Il fatto che il Nuovo Cinema Tedesco (inteso in senso lato, dunque comprensivo della fase iniziale dello Junger Deutscher Film e di quella successiva del Neuer Deutscher Film) sia cronologicamente posteriore alle altre grandi new waves europee (come noto, il Neorealismo si sviluppa nell’immediato secondo dopoguerra – e per certi versi anche prima -, il Free Cinema è databile a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, mentre la Nouvelle Vague dalla fine degli anni Cinquanta) ha due conseguenze fondamentali: la prima è che quel movimento sarà ancora vivo in un periodo – i primi anni Ottanta – in cui tutte le altre correnti del Vecchio continente si erano ormai del tutto esaurite (e si era da poco esaurita anche la principale corrente post-classica americana, la New Hollywood, che pure si era sviluppata dopo il Nuovo Cinema Tedesco, durando però complessivamente meno di quest’ultimo); la seconda è che quel movimento sarà attivo in anni caratterizzati da un particolare fermento sociale e politico, avendo così la possibilità di fotografarli e raccontarli. È proprio in tale contesto che va inserito il quarto lungometraggio di Margarethe von Trotta, Anni di piombo (Die bleierne Zeit), uscito in quei primissimi anni Ottanta in cui era ancora vivo e vegeto, soprattutto in Germania e in Italia, il terrorismo di matrice politica, di destra e di sinistra (si ricordino, tra gli altri episodi, la strage di Bologna del 1980 e l’attentato alla Base aerea Nato di Ramstein nel 1981). E fu anche (secondo alcuni: proprio) il film di Von Trotta, uscito nel 1981, a dare il nome a quel periodo storico, grazie al diffuso utilizzo che di quella metonimia verrà fatto nel mondo del giornalismo. La locuzione anni di piombo, in realtà, oltre a costituire una delle metonimie più classiche (sostituendo la materia per l’oggetto, ossia il piombo per i proiettili), è anche, contemporaneamente, una metafora, in cui il piombo diventa emblema della pesantezza dell’atmosfera di quel periodo. E il film di Von Trotta si permea proprio di quella pesantezza, dalla palette cromatica – che privilegia colori sbiaditi e opachi, salvo per alcuni paesaggi in esterni, dai colori vivi e accesi, volutamente intensificati per farli diventare simbolo della libertà sottratta a chi è dietro le sbarre – alle ambientazioni, per la maggior parte costituite da interni claustrofobici e piuttosto anonimi (sembrerebbe di essere più in Germania Est che in Germania Ovest).
La storia è quella delle sorelle Marianne e Juliane (interpretate, nella loro età adulta, da Barbara Sukowa e Jutta Lampe, due attrici ricorrenti nel cinema di Von Trotta), che nella Germania degli anni Settanta scelgono due modi diversi per portare avanti le proprie idee politiche progressiste: Juliane attraverso il movimentismo e il giornalismo; Marianne abbracciando invece la causa della lotta armata. Diverse anche le scelte di vita familiare, con Juliane che non vuole figli e Marianne che invece ne ha uno, Jan, che abbandonerà ancora in tenera età per dedicarsi completamente alle sue idee. Dopo essere stata arrestata, Marianne riceverà in carcere, periodicamente, le visite della sorella, in un clima spesso caratterizzato da accesi scontri verbali. Fino al tragico epilogo, che sarà però anche un nuovo inizio, per Juliane e per Jan. Le vicende delle protagoniste, sceneggiate dalla stessa Von Trotta, sono ispirate alla storia delle sorelle Christiane e Gudrun Ensslin, quest’ultima membro e cofondatrice della Rote Armee Fraktion. A Christiane – che qualche anno più tardi, nel 1986, scriverà con Von Trotta un libro su Rosa Luxemburg – è invece espressamente dedicato il film. Anche la storia del figlio di Marianne è ispirata a quella del figlio di Gudrun, Felix, che ebbe effettivamente un incidente controverso, ricondotto nel film a una vendetta operata nei confronti del ragazzo per le colpe della madre. Questo episodio, narrato nella parte finale della pellicola, rende esplicito il tema – fino a quel momento relegato in filigrana – delle colpe che dai genitori ricadono sui figli, un tema particolarmente sentito in terra tedesca, considerata l’eredità che il periodo nazista lasciò alla Germania del secondo dopoguerra, periodo in cui vissero e si formarono le sorelle Ensslin (Christiane era del 1939, Gudrun del 1940) e la stessa Von Trotta (classe 1942). In tal senso, Anni di piombo è prima di tutto un film esperienziale, che racconta la donna impegnata degli anni Settanta, nelle sue varie sfaccettature, sulla base di un vissuto che era in primis quello della stessa regista. Le donne, del resto, avevano avuto una discreta importanza all’interno della R.A.F.: oltre a Gudrun Ensslin, anche un’altra donna, Ulrike Meinhof, era stata tra le fondatrici del gruppo terroristico, di cui divenne la principale teorica, tanto che inizialmente la banda era conosciuta con il suo cognome affiancato a quello dell’altro leader del gruppo, Andreas Baader. Anche Ulrike Meinhof abbandonò i figli (due, nel suo caso) per la lotta armata e anch’ella ispiró in parte il personaggio di Marianne.
