2 Settembre 2025 -

A HOUSE OF DYNAMITE (2025)
di Kathryn Bigelow

A otto anni dall’ultima regia di lungometraggio, il bellissimo Detroit, la californiana Kathryn Bigelow torna sul ponte di comando (espressione non gratuita, motiveremo tra poco) di una produzione cinematografica, seppur sotto l’egida distributiva “nemica” della sala di Netflix, con A House of Dynamite, in competizione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025. Capace come poche altre di scavare la carne e i nervi dei momenti storici del suo Paese, si avvale ancora una volta di un giornalista/sceneggiatore, dopo l’ex compagno Mark Boal con cui aveva realizzato The Hurt Locker e Zero Dark Thirty oltre al già citato Detroit, per la realizzazione di uno script a metà tra la fantapolitica e l’iperrealismo. Si tratta di Noah Oppenheim, già premiato anni fa a Venezia per la sceneggiatura di Jackie di Pablo Larraín e soprattutto, in relazione al contesto del film di cui si parla oggi, autore di Zero Day, miniserie in cui un ex presidente USA interpretato da Robert De Niro veniva messo a capo di una commissione con poteri speciali, chiamata a fronteggiare un devastante attacco informatico. Di attacco si parla anche in A House of Dynamite, ma tornando “indietro” rispetto alle nuove modalità di guerra ibrida: un missile con testata nucleare viene lanciato contro gli Usa, la provenienza è d’incerta attribuzione, la città di Chicago sta per essere polverizzata. E si torna indietro anche con il sottogenere cinematografico del panico da attacco atomico, fiorito nel clima da guerra fredda degli anni Sessanta con titoli come A prova di errore di Sidney Lumet o, naturalmente, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, e rinverdito lo scorso anno, anche se nella forma spuria di biopic, da Oppenheimer di Christopher Nolan. La didascalia che apre il film a tutto schermo e a grandi lettere conferma: il pericolo atomico sembra tornato, purtroppo non solo al cinema, di grande attualità. E, a proposito di ponte di comando, la prospettiva scelta dalla penna di Oppenheim (quasi lo stesso cognome, non a caso?, di uno degli inventori della bomba) e dalla camera di Bigelow è quella dei centri decisionali americani, delle war room, della troika Casa Bianca – Pentagono – esercito chiamata a gestire l’impensabile, il mai auspicabile, lo stress test per eccellenza nell’organizzazione di uno Stato. Cosa fare quando mancano diciannove minuti alla devastante detonazione?

Come agire, a livello politico, militare e logistico? Chi salvare? Tutte le risposte arriveranno, tranne una, quella che all’apparenza sembra più importante e che invece ci appare col progredire dei minuti totalmente irrilevante. Nel momento in cui, all’interno della base militare di Fort Greely, i radar rilevano la presenza di un missile diretto verso gli Usa e lanciato probabilmente dall’oceano Pacifico, non si capisce se da una portaerei o un sottomarino, una delle prime misure è una videochiamata tra sei diverse persone, sei finestrelle che riempiono lo schermo, ognuna occupata da una figura di rilievo e con grande importanza decisionale: tra di loro c’è il POTUS, il Presidente, solo in voce perché (scopriremo poi) collegato tramite una sorta di evoluzione del classico walkie-talkie in quanto impegnato in un incontro educativo/sportivo con delle ragazzine; il Sottosegretario alla Difesa (un sempre misurato Jared Harris), con il lancinante conflitto d’interessi della figlia residente proprio a Chicago; il generale Anthony Brody (Tracy Letts), falco totale e reincarnazione del generale Turgidson di George C. Scott nel capolavoro satirico kubrickiano. Il film, che ha la struttura del thriller adrenalinico tanto cara a Bigelow (capace però anche di tutt’altro, vedi il sottovalutatissimo Il mistero dell’acqua) pur senza quasi mai spostarsi da interni, schermi, telefonate, disvela alcune false piste che poi scioglie con un effetto sorpresa mai gratuito o banale. Primo tra tutti, e unico che vi anticipiamo: intorno al ventesimo minuto sembra già arrivata l’ora X, il momento del devastante impatto dell’ordigno, ma lo schermo vira al nero e si riparte dall’inizio, rivivendo quei momenti concitati da un altro punto di vista, fino ad entrare in ciascuna di quelle sei caselle della videochiamata più importante della storia degli Usa, scandagliando gli umori, disvelando i caratteri, assommando privati interessi alle abilità politiche e diplomatiche. La regia di Bigelow e il montaggio di Kirk Baxter stanno al passo con il ritmato copione rashomoniano, non perdono un colpo, la successione delle inquadrature e degli stacchi anticipa e suggerisce le variazioni emotive senza renderlo palese, senza mai che una componente prevarichi l’altra.

