3 Settembre 2018 -

WHY ARE WE CREATIVE? THE CENTIPEDE’S DILEMMA (2018)
di Hermann Vaske

Perchè siamo creativi? Una delle domande più impossibili del creato. Una domanda a cui Hermann Vaske ha dedicato buona parte della sua vita non solo professionale, giungendo a questo oggetto misterioso e a suo modo affascinante che è Why Are We Creative?, un film saggio trentennale che parte da un tentativo di ricerca personale e urgente, spesso nebuloso, ossessiva ed urticante. Come risolvere la questione dunque? Semplice, chiedendo ad alcuni dei più (o meno, parere personale) creativi del nostro tempo. David Bowie, Ai Weiwei, Björk, Wim Wenders, Philippe Stark, Yoko Ono, John Hegarty, David Lynch, Yohji Yamamoto, Damien Hirst, Angelina Jolie, Nobuyoshi Araki, Quentin Tarantino, Bono, Nick Cave, Neo Rauch, Stephen Hawkins, il Dalai Lama, Peter Ustinov, Marina Abramovic, Diane Kruger, Julian Schnabel, John Cleese, Jimmy Page, Vivienne Westwood, Takeshi Kitano, e molti altri ancora. Qualche frammento, una dedica sul libro che mostra la domanda, varie risposte tentate, qualche arrovellamento fine a se stesso, e molti tasselli su cui iniziare un discorso possibile. Perché tutti questi nomi? Forse perché le traiettorie sulla creatività sono infinite così come lo sono le prospettive.

Hermann Vaske stesso è un creativo, inizialmente come grafico pubblicitario, e dalla sua ricerca ha imparato anche a essere documentarista. Forse proprio per la curiosità sta alla base di questo progetto dalle mille forme, che alla visione appare come un oggetto difficilmente identificabile. Nella prima parte – anche se, tecnicamente, il lavoro non è diviso in due, ma una deriva controllata cha va alla radice come all’identità dell’atto creativo – le possibilità osservate sono molteplici: anzitutto quelle legate all’imprinting, all’esperienza intima di primo contatto con il reale che spesso definisce anche i tratti comunitari del vivere. Dalla conoscenza dell’ambiente poi, molti degli intervistati si interrogano sulla praticità, ovvero su come tutti gli esseri umani sostanzialmente (a iniziare dai bambini) sono entità creativa ma le restrizioni e gli obblighi della società spesso non permettono lo sviluppo di queste facoltà sensibili in ambito artistico. Dopo l’esame delle componenti più antropologiche c’è l’affermazione, per molti altri, di entità astratte e metafisiche come momento fecondo del processo creativo. Qualcosa che può essere un dono da far fruttare, come una patologia da esorcizzare, o uno spettro di vita in cui fuggirà dall’ossessione del quotidiano, o ancora una rivendicazione dei sensi anche come emancipazione sessuale del proprio corpo. Il racconto da/elle infinite voci di Vaske così inizia a stratificarsi e a sedimentarsi costruendo una visione fluida e in divenire; lo spettro terribilmente ampio della domanda inizia a esercitare grande spazi di pensiero attraverso l’impossibilità di una conoscenza che è per assurdo essa stessa il veicolo per conoscere.

Il secondo momento della riflessione è sostanzialmente un’evoluzione del precedente, o meglio la sua diretta applicazione (o inizialmente implicazione). L’arte vive nel momento dell’essere disobbediente – chi crea inizialmente disobbedisce, anche forse a se stesso, creando una rottura – nell’atto di liberazione e di profondità rispetto agli standard della realtà che ci circonda. Ecco allora che la creatività si mostra come motore continuo di tutta la società, perché sarebbe riduttivo guardare unicamente il suo rapporto con l’ambito artistico non considerando che, piccole o grandi che siano, ogni rivoluzione parte da un movimento creativo, qualcosa capace di ribaltare i rapporti di predicazione precedenti. Allo stesso tempo la creatività sa essere anche un’arma, particolarmente pericolosa quando usata contro quella stessa società che dovrebbe invece agitare, muovere e liberare. Ecco quindi che la riflessione di Vaske, presentata alle Giornate degli Autori di Venezia75, torna al punto di partenza, e il film saggio si riavvolge su se stesso per tornare alla domanda da porre infinite volte con traiettorie diverse. Come su quel libro, appuntato e firmato, in cui tutte le galassie creative incontrate dall’autore riflettono se stesse creando un rapporto continuo con quelle successive spalancando nuovi scenari per infinite altre prospettive. Quella di Vaske è una piccola odissea che dal personale arriva all’universale, possibilmente infinita e/o non finita, in cui di mezzo ci siamo noi tutti e soprattutto il nostro modo di conoscere. L’esercizio rimane quello dell’ossessività, di ciò che è sorpresa e stupore, e forse di ciò che puoi trovare solo con un atto di disperato coraggio nei confronti di te stesso. Un po’ come il dilemma del millepiedi che funge da ideale chiusura (e quindi apertura) dello stesso film. Non si parla della creatività del vermiciattolo, ma del suo inconscio esistenziale che lo fa camminare laddove razionalmente non potrebbe. E se questa inspiegabilità fosse il vero motivo del nostro esser creativi? Ecco allora che nell’imprevedibilità, inevitabilmente ossimorica, di questa domanda sta il senso del film di Vaske. Certe cose è (quasi) sempre meglio non chiedersele? Possibile.

Erik Negro

“Why Are We Creative: The Centipede's Dilemma” (2018)
84 min | Documentary | Germany
Regista Hermann Vaske
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating 7.1

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