17 Agosto 2019 -

TO THE ENDS OF THE EARTH (2019)
di Kiyoshi Kurosawa

A volte è necessario spingersi fino ai confini del mondo, To the ends of the Earth, per riuscire a trovare se stessi. È necessario costruire, vivere e poi risolvere ogni illusione, è necessario affrontare e vincere ogni paura, è necessario vagare nell’ignoto lasciandosi trasportare dalle emozioni più ingenue e ancestrali. Fino a ritrovare la propria voce interiore e le proprie reali aspirazioni, fino a lasciarsi accarezzare da una sottile e dolce brezza di libertà, fino a sentire l’emergere delle emozioni di un cuore che sa finalmente rompere gli argini ed esplodere nel canto soave del suo eterno Inno all’amore. Quello di Edith Piaf, o forse quello della cover di Utada Hikaru reinterpretata dalla protagonista nella commozione del suo essere finalmente viva. Del resto, il cinema di Kiyoshi Kurosawa è sempre stato, a suo modo, un grande romanzo di formazione, in cui a ripresentarsi sotto forma di spettrale ricordo è sempre stata l’emotività perduta, la carenza affettiva, una disperata ricerca di umanità. Non è certo un caso, in questo senso, che sia quasi sempre l’amore l’unica possibile chiave con cui tentare di risolvere o per lo meno riuscire a mettere a fuoco i problemi, così come non è certo un caso che l’unico possibile punto di vista, il centro narrativo e drammaturgico su cui cucire le storie, siano sempre i protagonisti destinati a evolversi e a (re)imparare ad amare. Anche To the ends of the Earth, presentato in pompa magna sullo schermo gigante di Piazza Grande in prima internazionale come film di chiusura del 72mo Locarno Film Festival pochi mesi dopo l’uscita in sala in Giappone, è in questo senso letteralmente cucito sulla Yoko incarnata da una raggiante Atsuko Maeda, già leader delle idol-pop AKB48 e protagonista nel 2013 a Vladivostock proprio per Kurosawa del magnifico Seventh Code. C’è il suo camminare fra l’agio e la paura per lande che non conosce, inquietanti per il solo fatto di essere così tanto diverse e distanti dall’arcipelago giapponese, c’è la sua esuberanza cristallizzata nei servizi dell’inviata televisiva iper-pop ai limiti del demenziale con cui dissimulare – usando gli stessi mezzi del cinema – quei disagi e quelle timidezze pronte a ripresentarsi non appena si spengono le telecamere, ci sono i suoi sguardi sinceri e atterriti di fronte alle fiamme dell’incertezza quando nei telegiornali, mentre la troupe pensa all’ennesimo disastro nucleare, la lontana Tokyo prende fuoco e il fidanzato pompiere proprio in quel distretto non risponde al telefono, e soprattutto c’è la sua voce, quella di chi per lavoro costruisce facili e fasulle illusioni, ma esattamente all’opposto vorrebbe cantare la sincerità con il trasporto delle più pure emozioni.
Sta qui tutta la perfetta coerenza, umana e cinematografica, di un lavoro atipico, spiazzante, mai così lontano, con i suoi toni a metà fra la commedia nera, il musical, il dramma romantico, l’avventura e il sogno, da quel cinema di genere che Kiyoshi Kurosawa, con le sue incursioni nella fantascienza ma soprattutto con i suoi J-horror destrutturati e minimali, fin dall’esordio del 1975 ha sempre contribuito a rifondare come uno dei più grandi della sua generazione. Un film di piena e pura luce, quasi contrapposta al consueto buio. Un film che non deve (solo) fare i conti col passato, ma che guarda scopertamente al futuro. Un film apertamente metacinematografico, con il quale riflettere sulle forme e arrivare a liberare ancora una volta tutta la sostanza del proprio cinema. Questa volta non serve, al grande autore nipponico, ricorrere al soprannaturale dei fantasmi o degli alieni per incrinare e rompere la routine, per scoprire il fianco all’avanzare di quelle piccole e grandi inquietudini che porteranno alla reale comprensione, al cambiamento interiore, al percorso di crescita dei personaggi. È sufficiente, per scartare e annullare del tutto la normalità del vivere quotidiano, spostarsi in una terra straniera come l’Uzbekistan, fatta di mentalità, culture e tradizioni così smodatamente differenti da quelle nipponiche, a tratti affascinanti, a volte «troppo intense», a volte quasi atterrenti per la protagonista, sempre più leggera e felice nel suo camminare e perdersi per le strade polverose ma al contempo pronta ad accelerare il passo e fuggire rasente ai muri ogni volta che un manipolo di uomini, anche e soprattutto in divisa, le si para davanti con la sua lingua per lei incomprensibile e preceduto dalla sua stereotipata fama maschilista. Fra il retrivo, ma forse proprio per questo così tradizionale, pescatore che sostiene che i pesci siano infastiditi dall’odore della donna, il giostraio non senza tutti i torti iperprotettivo, il traduttore kazako da sempre affascinato dalla cultura giapponese dei prigionieri disposti a creare il bello per i propri nemici, l’anziana ostessa che, gentilissima, insegue la piccola troupe televisiva per donare loro cibo e la polizia costretta a inseguire chi ha filmato una zona proibita ma poi garbata nel capire la buona fede e nel restituire la videocamera dopo averne visionati i filmati, il sempre indispensabile Kiyoshi Kurosawa sfrutta al meglio la co-produzione internazionale mettendo in scena, in uno scorrere episodico e quasi rapsodico nei suoi repentini cambi di ritmo, genere e umore, quelle disuguaglianze culturali che diventano per la protagonista fondamentali, nella loro estraneità rispetto a “casa” Giappone, per scoprire le proprie reali aspirazioni, per capire quanta distanza ci possa essere fra occupazione lavorativa e destino, fra immagine e vita, fra illusione e valore realmente importante.

