17 Maggio 2025 -

MIROIRS NO. 3 (2025)
di Christian Petzold

A ben vedere stanno già tutte in un incrocio di sguardi da un’auto in corsa, le specularità di Miroirs no. 3. Un istante in cui vedersi per la prima volta e in qualche modo riconoscersi, sentire sin da subito un sentimento inspiegabile di vicinanza, di reciproca appartenenza, di seconda possibilità attraverso la quale, come sempre nel cinema di Christian Petzold, trovare nelle emozioni e magari proprio nel dolore il modo di riappropriarsi della propria vita. Anche in un film ostinatamente piccolo e produttivamente (ma non certo per ambizioni e profondità umana) minore, in cui l’autore tedesco si fa sempre più essenziale e in sottrazione fino al più puro minimalismo narrativo e formale. Un film, presentato a Cannes 2025 come titolo di punta della Quinzaine des Cinéastes, in cui per scandagliare ancora una volta i più insondabili abissi emotivi bastano quattro personaggi principali, un incidente d’auto destinato a rimanere fuori dal campo e due anime inquiete e sconosciute che si incontrano da qualche parte fra la tragedia e la fiaba, nella parabola netta e disarmante di una convivenza breve e intensissima destinata a sconvolgere reciprocamente loro non-vite fino a ridipingere sui loro volti quel sorriso sereno che sembrava irrimediabilmente perduto. Da una parte una madre rimasta sola, che attraverso le premure (forse disinteressate o forse semplicemente per se stessa) verso una non-figlia (prodiga) ritroverà la propria sanità mentale e la propria famiglia riuscendo finalmente a fronteggiare e superare gli irrisolti del proprio lutto passato, e dall’altra una giovane studentessa di conservatorio appena sopravvissuta al cappottamento nel quale ha perso la vita vita il fidanzato ma già da prima avviluppata in un disagio timido e depresso, che a differenza della donna di mezza età anche al momento dell’arrivo del padre “vero” per riportarla a casa svelerà poco o nulla del suo passato, ma che attraverso i giorni di convalescenza trascorsi con una non-madre e la sua famiglia, e soprattutto attraverso il trauma della verità e di una nuova separazione, saprà vincere ogni timidezza per dimostrare finalmente il suo talento e ricominciare a guardare al futuro con uno sguardo non più velato di un’inspiegabile malinconia ma ora brillante di una nuova speranza. Due figure che, appunto, non potranno che riconoscersi sin da subito speculari e deformate come il riflesso uguale e opposto del mondo su uno specchio d’acqua, e che Petzold, pur preferendo nel titolo fare riferimento all’omonima suite di Ravel che verrà eseguita nel saggio (pre)finale dalla giovane pianista, con evidente e accorato omaggio a David Lynch decide non certo per caso di chiamare proprio Betty e Laura come le due (?) protagoniste di Mulholland Drive, allo stesso modo legate da uno stridore di freni fuori campo e da un abbraccio di reciproco affetto che forse è solo una reciproca illusione. Del resto anche Miroirs no. 3, a ben vedere, non rinuncia a inserire fra le righe del dramma qualche venatura thriller (il momento in cui Betty si rivolge a Laura chiamandola Yelena, facendo sin da subito capire allo spettatore ma non alla naïveté della co-protagonista come alla base della sua solitudine e della distruzione della sua famiglia ci fosse la morte di una figlia, ma pure il misterioso viavai di clienti nell’officina del marito e del figlio di Betty, i vicini che continuano a passare e guardare storto senza motivo apparente, la casa di campagna che perde letteralmente pezzi fra elettrodomestici rotti, sellini da saldare e pianoforti scordati ormai da anni…), ma è semplicemente un continuo depistare mentre inevitabilmente si stratificano i rapporti umani fra il sincero affetto e il bieco cinismo di una sostituzione, fra l’altruismo e il tentativo di risolvere un proprio vuoto esistenziale, fra la ricostituzione di una famiglia ormai sfasciata e lo sfascio morale della sua ricostituzione.

