24 Ottobre 2018 -

WHO INVENTED THE YO-YO? WHO INVENTED THE MOON BUGGY? (1979-1982)
di Kidlat Tahimik

Nelle borse del DocLisboa 2018 consegnate agli accreditati stampa, oltre alle ormai consuete e straordinariamente gradite sardine in salsa di pomodoro piccante che, alternate di anno in anno con altrettanto prelibati sgombri, hanno più volte risolto quelli che altrimenti sarebbero stati addormentamenti problematici, era presente quest’anno anche un moderno yo-yo con tanto di corda intrecciata e lucine rosse automatiche. Un semplice gadget bizzarro, a un primo sguardo, e invece si tratta di un segno, di un ben preciso simbolo, il cui significato, profondo e radicato, racchiude tutto il senso cinefilo, politico, storico e filosofico della kermesse lusitana. Quello portato dallo yo-yo è un chiaro messaggio antimperialista e anticolonialista, di uguaglianza, di libertà, di pace, di rifiuto delle censure, specialmente dopo le pressioni di recente ricevute da parte di ambasciate straniere affinché due film programmati non venissero proiettati, e alle quali DocLisboa ha risposto nelle scorse settimane con un duro comunicato stampa teso a denunciare i tentativi di intromissione per poi andare avanti sulla propria strada, presentando regolarmente i film oggetto del contendere e rivendicando la propria natura di terreno di discussione e di totale indipendenza. Un messaggio, con il simbolo che lo porta, preso e rilanciato da quello che è probabilmente il maggiore capolavoro fra i film selezionati in questa edizione, il rarissimo quanto straordinario Who invented the yo-yo? Who invented the moon buggy?, realizzato dal “padre” del cinema indipendente filippino Kidlat Tahimik nel 1979 ma completato e “uscito” (si fa per dire) solo nell’82. Un film che parte da un assioma: lo yo-yo è stato inventato nelle Filippine, e solo a causa della dominazione e del colonialismo è giunto negli Stati Uniti d’America dove, con il suo basico ma geniale principio del suo moto perpetuo, sarebbe stato fondamentale per calcolare le rotazioni dei moduli spaziali, inventare il giroscopio e così conquistare la Luna. Dalla frastagliata Storia delle Filippine, spartita fra le dominazioni di qualsiasi potenza straniera alternate a sanguinarie dittature militari, Tahimik lasciava così emergere il suo afflato antimperialista e anticapitalista, rivendicando una primogenitura ingegneristica azzardata e genialmente assurda che attraverso le armi dell’ironia più caustica, del surreale e dell’aperta parodia andasse, quando la bandiera a stelle e strisce era ben salda sulla superficie lunare ma la Guerra Fredda era ancora nel suo pieno, a stuzzicare apertamente le superpotenze sui loro nervi più scoperti. Certo, tutto questo se al tempo qualcuno al di fuori degli amici di Tahimik avesse avuto la possibilità di vedere il film, e non è andata esattamente così. Ma questa è un’altra storia…

