Prende spunto dall’episodio più centrale di quella che in Québec è ricordata come la Crisi di Ottobre 1970, La mort n’existe pas. Un attacco terroristico, in seguito al quale fu promulgata nel Paese la legge marziale, compiuto da una piccola cellula del Fronte di Liberazione locale contro l’allora Ministro provinciale del Lavoro Pierre Laporte e il delegato commerciale britannico James Richard Cross, il primo subito ucciso e il secondo rapito a scopo di riscatto, nell’ambito di una serie di rivendicazioni indipendentiste (o per lo meno di richiesta di pari diritti economici e sociali) da parte della minoranza francofona, emarginata da un Canada in mano agli anglosassoni e costretta di fatto a pagare per tutti il prezzo della crisi e della pesante recessione di quegli anni. Una vicenda che il sempre sperimentale animatore (rigorosamente per adulti) franco-canadese Félix Dufour-Laperrière, a quattro anni di distanza da Archipel, reinventa totalmente ribaltandola in un attacco brutale e destinato sin da subito a finire malissimo alla villa di un misterioso gruppo di proprietari terrieri, e soprattutto nel rimorso e nell’impossibilità di rimanere innocenti di chi aveva pianificato l’azione ma proprio al momento di tirare il grilletto per salvare i propri compagni era rimasta pietrificata, bloccata fra la violenza e l’inazione, e ora vaga per i boschi perseguitata dal sangue (e forse pure dal fantasma) degli amici perduti e inseguita dai sicari di chi vorrebbe vendicarsi, ma pure indirizzata dalla voce della coscienza di se stessa bambina verso un potere magico e superiore con cui ritornare al miracolo dell’esistenza e, forse, a una seconda possibilità. Un (im)possibile viaggio filosofico, simbolico e metafisico dentro il libero arbitrio, la difficoltà di una scelta, la forza, la codardia, la vita, la morte, la più drammatica esitazione, l’ineludibilità della violenza, la differenza fra gli ideali politici e l’atto da portare a termine, che Dufour-Laperrière stratifica in una costante metamorfosi (mono)cromatica degli ambienti e dei personaggi che li abitano, fra le spesse pennellate a olio dei fondali porosi e i nervosi chiaroscuri che danno una fisicità fantasmatica e tridimensionale ai character design appena abbozzati delle figure, magnifico gioco di trasparenze fra il rosso (o magari l’oro) del sangue e delle foglie autunnali e il verde delle frasche, e poi ancora fra i bianco della luce, il grigio della pietra e l’inevitabile nero delle anime. Uno stile e una tecnica che, pur guardando abbastanza evidentemente tanto dalle parti di Isao Takahata (i bianchi e i colori del dittico I miei vicini Yamada / La storia della principessa splendente, ma anche più in generale la Pioggia di ricordi da cui inevitabilmente dovrà passare la parabola metaforica ed esistenziale della protagonista) quanto da quelle della più illustre animazione europea anni Settanta fra la scuola cecoslovacca e quella ungherese, non assomigliano in realtà a nulla di già visto, ma si stagliano sullo schermo originalissimi e mesmerici in un incubo di colori e simbolismi animali, di vita che diventa morte e di morte che letteralmente ritorna vita, di apparenti pericoli che si riveleranno salvezze e di apparenti tradimenti che di riveleranno l’unica possibile occasione per un riscatto.
È un film onirico e visionario di lupi e di agnelli in cui nessuno può essere solo lupo e nessuno può essere solo agnello, La mort n’existe pas. Un film, presentato nella Quinzaine des Cinéastes annessa al Festival di Cannes 2025, in cui anche l’atto di mangiare non può che essere violenza, sangue, morte, ferocia, rumore sordo della carne che si stacca dalle ossa, e in cui al contempo nemmeno i morsi dei predatori a staccare le viscere già fuoriuscite dalla preda possono impedirle di tornare indietro e rialzarsi perfettamente sana e correre via felice, mentre perfino i proiettili potranno abbandonare i corpi che hanno ucciso per tornare indietro nel tempo e nello spazio fino alle canne delle pistole spinti dalla forza del desiderio di poter porre rimedio alle proprie mancanze e al corso della Storia. Ma soprattutto un film di (im)possibili bilanciamenti, personali e (letteralmente) di colore, in cui tutto sembra evanescente fino a scomparire e in cui invece tutto resta sullo schermo e nel fondo degli occhi, nella coscienza della protagonista e forse pure nei dubbi e nei traumi più irrisolti di un intero popolo. Come se l’attacco a una villa simbolo stesso dell’opulenza e della diseguaglianza sociale, più ancora di quello al supermercato immaginato in live action da Bertrand Bonello nel suo Nocturama, nient’altro fosse che la chiave sociopolitica attraverso cui esplorare se stessi e le proprie contraddizioni fino magari a ritrovarsi nella casa di un tempo a guardare ancora una volta le stelle luminose sul soffitto, e l’animazione nient’altro fosse che il modo più diretto con cui dialogare da vicino con il sogno, con l’immaginazione, con la possibilità che diventa infinita sotto la grafite di una matita, o forse semplicemente con la vita in quanto movimento. È per questo che anche se forse non ha proprio tutto lo spessore psicologico, politico e filosofico al quale vorrebbe ambire, La mort n’existe pas lo sa dissimulare nel fascino magnetico e irresistibile del suo memorabile impianto visivo, nella sua costruzione minuziosa dei dettagli di ogni fotogramma, nelle sue colorazioni originalissime e straordinariamente significanti nel loro continuo mutare di pasta e di tinta. Nel suo costante rialzo dell’asticella verso un cinema d’animazione che è somma di possibili tecniche e di forme attraverso cui apertamente sfidare l’inaffrontabile, giusta distanza (o forse assoluta, manuale, tattile vicinanza) dalla quale l’inanimato diventa vivo e l’impossibile diventa visione. Forse l’unica possibile prospettiva dalla quale i cuori possono ricominciare a battere per fronteggiare finalmente il sommerso, le paure più recondite, i pericoli più occulti, il senso più profondo della vita, della violenza e della morte, la necessità di compiere una scelta anche e soprattutto quando dolorosa. Per un film, magnificamente adulto e consapevolmente anticommerciale fino ai limiti del suicidio, fatto di sparatorie, prezzi da pagare e di (im)possibili miracoli con cui salvare e salvarsi dal dolore, fra rimorsi, memorie e speranze ma anche veri e propri tsunami color asfalto pronti a pietrificare tutto ciò che riescono a toccare, e che solo la sincerità di un sentimento straziato potrà in qualche modo bloccare. O forse basta semplicemente aprire le palpebre e svegliarsi finalmente cresciuti, con gli occhi ancora lucidi ma le idee almeno un po’ più chiare.
Marco Romagna
