17 giugno 2017 -

TO STAY ALIVE: A METHOD (2016)
di Arno Hagers; Erik Lieshout; Reinier van Brummelen

Per guardare il mondo bisogna esserne esclusi, poiché l’esclusione produce uno sguardo oggettivo che però è anche estetico. È vero, le mie poesie sono dominate dalla solitudine, dalla fine delle passioni, dal declino fisico, ma è questa la realtà che occorre guardare in faccia. Certo, c’è anche qualche attimo di felicità, che però sulla pagina deve rimanere istantaneo. La descrizione della felicità, se troppo lunga, diventa noiosa.
Michel Houellebecq

Iggy Pop e Michel Houellebecq insieme in un film, avevo un’iniziale perplessità leggendo la sinossi. Mi chiedevo cosa avessero in comune una rockstar che da cinquant’anni calca le scene e un intellettuale controverso come l’autore di Sottomissione. Hanno invece molto in comune, lo scrittore francese quando era un adolescente infelice cercava sollievo dal mondo ascoltando Iggy e gli Stooges, e anni dopo, quando stava cercando di diventare uno scrittore, ha vissuto in una piccola stanza, nuda con un solo materasso, marea di alcool e un enorme manifesto di Iggy Pop sul muro.
James Jewel Osterberg, per tutti Iggy Pop, invece è rimasto scosso da Rester vivant, il saggio sulla follia, la sopravvivenza e l’arte che Houellebecq scrisse nel 1991. È un libro che parla dell’origine della sofferenza, è una lunga esortazione forte e chiara verso coloro che non ce la fanno più. Iggy Pop è un wrestler del rock che proprio non ne vuole sapere di gettare la spugna, lesse il testo anni fa e se ne innamorò, riconoscendosi immediatamente.
I due si conoscono da ormai dieci anni, si frequentano e hanno già collaborato prima di questo film, Iggy in un suo album in francese Preliminaires (una lingua che parla a malapena) ha messo in musica parte di La possibilità di un’isola, fondamentale romanzo di Houellebecq. Proprio all’inizio di questo romanzo che ho ripreso in mano ora, l’avevo letto forse una decina d’anni fa, c’è una frase che è molto significativa: Chi, fra voi, merita la vita eterna? . Questa domanda è importante per capire i due artisti e questo film stratificato e complesso.

To Stay Alive – A Method ripercorre due vite, quelle di Iggy Pop e quella di Houellebecq. Il regista Erik Lieshout con l’aiuto di Arno Hagers e Reinier van Brummelen riprende Iggy Pop dal suo giardino soleggiato di Miami mentre legge Rester vivant, la narrazione passa da Iggy a quella di alcune persone con malattie psichiatriche le cui storie di vita sono state l’ispirazione per il saggio di Houellebecq. Iggy è se stesso mentre lo scrittore francese si dimostra ancora una volta un amante della recitazione, si mette nei panni di un artista che vive nella casa della nonna ma che non mostra mai la sua arte.
Prima di entrare nel film è interessante conoscere la storia di come il regista è entrato in contatto con Houellebecq e Iggy Pop, prima con lo scrittore intervistandolo per una tv olandese e poi girando un documentario sulla lavorazione di un film tratto proprio da La possibilità di un’isola. Lieshout ha poi cercato Iggy per una canzone da inserire nel film, e per questo andò poi a trovarlo a Miami. Durante questo primo incontro, il cantante ha tirato fuori una chitarra e ha iniziato a suonare una canzone chiamata “On The Beach”, che non aveva mai registrato e che aveva questa strofa:

Tu puoi convincere il mondo che sei una sorta di superstar,
mentre invece è uno stronzo quello che tu sei

Iggy diede poi il permesso a Lieshout di utilizzare la canzone che sentiremo anche nel film. Questo ci fa tornare al punto di prima: come rimaniamo in vita? Dobbiamo far credere qualcosa agli altri? O dobbiamo farlo credere a noi stessi? È la domanda che ci si pone continuamente, è questo il “mantra” (titolo tra l’altro di un album del ’77 di Iggy Pop) del film: immortalità alla sofferenza, autoconvincimento che l’arte può salvarti, e consapevolezza che l’ironia è basilare per vivere.