Come si diceva ormai non serve più la ricostruzione della DDR de La scelta di Barbara o il ritorno sfigurati dai campi di sterminio di Phoenix, a Christian Petzold, così come non gli serve più l’intreccio fra le storie dei rifugiati politici degli anni Quaranta con quelli dei migranti africani di oggi di Transit e tanto meno gli servono, anche se forse non è così impossibile vedere in filigrana in Betty la strega che attira in casa l’innocente Laura, pur se in prima persona indecisa se si tratti di mero rimpiazzo o di (nuovo) amore e in generale troppo dolente e stratificata per essere realmente “cattiva”, il fantastico e la tradizione del meno riuscito Undine. Anzi, a differenza che nel precedente Il cielo brucia, in cui già lo stile dell’autore teutonico si era fatto più asciutto e minimale che in passato, in Miroirs no. 3 Petzold si permette di rinunciare anche al cambio radicale di tono che arrivava a metà film e all’ennesimo finale particolarmente potente della carriera, come se per trovare il senso più profondo e poetico della provvisorietà e dello smarrimento umano oramai non gli servissero più artifici cinematografici di alcun tipo, ma semplicemente la sensibilità con cui coglierli e con cui farli riemergere dai minimi dettagli, dalle più impercettibili vibrazioni emotive, dal propagarsi di una crepa come i cerchi di un sasso lanciato – ancora una volta – nell’acqua su cui non certo per caso si apre il film. Il resto lo fa, in coro con la Betty di Barbara Auer, con il di lei marito Richard di Matthias Brandt e con il loro figlio Max interpretato dal giovane Enno Trebs, la fedelissima sodale Paula Beer capace di cristallizzare in ogni gesto e in ogni sguardo di Laura quella costante ricerca di intensità e contraddizioni di cui da sempre si nutre lo sguardo del regista, i suoi sensi di colpa per essere voluta tornare indietro dalla vacanza in un viaggio senza il quale non ci sarebbe stato l’incidente mortale ma anche la consapevolezza di non essere sufficientemente triste per lui e per la fine luttuosa di una relazione che ormai non aveva più senso, e il suo legame nascente con Betty che la accoglie dopo aver assistito alla tragedia ma anche la rabbia sdegnata quando si rende conto di essere stata almeno in parte usata e non può più fidarsi di quella gentilezza (per lo meno anche) interessata. Elementi fondanti di un film fatto di palpebre che si abbassano grate e commosse e di polpette Königsberger Klopse con cui ritornare per la prima volta tutti insieme a tavola, fatto di giri in bicicletta e di staccionate da dipingere insieme come Tom Sawyer, ma soprattutto fatto di un disperato e reciproco bisogno d’affetto e di ricordi che si proiettano in un doppio impossibile su cui costruire un (doppio) sogno altrettanto impossibile di (ri)scoperta e di doloroso (ri)abbandono. Un sogno infranto dopo il quale riuscire finalmente a fare i conti con il passato, con i traumi, con le indecisioni, con le timidezze, con i blocchi emotivi, con la necessità ineludibile di trovare una nuova forma con cui re-imparare ad amare, e attraverso quell’amore riuscire finalmente a riaprirsi alla vita, consci dell’inevitabilità delle tempeste lungo il percorso ma finalmente in grado di fronteggiarle. Senza paura se necessario di passare per un nuovo collasso, per una nuova mancanza, per una nuova ossessione unica strada possibile verso una nuova consapevolezza e un nuovo punto di equilibrio. L’importante è non essere (più) soli, o al contrario essere finalmente in grado di rimanerci, senza più la necessità di doversi nascondere nell’inazione, nella sospensione e nella malinconia perché consci che, seppure a distanza, da qualche parte c’è una fiammella d’amore familiare che continua e che continuerà a crepitare, ancora e per sempre pronta a essere presente nel momento della realizzazione, nel momento della felicità, nel momento del dolore e nel momento dell’eventuale bisogno.

Marco Romagna

“Miroirs No.3” (2025)
86 min | Drama | N/A
Regista Christian Petzold
Sceneggiatori N/A
Attori principali Paula Beer, Barbara Auer, Matthias Brandt
IMDb Rating N/A

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