Nient’altro è che la cinquantottesima vittima mai ufficialmente riconosciuta del massacro di Maguindanao, quel 58th a cui sin dal titolo allude il nuovo e sorprendente lavoro del cineasta e animatore filippino Carl Joseph E. Papa in prima mondiale all’International Film Festival Rotterdam 2026 nella sezione Harbour. L’unico corpo, nel nutrito manipolo di politici, avvocati e ben trentadue giornalisti assassinati il 23 novembre 2009 da banda armata nell’ennesimo episodio di violenza e corruzione della martoriata Storia dell’Arcipelago, mai ritrovato e mai riconsegnato alla famiglia per una degna sepoltura, e proprio per questo l’unico mai conteggiato in quanto tale dalle autorità del Paese asiatico. Vittima prima dei metodi criminali di un sindaco-gangster uscente (poco importa che il mandante fosse direttamente lui o suo padre) che voleva impedire al suo contendente di far presentare i propri documenti di candidatura a costo di sterminare un’intera carovana di auto, poi dell’incuria che ha fermato le ricerche alla cinquantasettesima vittima senza insistere per trovare anche l’ultima, e infine di un’assoluzione ‘per ragionevole dubbio’ dei suoi aguzzini che per sempre odorerà di nuovo e da lontano di corruzione e di inaccettabile ulteriore prevaricazione. Privato della dignità di un funerale che non fosse meramente simbolico, della possibilità di avere giustizia, e perfino del ricordo fra i nomi sulla stele comunale. È in questo senso che la storia vera del fotogiornalista Reynaldo ‘Bebot’ Momay, ennesimo martire incolpevole calpestato prima da vivo e poi da morto nonostante la strenua lotta per avere memoria e giustizia della figlia Maria Reynafe Castillo, diventa nelle mani di Papa un perfetto paradigma di un sistema putrescente, che non solo durante la dittatura ‘ufficiale’ di Marcos (senior, mentre in questo momento è al governo il figlio in un’inquietante sovrapposizione di corsi e ricorsi storici che sembra odorare di restaurazione) e quella ‘de facto’ di Duterte (la cui figlia Sara è attualmente vice) e della sua violentissima “lotta alla droga” già ampiamente smascherata come facciata di pura repressione dagli ultimi lavori di Lav Diaz, ma anche durante una presidenza (sulla carta) ben più democratica come quella di Gloria Macapagal Arroyo, ha avuto modo di non smentire quella violenza e quella iniquità che sembrano quasi una maledizione intrinseca e ineluttabile di quell’angolo di mondo. Nel raccontarla facendo apertamente nomi e cognomi, 58th vuole essere a tutti gli effetti (anche) un documentario, che però Carl Joseph Papa riscrive e rimette in scena in aperto linguaggio docu-fiction fra un’intervista frontale in videocall Zoom e il materializzarsi in flashback dei suoi ricordi nei quali letteralmente entrare insieme. Un reenactment, basato sulla trascrizione delle testimonianze reali di Maria Reynafe Castillo e pronto a portare sullo schermo una vicenda assolutamente vera specchio di una situazione sociopolitica assolutamente vera, che affida i ruoli della figlia testimone e attiva combattente (per ora sconfitta, ma la lotta per la giustizia non è ancora finita) e del padre Reynaldo Momay rispettivamente alle star di ormai lungo e lunghissimo corso Glaiza De Castro e Ricky Davao (alla sua ultima interpretazione prima della morte), per poi come oramai di consueto nel cinema del regista filippino (già autore, dopo l’esordio live action The unforgetting del 2014, degli animati e già ‘impegnati’ Old Woman Biring sul cancro, The Leaving sulla demenza e The Missing con i suoi abusi sui minori) ricalcarli al rotoscopio e ri-animarli intrecciando tecniche e stili differenti, fra il 2D delle lacrime e il 3D dei veicoli, fra il fotorealismo calcato e spigoloso dei character design principali e le pennellate grosse e sfocate con cui si suggerisce ciò che è superfluo, fra i colori pastello e l’effettistica digitale che installa i live action d’archivio nelle cornici tremolanti delle televisioni a olio e a carboncino.
