13 Agosto 2026 -

NOWHERE TO LAY MY EYES (2026)
di Hong Sang-soo

«Non so mai che cosa sto per girare, ne sono solo curiosa» dice espressamente dei suoi film sperimentali la protagonista Sanghee con cui a poco più di due anni da By the stream, dopo la gravidanza e il figlio insieme, Kim Min-hee torna attrice feticcio e interprete principale dei lavori del compagno Hong Sang-soo. Quello di cui è invece certa, senza alcun dubbio in merito, è che l’espressione artistica – sia questa un film, la poesia oppure la narrativa – «più è breve e meglio è», rivendicando ancora una volta quell’asciuttezza e quell’essenzialità che sono ormai da trent’anni al centro del percorso cinematografico meta-teorico dell’iperprolifico autore coreano. È per questo che come ampiamente d’abitudine – perfino ‘il lungo’ Right now, wrong then, del resto, superava di poco i centoventi minuti proprio perché sliding-door di possibili ipotesi in cui rifare per due volte lo stesso film fino a un bivio dal quale farlo proseguire in direzioni differenti – anche a questo Nowhere to lay my eyes basta e avanza poco più di un’ora per far germogliare i suoi spunti e la sua modificabilità potenzialmente eterna di minimalismo e di (im)percettibili vibrazioni emotive, di improvvisazioni su canovaccio e di minime variazioni sul tema. Settantadue minuti, per essere precisi, in cui per la seconda volta in questo 2026 dopo The day she returns presentato lo scorso febbraio alla Berlinale Hong ritorna ancora una volta non solo nel Concorso Internazionale di Locarno, ma soprattutto alla sua capacità di sintesi nel ragionare sui rapporti umani e sul (proprio) cinema, sull’ineludibile legame poetico fra sguardo e dialettica, sulla ricerca di sincerità e sentimenti come verità intrinseca della finzione tanto più di fronte a un momento storico nel quale l’ipocrisia e la menzogna delle propagande belliche di regime (diretto ed esplicito il riferimento a Israele, che «mentre bombarda la Palestina» vende impunito la falsa immagine di «un sogno») inquinano sempre più ciò che dovrebbe essere documentario fattuale. L’ennesima – e sempre preziosa perché mai davvero uguale negli aspetti che di volta in volta sceglie di affrontare – dichiarazione programmatica di un cinema come ossessione e vibrante porzione di vita, che riparte sempre dalla voluta esilità di una simile linea di (non) trama per disseminarla dei medesimi simboli e di analoghe situazioni, e da lì continua a osservarne il costante evolversi e mutare del suo senso proprio come continuamente si evolvono e mutano i desideri e le aspirazioni umane. La novità assoluta, semmai, riguarda l’utilizzo del tutto inedito per Hong della voce fuori campo, che in un film con cui tornare a interrogarsi esplicitamente sul cinema riporta intrinsecamente in nuce quella poesia che era stata centro di parte dei lavori degli ultimi anni, e che apparentemente contraria ai dialoghi estemporanei dello stile dell’autore ne è invece in realtà il perfetto completamento introspettivo, non certo a caso fondamentale motore linguistico e lirico dei (meta)film, come si diceva in apertura rigorosamente brevissimi e sperimentali, attraverso i quali fra un ruolo impiegatizio e l’altro con cui sbarcare il lunario la Sanghee di Kim Min-hee non ha mai smesso di inseguire la sua passione e di cercare una forma per la sua urgenza artistica ed espressiva.

Un’impostazione così smaccatamente rohmeriana e letteraria che ogni singola giornata affrontata in Nowhere to lay my eyes segna un capitolo con il proprio titoletto indipendente, mentre il MacGuffin narrativo è questa volta il ritorno di due fratelli dopo dieci anni sull’isola di Jeju per una breve visita alla madre che ha scelto di abitarci con il nuovo compagno e la di lui figlia, a (ri)conoscersi forse per la prima volta prima di poter ritornare alla propria vita. Da una parte c’è Sanghee, con il low-fi della sua piccola handycam che è lo stesso scelto ancora una volta da Hong dopo What does that Nature say to you per la fotografia principale del film, e che dopo le sfocature ai limiti dell’astrazione di In water non può che rappresentare ancora una volta le difficoltà di inquadrare chiaramente la realtà per uno sguardo ancora e forse eternamente (proprio perché «l’eternità non esiste») in formazione. Dall’altra c’è un patrigno con alle spalle una carriera da documentarista di riti funebri in Giappone, e che dopo il buen retiro fra gli scorci mozzafiato sul mare e il ristorante sempre affollato di turisti della nuova compagna continua a sognare di realizzare il suo capolavoro su una misteriosa «tomba erbosa». Dall’altra ancora c’è, appunto, quella madre e moglie che sogna ormai di andare in pensione e di godersi definitivamente quella vita tranquilla e lontana dalle città, e che vorrebbe trovare in Sanghee o magari nel fratello che invece sin da piccolo non ha mai dimostrato alcun talento né interesse artistico gli eredi naturali della sua attività e della sua vita. Infine come detto ci sono il fratello di Sanghee e, a latere, la figlia del patrigno, che cerca la propria strada nella pittura e che nel nascere di una nuova sorellanza sarà la prima a sbirciare YouTube alla ricerca dei piccoli lavori audiovisivi realizzati per piacere e per recondita necessità dalla protagonista, innamorandosi all’istante del suo assoluto minimalismo e della sua intima e inaspettata potenza poetica. Lo stesso atto di guardare (il modo di guardare) che, culmine di un percorso di contezza e reciproca appartenenza dell’anima più ancora che di semplice visione, non potrà che portare l’intera famiglia a scoprirsi commossa di fronte alle immagini e alle parole extradiegetiche di Sanghee, allo sguardo con cui osserva la Natura alla ricerca di una risposta esistenziale nel vento che accarezza un fiore e che, nel suo leggero sibilo d’aria, sembra portare con sé da sempre e per sempre i suoni dell’infinito. Decodificando forse per la prima volta un linguaggio, quello di un cinema «molto diverso dai film che pensi tu», con cui abbattere definitivamente ogni barriera generazionale e di personali aspirazioni per ritrovarsi definitivamente uniti in un’attesa, in un respiro, in un’emozione, in un nuovo senso di meraviglia. In un istante di sospensione della vita nel quale finalmente riuscire a guardare davvero alla vita, all’autenticità del momento, a quella spiritualità del reale che, con i suoi piani fissi che scandiscono il tempo mentre gli zoom ri-definiscono lo spazio in una costante rivelazione del sé, a ben vedere nient’altro è che la sostanza stessa della finzione secondo Hong Sang-soo, il suo immaginario, la sua capacità di sintetizzare sentimenti e poesia, la sua ostentata e ostinata semplicità. Il suo cinema sul cinema fatto di colazioni, di pranzi e di cene, di tavolate e di bottiglie, di sigarette incenerite e di infiniti discorsi, di insistite reiterazioni e di continui effetti farfalla pronti a nascere dai minimi scarti. Un cinema immerso in un senso di inesplicabile e immersivo fascino quotidiano che poi, a ben vedere, nient’altro è che la vita e di conseguenza il cinema stesso, nel mondo di Hong da sempre e per sempre due parti inscindibili della stessa magnifica ossessione.

Marco Romagna

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