Si annida probabilmente nel titolo originale 旅のおわり世界のはじまり(Tabi no Owari Sekai no Hajimari, letteralmente «La fine di un viaggio, l’inizio di un mondo») il senso più intimo di To the ends of the Earth. Yoko, nel suo vagare e perdersi nel centro dell’incontro/scontro culturale, si trova sempre più a suo agio, sempre più determinata, sempre più emotiva, sempre più profonda in un mondo superficiale. Fino a un vero e proprio nuovo inizio, quello di una canzone finalmente pronta a emergere dai sogni per intonare la sua gioia d’amare, quello di fiore finalmente pronto a sbocciare, quello di chi, abbandonate definitivamente le ingenuità e le insicurezze, con il cuore finalmente leggero di fronte alla consapevolezza di rivedere l’amato sano e salvo e alla maestà della capretta liberata che – non ricatturata dall’uomo né sbranata dagli animali selvatici – nuovamente scorrazza viva e libera per le montagne, sa di aver scoperto il reale significato della devozione, del sacrificio, della perseveranza, del sentimento, della gentilezza. Dell’essere se stessi, come persona ma anche come popolo – giapponese – di cultura, valori e tradizioni millenarie. Passando per il respiro mozzato dall’assenza, dall’incertezza, dal dramma, da quel telefono che non suona per una risposta che tarda ad arrivare, per quel terrore ancestrale di chi, non riuscendo a parlare con i propri cari, capisce quanto sia importante dare ogni atomo di se stessi agli altri. Passando per le paure, per le inquietudini, per le preoccupazioni, per l’immaginazione, per la magia onirica dei luoghi – quasi lynchana quando, all’interno del Teatro Navoi edificato con straordinaria cura dalle mani dei prigionieri giapponesi, con la protagonista che assiste alla sua stessa esibizione fino alla brusca interruzione di un guardiano che la sgrida per essersi intrufolata dove non dovrebbe stare, sembra quasi di ritornare per qualche istante nella stessa illusione del Club Silencio di Mulholland Drive. Un’illusione della quale nulla è più centrale, nel percorso di crescita messo in scena in To the ends of the Earth. È l’illusione della vana ricerca di quel pesce gigante e mitologico che probabilmente, come i nostri mostri interiori, nemmeno esiste, è l’illusione del cibo crudo che per i telespettatori deve apparire cotto e buonissimo, è l’illusione di quella giostra di strada dove il terrore e la nausea devono diventare risate di una falsa gioia da dare in pasto al pubblico, ma è anche quell’illusione in cui comprare e liberare la capra aprirà gli occhi su quanta sia l’ingenuità che i puri di cuore trovano in ogni loro percorso di maturazione.
