TOM À LA FERME (2013), di Xavier Dolan

A vedere o rivedere un’opera di Xavier Dolan, sembra di incontrare innanzitutto qualcosa di estremamente banale eppure non scontato: il piacere di fare cinema, di narrare tramite immagini e suoni in interazione, l’entusiasmo per il mezzo e le sue possibilità, la scoperta di un meraviglioso giocattolo e il desiderio compulsivo di trastullarcisi fino a romperlo. E’ uno slancio riconoscibilissimo, attribuibile probabilmente alla giovane età dell’autore e alla sua vorace prolificità. Ventisette anni e ben sei lungometraggi all’attivo, una favola bella canadese che sta stregando cinefili e non (anche con notevoli fratture tra chi lo idolatra e chi ne ridimensiona la portata), e che finalmente grazie alla lodevole Movies Inspired sta approdando anche nelle sale italiane, sia pure con un numero di copie decisamente esiguo e in piena estate. Com’è ben noto, di tutti i film di Dolan precedenti al trionfo di Mommy (2014) non si era vista traccia nei cinema del nostro paese. Grazie alla Movies Inspired qualche settimana fa è arrivato in sala Laurence Anyways (2012): adesso è il turno di Tom à la ferme (2013), primo incontro di Dolan con un’idea di cinema più codificato, suo primo cimento con un racconto che ha qualcosa da spartire con l’idea di “genere”, sia pure tramite vie fortemente personali.

Stavolta il giovane Xavier prende le mosse da una pièce di Michel Marc Bouchard, lavorando innanzitutto con enorme sagacia sulla ricollocazione della materia narrata in ambiente-cinema. Se non fosse per una certa insistenza nei dialoghi intorno al tavolo da pranzo, resterebbe davvero poco dell’origine teatrale, ben ricollocata in un puntuale linguaggio cinematografico che spesso adotta il passo arrembante della suspense e del classico thriller anni Ottanta e Novanta, sostenuto da un commento musicale del glorioso Gabriel Yared decisamente funzionale. Per evidenti ascendenze personali (Dolan è gay dichiarato), il ragazzo lavora con materiali e tematiche che ben conosce, ma nel caso di Tom à la ferme non ne fa il terreno di riflessioni sociali o esistenziali. Con approccio decisamente originale Dolan costruisce infatti un cosiddetto “thriller dell’anima” in cui la posta in gioco è l’accettazione di sé, il conflitto con l’omofobia interiorizzata e le conseguenti ricadute psicopatologiche nei rapporti con gli altri, il sadomasochismo dei rapporti d’amore, la lacerazione ancestrale con una figura materna (pressoché onnipresente nell’attuale filmografia dolaniana) adorata e temuta. E, su tutto, un’idea di “amour fou” in aria di Truffaut (idolo e referente quasi spudorato per il giovane autore: vedi J’ai tué ma mère, 2009, e Les amours imaginaires, 2010) che si delinea come il vero mistero insondabile di un giallo sui generis. In Tom à la ferme c’è sì un morto che funge da motore narrativo, ma egli è rimosso dalla scena e la dinamica del suo decesso è destinata a rimanere avvolta nel mistero. È Guillaume che muore fuori scena, inducendo il suo compagno Tom a recarsi al suo funerale in campagna. Tom si ritrova così ospite della fattoria di Agathe, madre in lutto che non ha mai saputo dell’omosessualità del figlio, ma il vero orchestratore si rivela Francis, fratello di Guillaume che costringe Tom a mentire ad Agathe. A poco a poco Tom scopre la vera natura di Francis, uomo violento e alienato che nasconde a sua volta una tormentata omosessualità. Tra recite e menzogne incrociate, Tom rischierà di smarrirsi alla fattoria, irresistibilmente avviluppato in un rapporto distruttivo con Francis e intrappolato nel gioco della sostituzione: per Agathe è il figlio perduto, per Francis è il fratello perduto e il compagno mai avuto. E Tom a sua volta ha bisogno di colmare la mancanza di Guillaume. Pieni e vuoti che fatalmente vengono a incontrarsi.

