Quest’anno non è (per ora) la neve inevitabile co-protagonista della scorsa edizione, specialmente nella sua variante ghiacciata e spessa due dita che per dieci giorni ha ricoperto la città fino ai limiti dell’impraticabilità, ad accogliere gli accreditati in arrivo a Berlino. A dare il calcio di inizio a questa Filmfestspiele numero 76, per adesso con temperature insolitamente alte che, stando alle previsioni, solo nei prossimi giorni tenderanno a scendere di quasi dieci gradi per tornare all’abituale zero termico di queste latitudini e forse a nuove nevicate, è invece un’insistente pioggerellina alternata a qualche rovescio un po’ più deciso, che per tutti i 1200km del viaggio (ancora una volta in auto: ormai per chi scrive è tradizione) alla volta della capitale teutonica non ha mai mollato per un solo minuto e che ancora continua imperterrita a bagnare Potsdamerplatz, Alexanderplatz, lo Zoo e dintorni. Una patina umida, in realtà quasi più scenografica che realmente fastidiosa, che fa brillare di riflessi bagnati l’asfalto e le strade lastricate di ciottoli, e sarà solo il buio in sala dei prossimi giorni a decretare se questa pioggia volesse a suo modo compensare i mancati bagliori un programma che – tanto vale dirlo subito – per lo meno sulla carta parrebbe questa volta non essere particolarmente ricco di nomi e di stelle, oppure partecipare alla festa aggiungendo un ulteriore luccichio a quelli degli schermi e del tappeto rosso. È proprio in questa apparente debolezza, infatti, che paradossalmente si cristallizza il maggiore spunto di interesse di questa Berlinale. Un Festival che, a latere dei pochi (e, va detto anche questo, non tutti necessariamente di primissimo piano) soliti noti Kornél Mundruczó, Karim Aïnouz (con un remake un po’ preoccupante de I pugni in tasca bellocchiani scritto da Efthymis Filippou già autore delle peggiori sceneggiature di Lanthimos), Angela Schanelec, Alain Gomis ed Emin Alper, cui si potrebbero aggiungere Hong Sang-soo questa volta in Panorama e i vari Nicolás Pereda, James Benning e Rithy Panh nel Forum, sembra invitare apertamente e più che mai alla scoperta, a un percorso personale e trasversale fra le sezioni, a vagare per le sale alla ricerca di perle nascoste e di autori di cui innamorarsi o su cui convincersi valga la pena puntare le proprie fiches. Dalla competizione a Panorama, dal fuori concorso di Berlinale Special alla ricerca linguistica di Forum, dal cinema per ragazzi/sui ragazzi di Generation a, chiaramente, le quattordici opere prime di Perspectives, il luogo più di tutti programmaticamente predisposto per questo scopo, pronto quest’anno a partire per un viaggio immaginifico fra la Macedonia e il Cile (magari ancora una volta alle prese con il colpo di Stato del ’73 e le crisi di coscienza mai del tutto sopite di una nazione), fra le Filippine e il Brasile, fra Singapore e la Norvegia, fra il Belgio e la Cina. Alla ricerca di talenti da vedere sbocciare in diretta, come il miracolo di una nascita, per iniziare con loro (o meglio, davanti alle loro immagini) un percorso d’autore ancora tutto da scrivere.
