A Venezia già da due giorni, seppur per motivi esterni alla Mostra del Cinema che apre ufficialmente questa sera i battenti della sua ottantaduesima edizione, fra le calli della Serenissima è già possibile incontrare qualche accreditato giunto in estremo anticipo, prima della full immersion lidense, a godersi la città. I veneziani digrignano i denti, e per loro i colori dei badge portati al collo dai membri del settore – quest’anno, dopo la grafica intermedia della scorsa edizione, per la prima volta “speculari” rispetto alle abitudini, con le foto spostate dall’angolo sinistro a quello destro – diventano solo un’altra sfumatura della grande trappola turistica. A parte il forno di fine giugno e i dodici giorni quasi chirurgici nell’infuocare Locarno, è stata per assurdo una delle estati più fresche degli ultimi anni, e stando alle previsioni al Lido potrebbe essere la pioggia, dopo il caldo quasi insostenibile del 2024, la compagna di visioni di queste due settimane. Che meritano, innanzitutto, una premessa: nel 2025, 82esima edizione della Mostra, il Fuori Concorso pare di gran lunga la sezione su carta più intrigante. Figurano nomi come quelli di Werner Herzog (con un documentario ‘estatico’) e Tsai Ming-Liang, ma anche Luca Guadagnino, e soprattutto Aleksandr Sokurov col suo Director’s Diary, 5 ore e oltre di riflessioni storiche, per lo più tramite immagini d’archivio con cui ricostruire l’intero dopoguerra dell’URSS. Tra i documentari, tuttavia, quello che si preannuncia in assoluto il più imperdibile sarà Remake di Ross McElwee, ritornato dietro alla macchina da presa a quattordici anni di distanza dal precedente Photographic memory, e pronto a illuminare gli schermi fra Sofia Coppola e Roberto Andò, fra Lucrecia Martel e Laura Poitras, con in mezzo l’inevitabile terzo capitolo dei postumi Diari di Angela (Ricci Lucchi) montati da Yervant Gianikian. Fuori concorso, nella finzione, anche altri autori di ambito festivaliero come Baydarov, Schnabel e uno dei registi anime più celebri e celebrati, Mamoru Hosoda (perché non in concorso?), e poi quattro italiani notevoli, dai giovani Villoresi e Strippoli alle prese con storie horror che puntano al cult (i loro Orfeo e La valle dei sorrisi avranno dedicate proiezioni di mezzanotte) alla nuova collaborazione con Favino di Andrea Di Stefano (Il maestro), senza dimenticare il nuovo film di Antonio Capuano, grande autore prima ancora che mentore sorrentiniano.
E ciò ci porta inevitabilmente al concorso, che è pressoché privo di sorprese, ancora una volta a netta trazione italiana, statunitense e, comprese co-produzioni, francese. Con l’apertura affidata proprio a Paolo Sorrentino, che ormai pare alternare Cannes e Venezia, con il nuovo La grazia che, a differenza dei suoi precedenti lavori, sta avendo una promozione misteriosa e non mirata: si conoscono solo due nomi del cast, un fotogramma con Servillo di spalle, e la città in cui sono state effettuate (buona parte del?)le riprese, ovvero Torino. Gli altri titoli includono ulteriori registi pluripremiati al Lido e non; spiccano i nomi di tre vincitori del Leone d’Oro, uno dei quali è Rosi con un documentario su Napoli, ma gli altri due sono titoli hollywoodiani, con registi entrambi a questo giro firmatari di remake, Lanthimos con il suo Bugonia rifacimento della commedia satirica sci-fi coreana Save the green planet, e Guillermo Del Toro con il suo Frankenstein, dichiaratamente orgoglioso di essere privo di effetti speciali digitali o di inserti in intelligenza artificiale. C’è poi Park Chan-wook, con un passion-project pseudo-remake di Costa-Gavras a cui tiene da anni (e sì, il cinema coreano è ormai la scena più mainstream dopo quella statunitense, ma Park non era in concorso a Venezia da Lady Vendetta 20 anni fa e un film coreano non era in concorso da Pietà, di Kim Ki-duk, che vinse il Leone), ma anche come anticipato la solita sequela di americani, con in testa Kathryn Bigelow e Benny Safdie (alla prima regia da solo senza il fratello Josh), e poi Jim Jarmusch, Noah Baumbach e Mona Fastvold. La Francia porta Valerie Donzelli, Ozon e soprattutto Assayas, mentre dal resto d’Europa troviamo l’ungherese Ildikó Enyedi (quasi 10 anni dopo l’Orso d’oro con il magnifico Corpo e anima, ma essendo passata per il ben meno riuscito Storia di mia moglie), e László Nemes (con un film che su carta sembra finalmente diverso dalla forma dei suoi lavori precedenti, diventati velocemente di maniera), ma anche altri tre italiani: Leonardo Di Costanzo, Pietro Marcello, e soprattutto Franco Maresco col suo documentario ‘fatto per Bene’ (non) su Carmelo Bene, gremito di litigi con cast e produttori. L’esordio alla regia dell’attrice cinese Shu Qi e il nuovo film del taiwanese Cai Shangjun (Leone d’argento nel 2011) sono gli unici titoli (escluso Park) a rappresentare l’Asia, mentre l’unico africano, la tunisina Kaouther Ben Hania, porta in concorso un possibile Leone politico con The voice of Hind Rajab, sul genocidio in Palestina. Una visione del cinema da corsa agli Oscar, forse più “da Festival” che da Mostra Internazionale d’Arte organizzata in seno alla Biennale di Venezia, forse con qualche limite in un reale lavoro di ricerca sulle rotte meno battute (e spesso più coraggiose, sfidanti e vitali) del cinema, eppure da anni ben chiaro nella sua linea resistente, in qualche modo garanzia di qualità e di serietà mentre il mondo della cultura prende botte da ogni parte e può solo aspettare che passi a nuttata.
Del resto pure Orizzonti, che di ricerca storicamente si dovrebbe occupare, spinge sì un po’ più in là l’asticella geografica e formale, ma in realtà sembra più un secondo concorso, che porta altri titoli sulla carta abbastanza lontani dalla sperimentazione ma estremamente interessanti. C’è Laura Samani con il suo secondo film, in primo luogo, tornata a un lungo quattro anni e mezzo dopo l’acclamazione del suo esordio Piccolo Corpo alla Settimana della Critica di Cannes, c’è il nuovo film EDGLRD uscito dallo studio di produzione di Korine (Barrio triste di Stillz), e ci sono anche Solnicki e Mitevska. E poi ci sono, altrove, tanti documentari interessanti sul cinema: in cima Megadoc, il making-of del Megalopolis di Coppola girato da Mike Figgis, ma anche Boorman and the Devil, Sangre Del Toro, Kim Novak’s Vertigo, Holofiction. Tuttavia il vero lavoro di ricerca, più che mai, sembra oramai delegato alle sezioni indipendenti, Giornate degli Autori che fra il programma in Sala Perla e le Notti Veneziane in Sala Laguna schiera a sua volta dei nomi di un certo peso (Bartas, Angius) a latere di un intero programma tutto da scoprire, ma soprattutto le opere prime della Settimana Internazionale della Critica, per un altro triennio affidata alla direzione di Beatrice Fiorentino (con, motivo per il quale sono io a scrivere questo articolo generalmente ‘suo’, la presenza nel Comitato di Selezione del ‘nostro’ Marco Romagna, da più di un decennio de facto caporedattore e bue trainante di questo aratro caotico e passionale che è CineLapsus), e che si preannuncia come sempre come la più radicale delle sezioni della Mostra del Cinema al Lido, fra distopie olimpiche e campi di cotone, fra adolescenti ed esorcismi, fra – citando il titolo del corto di Simone Massi presentato in chiusura di Sic@SIC – Confini e canti. Non resta che chiudere queste poche parole scritte su una nota del telefono e prepararsi per andare a prendere il vaporetto, ricordandosi ancora una volta e a ogni metro quanto sia assurdo e bellissimo, ogni anno, fare questo pellegrinaggio di due settimane per la laguna. Ritrovarsi a Venezia senza essere a Venezia per mangiare, bere e dormire poco e male per giorni, e poi vivere in un più o meno volontario tempio di contemplazione e venerazione dell’immagine. Strapazzarsi, correre, forse per molti versi autopunirsi, ma poi tornare come sempre un po’ migliori di quando si era partiti.
Nicola Settis