Who invented the yo-yo? Who invented the moon buggy? è infatti un film pressoché introvabile, la cui unica copia ancora disponibile, in un inglese non particolarmente sincronizzato mentre IMDb sostiene (aprendo a un interrogativo per ora destinato a rimanere senza risposta) che la lingua originale fosse il tagalog, è un traballante 16mm, dalla scansione del quale è stato ricavato il DCP proiettato a Lisbona, con sottotitoli giapponesi stampati e con parte della banda audio visibile nel quadro a destra dei fotogrammi. Tahimik, che già aveva rinunciato al nome di nascita Eric De Guia per sviluppare il personaggio che sarà per sempre il suo pseudonimo1, lo realizzò subito dopo l’altrettanto prezioso esordio Perfumed nightmare (1977) come un ideale seguito dell’opera prima, ma la lunga genesi di Who invented the yo-yo? Who invented the moon buggy? lo portò a uscire solo dopo il documentario Turumba (1981), trasformandolo di fatto nel terzo lavoro cinematografico dell’intagliatore, cesellatore e regista filippino. Il Kidlat Tahimik già protagonista di Perfumed nightmare, dall’autista di jeepney affascinato dai progressi spaziali americani ma ben presto costretto a rendersi conto dei pericoli di una così rapida invasione tecnologica (e culturale) occidentale del primo film, in questo seguito si perfeziona fino a riuscire, con i suoi mezzi rudimentali e con gli ancor più improbabili interventi divini di una religione anch’essa di fatto imposta dalle invasioni coloniali, a coronare il suo sogno di portare il primo yo-yo sulla luna, riportando «il terzo mondo» (e, appunto, il suo giocattolo simbolo di pace, di tecnologia e di complessità nascosta anche in ciò che sembra apparentemente semplice) alla centralità che merita nella Storia e nella conquista dello Spazio. Mentre in un mondo di guerre, iniquità e povertà, spaccato fra primo e terzo mondo, le due maggiori superpotenze sprecavano miliardi di dollari e di rubli nella ricerca spaziale, un filmmaker “casereccio” filippino ma già al tempo residente in Germania rispondeva loro con l’immaginazione di una finzione in cui è possibile andare nello Spazio da soli, con le proprie forze e con la propria manualità, trovando da soli la propria urticante fonte di energia a un costo vicinissimo allo zero. Che poi è più o meno il costo di Who invented the yo-yo? Who invented the moon buggy?, fatto di creatività e di intuizioni nella messa in scena, di inventiva e di capacità di valorizzare l’esiguità di mezzi, ma soprattutto di un’ironia che non risparmia nessuno, né gli USA né l’URSS passando per la ricca Baviera rurale (dove per dire sì invece che “ya” si pronuncia “yo-yo”), mostrando la corsa allo Spazio per il sostanziale gioco di potere che era mentre nel resto del mondo, quello non baciato dall’opulenza, la gente pativa (e continua ancora oggi a patire) la fame.

Quella messa in campo da Kidlat Tahimik è un’ironia urticante, figlia delle ferite filippine sempre aperte, dei secoli di colonialismi e neocolonialismi, di una profonda appartenenza alla propria terra e alla sua disperata ricerca di identità fra le mille inevitabili contraddizioni delle differenti imposizioni culturali subite. È un’ironia che parte dallo yo-yo/giroscopio per dipingere, con ben preciso intento di sovversione politica, il sogno quasi fanciullesco di un visionario, di un eretico dell’immagine che interpreta un eretico della corsa allo Spazio: una scheggia impazzita nel pieno controllo, l’energia della natura nella più piena e avanzata tecnologia, la totale indipendenza di un film inclassificabile e profondamente anarchico che, in quanto tale, riscrive ancora una volta il senso stesso del fare cinema e del farlo politico, del farlo artigianalmente, del farlo da soli, lontani da ogni convenzione e da ogni imposizione, liberi di trovare un proprio linguaggio fra svolte surreali, animazioni rudimentali e sostanziali stop motion in carne e ossa ottenuti con gli arresti e le sostituzioni della (finta) auto che corre avanti e indietro per il (finto) prato. In mezzo, le Filippine, un Paese più volte preso, sfruttato e abbandonato, un Paese «del terzo mondo» che si illude di far parte del primo facendosi prendere in giro con i suoi gran premi di auto a pedali, fasulle, ricavate da un tronco e prive di motore. Quella stessa Dune buggy lunare, la “Moon buggy”, che il personaggio Kidlat Tahimik costruirà per iniziare a sperare di poterci raggiungere e percorrere il Mare della Tranquillità. Così come l’America ha preso e reso più pressapochistico lo yo-yo, trasformato dai perfetti bilanciamenti del legno intagliato filippino alla quasi casualità della plastica(ccia) americana, ora è Tahimik che prende i supercomputer della NASA e li (ri)trasforma in grossolani bollitori, in primitivi cavi di ferraglia, in pentole che estraggono dalle cipolle, non a caso altra arma urticante come l’ironia del regista, il carburante con cui giungere sulla Luna. Basta uno scivolo per bambini da usare come rampa, basta il tronco di un albero, basta una lampada da scrivania, bastano due pezzetti di legno, basta un laboratorio sito in un’immaginaria località bavarese, e basta una sigla scelta fra mille possibili acronimi, tutti volutamente ridicoli, che segni l’inizio del primo programma spaziale filippino. Bastano le torri e le cupole già in giro per tutto il mondo, forme imposte dalle dominazioni straniere e da sempre così simili ai razzi spaziali, e basta un rotolo di alluminio per illudersi di aver costruito dei perfetti Moon Boot per la gallina/Laika, oppure per forgiare da soli una (quasi) perfetta tuta spaziale. Ma soprattutto bastano un immaginario forte e la faccia tosta per portarlo davvero sullo schermo, giocando con le sospensioni dell’incredulità, giocando con le battute di spirito e le stoccate che puntuali affondano nelle carni degli anni Settanta, giocando con le sperimentazioni linguistiche e visive, giocando con i segni, significanti e simboli di significati profondissimi.