È per questo che, ben al di là di qualche possibile storcimento di naso di fronte alla mancanza di questo o quel nome (e, questo sì ma è inevitabile, di rimpianto verso la troppo breve era Chatrian, autore con la sua squadra di un cambio di marcia semplicemente strepitoso ma evidentemente non sufficientemente compreso e apprezzato dalla committenza del Ministero della Cultura tedesco, che già lo scorso anno aveva nominato al suo posto la statunitense Tricia Tuttle chiedendole una svolta pop che a oggi, per lo meno a livello di star system, sembra riuscita solo in minima parte e che anzi pare ricordare piuttosto gli ultimi anni un po’ stanchi della reggenza di Dieter Kosslick), non può che fare piacere la scelta della Berlinale di lanciare nella competizione principale il nuovo The loneliest man in town di Tizza Covi e Reiner Frimmel, che dopo La pivellina alla Quinzaine, Mister Universo a Locarno e Vera a Venezia ma in Orizzonti continuano ad alzare l’asticella del prestigio delle loro prime; è per questo che non può che fare piacere la scelta di affiancare loro A new dawn esordio alla regia di un lungometraggio dell’animatore giapponese Yoshitoshi Shinomiya già strettissimo collaboratore di Makoto Shinkai; ed è per questo che non può che fare piacere la scelta di portare in Germania il ciadiano e habitué cannense Mahamat-Saleh Haroun che, a cinque anni dal deludente Lingui, ritorna alla regia con Soumsoum, the Night of the Stars. Più in generale, bisogna dare atto alla direzione di non avere paura di scommettere, in questo suo secondo anno, e di cercare di presentare alla giuria capitanata dal noto iper-cinefilo Wim Wenders una selezione il più possibile variegata dal punto di vista linguistico e geografico, dal Messico (il dramma Moscas di Fernando Eimbcke, già autore l’anno scorso del bell’Olmo e adesso “promosso” nella vetrina principale) a Singapore (We are all strangers con cui Anthony Chen chiude la sua trilogia sulla crescita), dalla Turchia (non solo il già citato Alper, ma anche il tedesco di seconda generazione İlker Çatak con il suo Yellow letters) alla Finlandia (il genere puro di Nightborn di Yön Lapsi), dalla Tunisia (In a whisper di Leyla Bouzid) all’Australia (Wolfram di Warwick Thornton). Come pure, uscendo nuovamente dalla competizione principale, sempre dall’Australia arriva l’atteso ritorno dietro alla macchina da presa e all’horror psicologico della talentuosa Natalie Erika James con Saccharine a sei anni dal sorprendente Relic e a due da quell’Apartment 7A ambizioso prequel del polanskiano Rosemary’s baby, mentre dall’Afghanistan giunge il film d’apertura No good men, con cui Shahrbanoo Sadat mette da parte i sogni ancestrali di Wolf and Sheep per ragionare su maschile e femminile in una Kabul ormai tornata in mano ai talebani. Senza dimenticare la Romania di Tudor Cristian Jurgiu (On our own, Forum), Teodora Ana Mihai (Heysel 85, Berlinale Special Gala) e soprattutto (ma qui non è più una scommessa, anzi…) Radu Jude, che con lo storico e archivista Adrian Cioflâncă già suo collaboratore per The exit of the trains porta questa volta fra i corti di Berlinale Shorts i ventidue minuti muti di Shot reverse shot, realizzato con fotografie del giornalista americano Edward Serotta nella Bucarest di Ceaușescu. Ovvero, come già si evince dalla breve sinossi, due sguardi (e punti di vista) differenti che utilizzano gli scatti di uno sguardo (e punto di vista) esterno, occidentale, proveniente dall’altra parte della Cortina di Ferro, su un Paese che non esiste più ma che ancora oggi vive delle stesse contraddizioni. Ed è proprio qui, nel micro di un film come nel macro di un Festival, che dall’intrecciarsi continuo di sguardi, storie, Paesi, generi, punti di vista e autorialità diverse nascono nuove traiettorie, nuove dialettiche (im)possibili, nuove fila da tirare per allargare il proprio sguardo sul mondo e tornare arricchiti, quasi al netto della qualità dei singoli film. Poi certo, a scommettere così forte c’è il rischio intrinseco di ogni scommessa, sempre lo stesso, ovvero quello di perderla e che alla fine avessero ragione quelli, in verità non pochi, che «in questa Berlino non c’è niente». Solo a chi osa, tuttavia, possono riuscire le imprese, e l’ultima Cannes sarà sempre lì negli annali a dimostrarlo. A noi non resta che aprire gli occhi, le orecchie e il cuore, saltellando con fiducia da una sala all’altra per undici giorni di rinnovata passione. Se ci sarà anche una sola scoperta (e siamo convinti ce ne sarà più di una), un solo film inatteso da amare (e siamo convinti ce ne sarà più di uno), un solo nuovo nome da seguire per i prossimi decenni (e speriamo con tutto il cuore ce ne sarà più di uno), ne sarà ampiamente valsa la pena. Come sempre, del resto.
Marco Romagna