è evidente: simili prassi, stessa lingua, eguale volontà a mettere i bastoni tra le ruote all’altro. Certo, le interazioni sono slapstick, ispirate più al Grande Dittatore o a Stranamore o a Tati che non alla satira politica più ‘pop’ di oggi (quella del moralismo decadente di Black Mirror, della verbosità realista di Succession, del caos meta-narrativo di Eddington, persino dei dispositivi volgari di Borat e degli altri mockumentaries di Sacha Baron Cohen) — ma è il confronto tra le due realtà a evidenziare la tensione, che è immaginifica come esistenziale, forma che diventa riflessione culturale. A fine sequenza, prima che appaia il titolo, la macchina da presa che segue il lato destro dell’immagine e quella che segue il lato sinistro si alzano a inquadrare lo stesso campo lungo dell’edificio al fronte in cui sarà ambientato il resto del film: la linea dello split-screen permane anche quando è evidente allo spettatore che l’inquadratura sia la stessa, che lo spazio sia unico. Il preconcetto formale del film rappresenta la divisione, mentre le inquadrature rappresentano la stessa cosa, un’unione. Non sarà la più profonda delle metafore, ma è solo l’inizio del film, che già funzionerebbe come cortometraggio a sé stante. La maggior parte della sceneggiatura di Oscar Hudson tuttavia si concentra sui due uomini al fronte (interpretati da attori fratelli che riempiono sempre lo schermo), sulle loro diversità e somiglianze, su rapporti d’obbligo che diventano sudditanze, e poi si trasformano in violenze e trasmutano in qualcos’altro di inspiegabile. La paranoia diventa per entrambi uno stato d’allucinazione onirico: per uno dei due basta mettere la testa sotto terra come uno struzzo per rivedere la propria infanzia e ricordi del rapporto col padre, mentre l’altro quando rimane al sole a lungo riesce a materializzare in una mise en abyme fotografica la memoria di un dialogo con la madre, come in un incantesimo. Pur essendo la regia di Oscar Hudson in generale originale e atmosferica (e molto divertente), a essere interessanti sono soprattutto i momenti in cui si verifica una rottura del congegno del racconto — la logica svanisce, oppure lo split-screen ritorna (ancora, come sperimentazione di forma e narrazione, e nel contempo veicolo di senso politico che sottolinea la complessità della distinzione tra divisione e unione man mano che conosciamo i personaggi), o ancora si rivela una peculiarità inattesa nei volti dei protagonisti. Il conflitto tra i due Paesi è ridicolo, sì, ma le condizioni create dal “ceasefire” sono illusorie, rivelano soltanto un senso d’attesa prima della tempesta. È una commedia disperata, irreale nel suo mondo e nel suo ritmo, ma razionale e ripulita (anche troppo) nel dispiegarsi del suo ragionamento politico.

Nonostante alcune storture (tipiche dell’esordio), Straight Circle è uno dei film da vedere di quest’edizione della Mostra del Cinema sul Lido, un potenziale weirdo-cult che segue lo spirito dei tempi senza adagiarsi sull’estetica della retorica atlantista. È un film d’autore che a tratti sa far genuinamente sbellicare, e nel contempo si crea il suo spazio e la sua unicità nel logos dello zeitgeist culturale. Nell’ambito del cinema contemporaneo si sono visti pochi lavori affini all’esordio alla regia di Hudson, ma possiamo ritrovare qualcosa di simile nei capitoli finali di Billy Bat, forse il più sperimentale tra i manga seinen serializzati del grande Naoki Urasawa (co-firmato col suo ex-editore Takashi Nagasaki). Nella complessa ragnatela di trame interconnesse che si concatenano attraverso i millenni nella storia di Urasawa, l’ultima a essere raccontata è quella, ambientata in un futuro prossimo, di due soldati di due Paesi innominati (probabilmente Russia e Stati Uniti) in opposizione, personaggi mai incontrati prima nei più di 150 capitoli precedenti, che si ritrovano a puntarsi il fucile l’uno contro l’altro in un deserto cosparso di cadaveri. La verità è che entrambi hanno messo il piede su una mina e potrebbero essere spacciati. Parlando, si rendono conto di essere entrambi grandi fan del fumetto per bambini “Billy Bat” (inesistente al di fuori del Billy Bat di Urasawa stesso), e realizzano di non ricordarsi perché i loro Paesi siano in guerra. Del resto, loro portano «la stessa uniforme»: la maglietta di “Billy Bat” che indossano, sotto le divise dei loro rispettivi eserciti, è la medesima. È seguendo alla lettera il finale del ‘fumetto nel fumetto’ che i due si salveranno a vicenda. Il finale del menzionato Billy Bat, peraltro, aiuta a dare una chiave d’interpretazione a Straight Circle: dove per Urasawa (che nel suo lavoro intende parlare esplicitamente della sua arte, ovvero appunto del fumetto) “la stessa uniforme” è un simbolo, un’immagine di qualcosa che può accomunare culture opposte, per Hudson e sul confine dei nostri tempi “indossare la stessa uniforme” significa condividere e convivere con la stessa carne, gli stessi impulsi, la stessa lingua. E trovare la possibilità di una fratellanza, che implichi odio o amore.

Nicola Settis

“Straight Circle” (2025)
108 min | Comedy | United Kingdom
Regista Oscar Hudson
Sceneggiatori Oscar Hudson
Attori principali Neil Maskell, Elliott Tittensor, Luke Tittensor
IMDb Rating N/A

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