Certo, non c’è ancora quella piena maturità teorica che Tahimik saprà raggiungere nel suo progetto ultratrentennale e totalmente differente Balikbayan #1: Memories of Overdevelopement Redux III (2015), ma la freschezza caustica straordinariamente divertente e mirabilmente centrata di Who invented the yo-yo? Who invented the moon buggy? è un grido d’orgoglio e autodeterminazione che si leva dal Terzo Mondo, è una rivendicazione culturale che passa attraverso l’inventiva e la scienza, è una chiara e netta presa di posizione contro l’imperialismo in cui basta un semplice giocattolo, uno yo-yo, per vincere ogni possibile retorica. Tahimik graffia, attacca, parodizza, prende apertamente per il naso in un brillante pastiche efficace ben più di qualsiasi parola. C’è la formazione del suo personaggio da bambino, realmente vissuta da Tahimik sotto la dominazione delle basi militari statunitensi ben presto andate via dopo aver vampirizzato tutto il possibile, spartita a metà fra le (guarda caso) imposizioni del padre scienziato e della madre artistoide che lo hanno portato a una personale ingegneria fondata sullo yo-yo e sulla fantasia fatta di improbabili oggetti che in maniera ancor più improbabile funzionano. Ci sono i mostri spaziali, gli “invasori”, che non hanno certo bisogno di presentazioni nella metafora politica che viene messa in scena, e che Tahimik relega intelligentemente al sogno, o meglio all’incubo, che come ogni fase onirica si può curare semplicemente svegliandosi per poi ricominciare a sognare senza più disturbi. Ci sono i bambini, unici portatori di una possibile idea di futuro che sia diversa da quella che hanno dovuto subire i loro genitori relegati ai margini del mondo, e unici abbastanza puri da credere senza resistenze alla purezza di Kidlat Tahimik. E poi c’è la religione, retaggio coloniale fra le architetture delle chiese e i simboli artistici di (Ma)donne in piedi sulla Luna ad anticipare di secoli il primo uomo. Un retaggio ormai imbruttito come una Madonna rugosa e baffuta, che all’apice dell’assurdo apparirà a Tahimik pronunciando le parole che hanno reso famoso Neil Armstrong per insegnargli il segreto dell’energia lacrimevole delle cipolle, e aprendo definitivamente al P.O.M.P., Philippines Onion Moon Project, che porterà finalmente il primo yo-yo sulla Luna. Magari proprio mentre la radio commenterà la nuova impresa come occasione di «orgoglio statunitense», a togliere alle Filippine anche il primato raggiunto da un uomo solo, che ha osato contro tutto e contro tutti, che ha saputo sfruttare la sua immaginazione e la sua intelligenza, e che ha portato a termine con mezzi rudimentali l’impresa impossibile. Proprio come Tahimik, con un budget ridicolo ma con sana rabbia creativa e con il talento proprio degli artisti, ha portato a termine un film impossibile e magnifico. Rifiutando qualsiasi censura e proseguendo diritto per la sua strada. Come il DocLisboa, e come gli yo-yo inseriti come omaggio nella borsa. Giocarci è una responsabilità, è una presa di posizione, è una scelta politica. Un qualcosa su cui basare l’esistenza, insomma.

Marco Romagna

1 Kidlat Tahimik, letteralmente, è la traduzione in tagalog di “silent lightning”, quel fenomeno energetico che non ha un nome in italiano per il quale nel bel mezzo delle nubi a volte appaiono dei bagliori di luce senza che sia visibile (e poi udibile con il tuono) la saetta di un vero e proprio lampo.
“Sinong lumikha ng yoyo? Sinong lumikha ng moon buggy?” (1982)
N/A | Philippines
Regista Kidlat Tahimik
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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