Della morte fuori scena di Guillaume non sapremo mai nulla. Il mistero è altrove, nelle insondabili dinamiche che spingono Tom verso una malsana attrazione per Francis, che riversa sul ragazzo tutta la violenza del rifiuto di sé. Classico caso di omofobia interiorizzata, Francis rifiuta se stesso fino a rasentare (e andare oltre) la psicopatia, sfogando la repulsione per se stesso nella violenza, fisica e psicologica, inflitta a Tom. Dolan sceglie insomma tematiche a lui congeniali, aderendo anche a un’idea di “amour fou” di oscura radice romantica decisamente vintage, così fieramente coerente da lasciare addirittura uno spiraglio aperto a un impensabile “lieto fine” dopo i titoli di coda. Tuttavia Tom à la ferme tratta tale corposo bagaglio narrativo come materiale per un thriller dell’anima in cui è più forte l’interesse per l’atto del narrare, piuttosto che per l’oggetto del racconto. In tal senso è evidente il piacere di Dolan nello scandire il racconto di improvvise e isteriche accelerazioni, spesso incuranti della continuità narrativa: basti pensare alla mirabile sequenza della fuga nel mais tagliente, che giunge subito dopo una brusca ellissi. Secondo tale linea di ragionamento ricorre spesso in Tom à la ferme un evidente gusto di composizione della sequenza indipendente. Come a dire, Dolan ha girato questa scena perché gli andava di girarla, tenendo forse in mente più il piacere della singola sequenza che l’insieme del film. Accade più volte: la corsa nel mais, l’apertura della scatola dei ricordi di Guillaume, il dialogo in cortile tra Tom e Sarah… Accensioni isteriche che giungono a spezzare il racconto e ad evidenziare il gusto per la sequenza in sé, secondo un principio di piacere infantile e contagioso. Così ragionando, Tom à la ferme sembra tracimare di generosità espressiva, come quella di un bambino che sa di aver imparato benissimo la lezione ed eccede in prolissità. Ne è piena testimonianza la progressiva involuzione del racconto, zeppo di risvolti inessenziali e ridondanti (Sarah ha avuto a sua volta una storia con Guillaume, Sarah ha un flirt con Francis…) che alzano sempre più il tiro dell’improbabile, visto che già si deve accettare la premessa narrativa di due fratelli entrambi gay, anzi entrambi bisessuali. Tuttavia Dolan mostra di saper manovrare a meraviglia i meccanismi della suspense, in modo da tenere sempre alta l’attenzione imbastendo una sfida anche con la credulità dello spettatore.

Linguisticamente stavolta il giovane autore è meno spericolato che in altre prove precedenti, ma è interessante vedere che tipo di relazione stabilisce con la grammatica più consolidata. I momenti forti sono affidati a una serie di pedinamenti alle spalle di Tom che conferiscono senso di minaccia e claustrofobia alla condizione del personaggio, mentre anche qui in tre occasioni troviamo i noti mutamenti di frame, sempre in ottica di progressivo soffocamento del protagonista. Alla fine da Tom à la ferme ricaviamo un piacevolissimo senso di gratuito, dove all’aggettivo “gratuito” non conferiamo alcuna connotazione negativa. Passano infatti in secondo piano i richiami allo scontro di culture (“Going to a Town” di Rufus Wainwright sui titoli di coda sta lì a sottolinearlo) e la fascinazione per il ferino del mondo rurale. Squisito narratore, Xavier Dolan non fa altro che raccontare traendovi il massimo piacere, prima personale, poi collettivo. E’ lo stesso rapporto che mostra di avere nei confronti delle canzoni, inserite nel racconto innanzitutto secondo un evidente principio di piacere e immediata consonanza espressiva. Regna sovrano il pop, in cui primeggia “Pleurs dans la pluie” di Mario Pelchat, sorta di Toto Cutugno canadese che incastonato nel racconto sembra riecheggiare le parole di Fanny Ardant in La signora della porta accanto (1981) di Truffaut riguardo alle canzonette: “Più sono stupide, più sono vere”. E’ proprio su quel crocevia che Dolan sembra collocare Tom à la ferme, a metà tra il Truffaut noir e di genere e quello dell’amour fou tra Ardant e Depardieu, con un occhio a Hitchcock (con tanto di McGuffin fuorviante: la morte di Guillaume) riletto alla luce del thriller anni Ottanta e Novanta. Troppa grazia? No, non stiamo dicendo che Xavier Dolan vale quanto certi inarrivabili modelli, ci mancherebbe. Di sicuro però strizza l’occhio in quella direzione, con l’ambizione e l’arroganza del giovane di talento che non ha paura di rinviare spudoratamente a intoccabili maestri. Per cui, come già in altre occasioni, si finisce per apprezzare in Dolan più di ogni altra cosa la tracotanza giovanile, che lo spinge a comporre opere sbilenche e squilibrate, ma pulsanti di vero entusiasmo. E per questo si spera che non invecchi né maturi mai.

Massimiliano Schiavoni