29 Agosto 2025 -

NO OTHER CHOICE (2025)
di Park Chan-wook

Al dodicesimo lungometraggio di finzione in una carriera che prese le mosse nel 1992 con Moon Is … the Sun’s Dream, il sessantaduenne regista sudcoreano Park Chan-wook sbarca al Lido di Venezia, e nella competizione principale della Mostra 2025, con No Other Choice, secondo adattamento dal romanzo The Ax: Cacciatore di teste di Donald E. Westlake dopo quello di Costa-Gavras (ringraziato nei titoli di coda) del 2005. Adeguando alla società e alle abitudini del suo Paese la corrosiva storia di un padre di famiglia che, dopo aver perso il posto di lavoro, decide di far fuori i potenziali concorrenti per una nuova assunzione in un’altra ditta, Park sembra trovare un testo di partenza adattissimo per l’inserimento in un corpus di opere, il suo, più compatto e coeso di quanto possa apparire ad un primo e distratto sguardo. Inutile negare che il vero lancio internazionale del Nostro arrivò nel 2003 con Old Boy, Gran Premio della Giuria presieduta da Quentin Tarantino al Festival di Cannes di quell’anno, e capitolo centrale della cosiddetta “trilogia della vendetta” (completata da Mr. Vendetta del 2002 e Lady Vendetta del 2005). Il lungo piano sequenza della battaglia a colpi di martello di Oh Dae-Su (Choi Min-sik), il suo morso ad un polpo ancora in vita, il terribile colpo di scena finale, tutti elementi immediatamente iconici e ormai riconoscibili nella cosiddetta cultura visiva pop, mentre nessuno ricorda, per una volta, lo stinto remake a stelle e strisce di Spike Lee di qualche anno successivo. Sarebbe altrettanto inutile negare che quel successo non si è poi mai più ripetuto, a partire dalla sua incursione, con Stoker, nel cinema occidentale (per la Tv ha anche girato due miniserie di stampo spionistico di produzione britannica, La tamburina, e statunitense, Il simpatizzante, passate francamente inosservate). In questa sede ci interessa molto poco del gradimento del pubblico e comunque non leghiamo mai il successo alla qualità dei prodotti, ma questa premessa serviva più che altro a sottolineare come pian piano Park Chan-wook sia ritornato autore che gira in patria e da nicchia cinefila, e i due precedenti Mademoiselle e Decision to Leave (Premio per la miglior regia a Cannes 2022) ne testimoniavano la mai esaurita vena creativa. Questa volta, per chi scrive, non siamo su quei livelli ma il tentativo di ricreare, per certi versi, le atmosfere di Parasite del conterraneo Bong Joon-ho può comunque dirsi riuscito. Lotta di classe, gente che sta in alto e altri più in basso, la centralità della casa e della posizione sociale, tutti elementi che contribuivano al meccanismo a orologeria della Palma d’Oro e Oscar 2019 e che vengono qui in parte riproposti in chiave a tratti farsesca, a tratti tragica, (quasi) sempre incisiva.