Illusioni, rigirate fino al take soddisfacente, che nient’altro sono che l’illusione del mezzo cinema, pronte a diventare fra le stratificazioni di Kurosawa pura teoria, perché solo attraverso l’immaginario e il deflagrare delle emozioni si può realmente capire e assaporare la realtà, solo attraverso la tensione e il terrore si può assaporare lo scampato pericolo, solo attraverso l’ingenuità si può giungere alla reale consapevolezza. Non è un semplice punto di innesco narrativo, il servizio televisivo superpop intorno al quale ruotano le scarne linee della trama, e non è nemmeno un semplice collante fra gli episodi/tappa attraverso cui la protagonista percorrere il sentiero della propria presa di coscienza. È una riflessione continua sulla correlazione fra vero e apparente, su quanto possa essere finzione la “realtà” raccontata dai media e al contempo su quanto sia necessario immergersi nelle illusioni e nelle paure per poter realmente vedere apparire e poter afferrare la realtà, su quanto possa essere eccessiva una preoccupazione e su quanto possa essere falsa e inquietante una risata. Creando quelle illusioni con cui trasformare le varie attrazioni (non troppo culturali, altrimenti il pubblico si annoierebbe) dell’Uzbekistan in una continua rilettura, in una continua finzione, nel continuo racconto superficiale e faceto di una meta esotica. Narrato da una conduttrice obbligata per contratto a un entusiasmo così in contrasto con i suoi silenzi, con i suoi timori che le fanno tenere i sogni nel cassetto, ma anche con la sua viva curiosità e con la sua volontà di andare in profondità e scoprire quello che le telecamere non inquadrano. Fino a vincere le timidezze e finalmente aprire il suo cuore al canto più emozionato della vita, alle confessioni, all’amore più totalizzante nella consapevolezza del ritorno e di tornare cambiata. A volte, per liberare le emozioni, è necessario passare da una serie di piccoli e abbozzati passi nell’ignoto, di piccoli e grandi paradossi, di rifrazioni nei corridoi, di pedinamenti, di sogni, di paure, di comportamenti irrazionali e di brividi emotivi. È necessario andare sempre più in profondità verso “i confini del mondo”, verso To the Ends of the Earth, e quindi inevitabilmente al principio di se stessi. Quei confini del mondo dove spingersi con chi si ama, che ci vicino o lontano, che stia bene o che sia temporaneamente disperso. Quei confini del mondo per cui essere disposti ad abbandonare tutto: la casa, gli amici, il proprio Paese, ogni propria certezza (e magari perfino il cinema di genere) per abbracciare una nuova e intima consapevolezza, sublime, profonda, straziata e dolcissima. Che mai rinuncia alla sua necessaria e bruciante inquietudine. Perché può accadere tutto nella vita. E per poterlo affrontare serve la coscienza di non essere mai realmente soli, serve saper aprire e donare il cuore, servono le piccole scoperte e le gioie sottovalutate di ogni giorno. L’unico antidoto contro le amarezze, da tenersi stretto in ogni sua ogni lacrima di commozione e in ogni suo trasporto.

Marco Romagna

“To the Ends of the Earth” (2019)
120 min | Drama | Japan / Uzbekistan / Qatar
Regista Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatori Kiyoshi Kurosawa
Attori principali Tokio Emoto, Ryo Kase, Atsuko Maeda, Adiz Rajabov
IMDb Rating 6.5

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