Quando le opzioni decisionali si riducono a «resa o suicidio», la politica può/deve fare un passo indietro e, nonostante il clima di denuncia, la classe dirigenziale mostrata è composta da persone capaci, preparate, sorprese da accadimenti verso i quali nessuno, al momento del dunque, può mai essere DAVVERO pronto. Quando le tenebre (ri)scendono sul mondo, Katherine Bigelow e Oppenheim invitano gli Usa a riprendere quel ruolo rivestito negli ultimi decenni e che Trump ha demolito con un colpo di spugna in poche settimane, perché nessun impero si è mai ritirato a vita privata ed entro i propri confini, ha mantenuto il proprio ruolo o è affogato nel sangue. Questa nuova “crisi dei missili di Cuba” ipotizzata a tavolino, dovesse davvero verificarsi, non avrebbe un Kennedy e un Kruscev ai due capi del telefono, ma The Donald e il suo padrino politico Vladimir Putin. Esorcizzare tutto questo al cinema, tra scariche d’adrenalina, preziosismi tecnici e grandi interpretazioni, è tutto sommato uno dei modi migliori per affrontare l’apocalisse. Non abbiamo fatto cenno al ruolo del presidente Usa perché, anche se si può trovare ovunque a partire da Wikipedia, l’attribuzione del ruolo rappresenta una piccola sorpresa che v’invitiamo a non violare. Un presidente sportivo, simpatico, prestante, che «legge i giornali», quello che è sempre stato il minimo indispensabile ora appare un sogno proibito. Il titolo proviene da un’amara constatazione pronunciata da uno dei personaggi in scena: «Abbiamo edificato una casa, l’abbiamo imbottita di dinamite, e abbiamo pensato che tutto questo ci potesse tenere al sicuro».

Donato D’Elia

Roma, 07 ottobre 2025
Ci è gradito comunicare che il film A HOUSE OF DYNAMITE di Kathryn Bigelow, distribuito in sala da Lucky Red, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:
«Kathryn Bigelow mostra ancora una volta la sua maestria registica nel raccontare i venti minuti precedenti ad un (possibile?) attacco atomico negli Stati Uniti da tre angolazioni diverse, costruendo un complicato puzzle acustico e visivo. Teso e adrenalinico, il film descrive un evento per cui nessuno è preparato, dimostrando come la tecnologia più sofisticata non aiuti a fermare il pericolo. Un thriller che va oltre il racconto ammonitore, oltre la fantapolitica, per rivelarsi un’agghiacciante fotografia dell’esistente: qui, e ora».
(uscita 08 ottobre)
“House of Dynamite” (2025)
Drama, Thriller | United States
Regista Kathryn Bigelow
Sceneggiatori Noah Oppenheim
Attori principali Rebecca Ferguson, Anthony Ramos, Idris Elba
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

ANEMONE (2025), di Ronan Day-Lewis di Marco Romagna
GHOST ELEPHANTS (2025), di Werner Herzog di Marco Romagna
UN FILM FATTO PER BENE (2025), di Franco Maresco di Donato D'Elia
THE SOUFFLEUR (2025), di Gastón Solnicki di Marco Romagna
100 NIGHTS OF HERO (2025), di Julia Jackman di Nicola Settis
THE SMASHING MACHINE (2025), di Benny Safdie di Nicola Settis