Yoo Man-soo (Lee Byung-hun) viene licenziato da un’azienda che produce carta di qualità dopo venticinque anni di lavoro indefesso, che gli ha consentito di conquistare una posizione sociale ristrutturando in chiave moderna la vecchia casa di famiglia, di sposare una donna con un figlio piccolo e averne insieme a lei una seconda, di pagare il corso di tennis alla coniuge e quello di violoncello alla bambina, di avere una bella macchina ecc ecc. Rimane vittima di una riduzione del personale dopo l’acquisizione della ditta da parte di una compagnia statunitense, che taglia indiscriminatamente i posti di lavoro di decine di dipendenti “anziani”, e improvvisamente entra nell’incubo principe della società borghese capitalista: non riuscire più a sostenere il proprio dispendioso stile di vita. E quindi ecco che la moglie deve tornare a fare l’igienista dentale, i due amati cani vengono dati via, persino l’abbonamento a Netflix viene disdetto; la sua promessa alla famiglia è di ritrovare il lavoro entro tre mesi. Ma, passato il termine, l’unica cosa che è riuscito a trovare è il ruolo di confezionatore di pacchi in un simil-Amazon, e ogni colloquio inerente alle sue mansioni e competenze effettive si è rivelato un buco nell’acqua. Quando una nuova azienda – questa volta giapponese – del ramo sta per aprire una sede in zona, Yoo Man-soo è cosciente di avere come “avversari” per quel ruolo alcuni ex colleghi e decide di approntare una soluzione drastica: l’eliminazione fisica dei concorrenti. Park Chan-wook si getta nella lotta di classe usando tutte le armi che il cinema e il suo stile peculiare gli permettono: vertiginosi piani sequenza e cambi di tono, stilettate a tutti i personaggi e al sistema che il coccola prima e imprigiona poi (collabora alla sceneggiatura anche il veterano canadese Don McKellar, eXistenZ e Crimes of the Future di Cronenberg come frecce principali al suo arco). In uno dei tanti colloqui d’assunzione a cui il protagonista si sottopone, la luce del sole entra dal finestrone alle spalle dei selezionatori e trapana gli occhi del malcapitato, che suda ed è pure affetto da un fastidioso mal di denti: una sovrabbondanza di segni ed elementi tesi ad accentuare ulteriormente, agli occhi dello spettatore, il senso di disagio e tensione della prima parte dell’opera. Un esempio su tutti, a sottolineare l’estrema cura della messa in scena.

Park universalizza il discorso pur rimanendo strettamente legato al contesto d’appartenenza, e riesce a far passare sotto la sua lente d’ingrandimento, tragica e satirica al contempo, ogni ambito economico legato al mondo del lavoro anno domini 2025: la concorrenza spietata della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale, la guerra lavoratore contro lavoratore senza soluzione di continuità e corpi intermedi a mediare, financo, in esergo, il devastante impatto ambientale dei comparti industriali “analogici” a cui si pensa sempre più raramente, intrisi di un patetico ed eccessivo nostalgismo. Se nella parte centrale il (lungo) film sembra perdere la via maestra e donarsi ad uno sbalestrato e fuori fuoco cambio di prospettiva e personaggi principali, le redini del racconto vengono poi immediatamente riprese per consegnarsi ad un’ora finale dal ritmo indiavolato, che non lascia scampo, dove risata, orrore, compassione e partecipazione emotiva si alternano senza pause. La vena ironica del cineasta sudcoreano era già emersa in più occasioni ma qui, come si diceva, sembra prendere a modello il conterraneo Bong Joon-ho per dedicarvisi con maggiore dedizione, specie nella lunga sequenza della prima uccisione, dove una pistola (di produzione nordcoreana, non certo a caso) cambia spesso mano e tiratore. Pistola appartenuta al padre di Yoo, combattente in Vietnam CONTRO i Vietcong di Ho Chi-min, e quindi tra i fautori della collocazione della Corea del Sud nel sistema capitalista. La casa ormai borghese e modernamente arredata di famiglia è letteralmente intrisa del suo sangue, allevatore all’ingrosso di maiali che, dopo averli dovuti abbattere tutti per un morbo, si è impiccato nel capanno dove ora il figlio rifinisce e colleziona bonsai. Padri e figli, responsabilità ricadute e condivise, il sogno che si trasforma in incubo rivelandone la fallacia: un grande film anticapitalista che potrà tornare, se ben distribuito, ad attrarre il grande pubblico come, appunto, il fenomeno Parasite di qualche anno fa. Un premio qui alla Mostra darebbe una grossa mano in tal senso. Da vedere in coppia con Cacciatore di teste di Costa-Gavras, per rendersi conto di come due grandi autori, in Gracia e in Corea, possano adattare in maniera diversa ma simile lo stesso testo di partenza.

Donato D’Elia

“No Other Choice” (2025)
139 min | Comedy, Crime, Drama | South Korea
Regista Park Chan-wook
Sceneggiatori Park Chan-wook, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee
Attori principali Lee Byung-hun, Yeom Hye-ran, Son Ye-jin
IMDb Rating N/A

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