Un’animazione, non si fraintenda, che non vuole in alcun modo porsi come filtro con cui creare un distacco dalle immagini e quindi dalle violenze di uno Stato corrotto, ma che al contrario nel suo lavoro a stretto contatto con l’immaginazione le innesta ancora più a fondo nel subconscio, e non è affatto un caso che quando il film deve mostrare le immagini dei telegiornali del tempo e degli scavi per ritrovare i cadaveri Carl Joseph Papa decida, come si diceva, di ritornare a una ripresa dal vivo con cui rifuggire ogni possibile dubbio di natura etica, evitando accuratamente ogni tipo di possibile censura nella sua ricostruzione storica, politica ed emotiva, ma semplicemente restituendo le brutalità quotidiane per quello che sono (state). È però solo nella libertà assoluta dell’animazione che la protagonista, rientrando nel suo trauma come una presenza invisibile, può rivedere non vista se stessa e i propri affetti nel dramma e nei momenti felici, può commuoversi immaginando fisicamente un ritorno impossibile e un abbraccio, può ragionare sulla lucida maturità dimostrata dal figlio grande e sulla rabbia repressa che ancora soffoca quello piccolo, può avere di nuovo paura rivedendo allo specchio i volti dei morti del suo esaurimento nervoso. Può rivedersi giovanissima in bianco e nero vessata dall’esercito, e immaginare un parallelo con il sequestro e l’uccisione vissute dal padre conoscendo perfettamente i modi dei militari e la sensazione di paura, rabbia, dolore e impotenza di chi li subisce. Un’emotività, quella della donna in collegamento per lei notturno con un anonimo intervistatore dagli Stati Uniti nei quali ha trovato rifugio per proteggere i figli, ma già sul punto di ritornare nelle Filippine per ricominciare a pretendere il rispetto dovuto e non concesso in primo luogo alla figura di suo padre (e per estensione alle tante dei tanti reporter e cittadini inermi uccisi nel corso degli anni dalle derive di un Potere illibertario e dispotico che continua a mutare pelle per rinnovarsi in definitiva sempre uguale), che 58th rievoca fra l’incertezza delle prime ore e l’odore dei cadaveri in putrefazione fra i quali non trovare il proprio padre, fra lo scoramento quando le autorità sospendono gli scavi e la disperazione del giro in obitorio a riguardare tutti quei volti sfregiati dalle pallottole e dai vermi, ma pure fra l’ostinazione nel chiedere giustizia e quella corsa di puro amore materno per calmare la crisi isterica di un figlio che non ce la fa più a tenersi tutto dentro. Così come a ben vedere non è meno emotivo, nel suo sguardo verso una terra che sembra irrimediabilmente ferita, l’intero campionario di segni e tracce che Carl Joseph Papa dissemina lungo la narrazione attorno a lei, e alla rimessa in scena della sua testimonianza come filo conduttore. Con le già citate immagini d’archivio che come già detto ritornano dal vivo esattamente come messe in onda, con le indagini (più o meno insabbiate) di polizia, con le interviste a Esmael Mangudadatu candidato sindaco che in quell’attacco ha perso buona parte della famiglia e la sua scorta legale e mediatica, e con le lacrime e le grida straziate che il rotoscopio riporta nell’alveo della pudicizia e della filmabilità. E poi ancora con le sconcertanti immagini dei sostenitori fanatici dell’assassino Andal Ampatuan (come si diceva poco importa se senior o junior, quello che importa è come l’abbia fatta franca) contrapposte a quelle delle manifestazioni a sostegno di Mangudadatu e della verità, specchio di quelle Filippine ancora umane e che ancora credono in una possibilità di giustizia e di reale libertà. Fino a quella lapide senza feretro per un nome rimasto ingiustamente senza pubblica memoria, verso il quale 58th si pone prima di tutto come un doveroso, sentito, commovente atto di giustizia.
Marco Romagna