Il tema dell’eredità del nazismo entra nel film – questa volta in maniera esplicita – anche attraverso la proiezione di Notte e nebbia di Alain Resnais, cui assistono Marianne e Juliane, nei loro anni di formazione, apprendendo, in maniera del tutto scioccante, delle colpe dei loro padri: le sconvolgenti immagini dei campi di concentramento e della soluzione finale provocano ribrezzo nelle due ragazze, cresciute in una opprimente famiglia medio-borghese (il padre è un pastore protestante). Durante la complicata fase adolescenziale Juliane era la ribelle e Marianne pareva invece più conformista, senza che nulla lasciasse presagire il totale stravolgimento di quelle attitudini in età adulta. L’infanzia e l’adolescenza delle due sorelle vengono narrati con frequenti flashback, talvolta introdotti da raccordi che partono dalla materialità di alcuni oggetti o ambientazioni (due tazze di caffè, un edificio di mattoni) per costruire un ricordo. Anche nella loro giovinezza le due sorelle erano distanti ma vicine, come lo sono nel presente, confermando la piena focalizzazione dello sguardo della regista sui rapporti interpersonali, più che sulle vicende storico-politiche che le hanno interessate e travolte, narrate sempre con un certo distacco, se non del tutto omesse. La politica invero c’è, è ben presente, invasiva e spietata, ma non scalfisce minimamente l’interiorità delle due protagoniste e il loro rapporto con l’ideologia, bensì soltanto il loro vissuto esteriore. Emblematiche, in tal senso, le scene che mostrano l’intrusione delle istituzioni nel privato: dapprima con la perquisizione di Juliane quando si reca a trovare la sorella detenuta, poi con le varie sequenze dei colloqui in carcere, cui assistono diversi personaggi impegnati a sorvegliare le due donne o a trascrivere ogni parola che si scambiano, senza che tuttavia Juliane e Marianne si facciano influenzare nel loro accorato dibattito. La proiezione del film di Resnais introduce anche il tema della colpa, mostrando i kapo e gli ufficiali nazisti nel loro consueto tentativo di respingere le proprie responsabilità invocando l’adesione a ordini superiori. Il tema verrà ripreso da Von Trotta in Hannah Arendt (2012) con la celeberrima disamina del processo Eichmann e relativa teorizzazione del fortunato (e anche un po’ abusato) concetto della banalità del male. Ma la colpa è anche quella che le due sorelle si rinfacciano vicendevolmente: Juliane accusa la sorella (e i suoi sodali) di aver rovinato gli ideali con le bombe; Marianne, al contrario, accusa Juliane di aver abbandonato la propria intransigenza.
La morte di Marianne, apparentemente impiccatasi in cella, richiama la vicenda del presunto suicidio di Ulrike Meinhof (maggio 1976) e di quello collettivo di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe (ottobre 1977) avvenuti nel carcere di Stammheim, durante il processo ai fondatori della R.A.F. Il secondo, in particolare, avvenne in circostanze quanto meno controverse, non soltanto per il fatto di essersi trattato di un suicidio collettivo, ma per le stesse modalità con cui si verificò (Baader e Raspe, apparentemente, si spararono, pur trovandosi in isolamento in un carcere di massima sicurezza). Il suicidio dei tre avvenne poche ore dopo la conclusione del dirottamento del Volo Luthansa 181 (effettuato da membri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina per richiedere il rilascio dei leader della R.A.F. e chiusosi con un’operazione delle forze speciali che portò alla neutralizzazione dei dirottatori e alla liberazione di tutti gli ostaggi) e mentre era ancora in corso il sequestro del presidente della confindustria tedesco-occidentale (ed ex ufficiale delle S.S., in tempo di guerra) Hanns-Martin Schleyer, poi ucciso a conclusione di un’azione molto simile a quella a cui si assisterà l’anno successivo in Italia per il sequestro Moro (agguato violento con uccisione degli uomini della scorta, prigionia, esecuzione del sequestrato e ritrovamento del cadavere nel bagagliaio di un’auto). Un tempismo che, da un lato, potrebbe sembrare coerente con la versione ufficiale dei fatti, considerata la rassegnazione dei detenuti, messi alla prova da un lustro di isolamento carcerario e ormai disillusi sulla possibilità che un’azione dall’esterno potesse portare alla loro liberazione. Dall’altro lato, invece, è un tempismo che potrebbe assecondare il sospetto di chi credeva alla tesi del suicidio indotto (magari anche con la fornitura dei mezzi per perpetrarlo da parte delle autorità carcerarie) o addirittura a quella dell’omicidio di Stato, per evitare che vi fossero ulteriori tentativi di liberare i prigionieri con azioni violente. Sta di fatto che Margarethe Von Trotta rende manifesti i dubbi sulla fine di Marianne mostrando un cadavere dal volto tumefatto – difficilmente compatibile con un suicidio per impiccagione – e dando il la a un’indagine da parte di Juliane per appurare le reali cause della morte della sorella, come in effetti fece Christiane Ensslin.
Anni di piombo non fu il primo film a trattare di queste vicende e, in generale, del clima politico-sociale della Germania degli anni Settanta e Ottanta. La stessa Von Trotta, nel suo primo lungometraggio, co-diretto con il marito di allora Volker Schlöndorff (Il caso Katharina Blum, 1975), aveva narrato una storia – tratta da un romanzo del premio Nobel Heinrich Böll – perfettamente calata nel contesto di quegli anni (anche se poi il film virava con decisione verso l’atto d’accusa nei confronti dei media). Del tutto focalizzato sugli episodi dell’ottobre del 1977 è invece Germania in autunno (Deutschland im Herbst, 1978), film collettivo, in parte documentario e in parte a soggetto, diretto, tra gli altri, da Alexander Kluge, Volker Schlöndorff, Rainer Werner Fassbinder, Edgar Reitz, e incentrato sull’affaire Schleyer e sulla morte dei tre militanti della R.A.F. a Stammheim. Fu durante le riprese di quel film (e in particolare del segmento dedicato ai funerali dei tre “Stammheimer”) che Margarethe Von Trotta (in allora ancora sposata con Schlöndorff, regista di quel segmento insieme a Kluge) conobbe Christiane Ensslin. Nell’anno successivo, 1979, troviamo un’altra opera di Fassbinder (questa volta da solo), La terza generazione, che narra vicende fittizie ma in un contesto del tutto verosimile. Dopo il 1981 di Anni di piombo, invece, ci saranno, tra i principali, il film giudiziario di Reinhard Hauff Stammheim – Il caso Baader-Meinhof (1986), totalmente incentrato sul processo ai fondatori della R.A.F., e, in tempi più recenti, Il silenzio dopo lo sparo di Schlöndorff (2000) e, soprattutto, La banda Baader Meinhof di Uli Edel (2008), che narra l’intera storia della R.A.F. con uno stile post-moderno. Tra questi predecessori ed epigoni, Anni di piombo resta una delle opere più intimiste e accorate, premiata con il Leone d’Oro al miglior film alla 38ª Mostra del Cinema di Venezia. La giuria, presieduta da Italo Calvino, mise in evidenza proprio l’umanità dell’opera, un aspetto che si mantiene vivo ancora oggi, nonostante il passare degli anni, e in tal senso è sicuramente degna d’encomio la scelta del Festival del Cinema di Porretta Terme, che ha riproposto su grande schermo il film nell’ambito della retrospettiva dedicata alla cineasta tedesca.
Vincenzo Chieppa