To Stay Alive – A Method è un film sofferto, per certi versi tragico ma pieno di humour. Houellebecq e Iggy ci dicono in meravigliosa sintonia che una certa megalomania può essere d’aiuto. Occorre essere convinti che la propria esistenza e le cose che si fanno siano importanti. Occorre determinazione, anche se non si hanno certezze. Mentre scrivo queste cose e riprendo in mano Piattaforma, altro romanzo di Houellebecq e la frase finale del protagonista Michel (guarda caso) è lapidaria: verrò dimenticato, verrò dimenticato alla svelta. Sta qui la chiave per capire e carpire Houellebecq: uno scrittore angoscioso, sicuramente cinico ma anche ferocemente ironico sia nei confronti della società in cui viviamo sia, soprattutto, di se stesso. Ha indubbiamente manie di grandezza, ma ha spesso sostenuto che l’idea della posterità non gli è mai stata di grande aiuto. Sapere che si diventerà immortali grazie ai propri scritti non credo sia decisivo per lui e probabilmente non ci crede neanche. Restare vivi è importante per sé stessi, più che un fine è un mezzo, perché è probabilmente la condizione fondamentale per poter scrivere.

Iggy Pop parla direttamente a noi attraverso le parole dello scrittore francese, inizia leggendo proprio il testo di Houellebecq, poi lo recita, e a poco a poco lo fa suo: sofferenza, malattia, solitudine sono gli argomenti che si susseguono. Iggy provoca, scherza, ricorda pezzi della sua vita e ci esorta a spezzare alcune nostre catene e lasciarci andare. Ogni frase letta dalla sua voce profonda apre un nuovo scenario, e un nuovo personaggio ci appare come dal nulla con i propri macigni: la prima è una giovane ragazza che soffre di bipolarismo che ha cercato di suicidarsi; poi ci sarà un uomo di mezza età che ha perso la famiglia e si è rifugiato nella religione cercando di superare così i suoi demoni; poi un pittore probabilmente schizofrenico che teorizza la sua arte. Sono tutte persone che tentano di sopravvivere dando forma alle parole dello scrittore francese, tutti personaggi che si aprono con una sincerità totale e ci mostrano ciò che la sofferenza ha loro lasciato. Iggy dialoga con loro, li va a trovare, ci parla al telefono, almeno apparentemente. To Stay Alive – A Method non è un film lineare, si compone come un mosaico disegnato dalle parole di Houellebecq e messo in scena dalla voce e la presenza di un dolente e magnetico Iggy Pop, che con le sue tortuose rughe ci mostra quanto gli sia proprio quel racconto.

Ma chi è Iggy Pop? Perchè si trova così bene con Houellebecq e questi temi? Iggy, l’iguana, è un uomo dalle sette vite, è un sopravvissuto, ha resistito all’ubriacatura da sballo degli Stooges negli anni ’60, ha passato alcune vite in Europa per poi tornare in America. Tra vari contorsionismi si è sempre divertito a provocare, rimediando pestaggi, principi d’overdose e sprofondando in un costante auto-annientamento disperato. Nonostante una depressione bipolare, gli ospedali e le malattie ha sfornato capolavori, alternandoli a dischi deludenti. È sempre stato un guerriero randagio, orgoglioso del suo disadattamento, refrattario a ogni tipo di guinzaglio, un visionario incapace di esercitare il controllo creativo sull’abuso di stupefacenti. Un eroinomane vero, per vocazione.
Dal vivo ha sempre avuto pochi rivali, è un animale da palcoscenico, un satiro che sa sempre incendiare il suo pubblico con una teatralità, un movimento continuo ed unico. Nel film lo vediamo sul palco una volta sola e per pochi secondi, ma il suo volto e la sua camminata stanca inondano lo schermo in tutti i 70 minuti, la sua voce roca diventa spesso altera e strafottente, profonda ma piena di superiorità e indolenza.

L’auto-distruzione nella vita non gli è però riuscita, e perciò negli ultimi due decenni ha cercato un punto d’equilibrio. Ha ormai settant’anni, e da animale strabordante si è ritrovato a credere nelle diete macrobiotiche, e a un’improbabile attività fisica che fa ridere solo a pensarci.
I capelli sono ancora a al vento anche in questo film, torso nudo e fascio di nervi sul palcoscenico dove riesce ancora a scatenare le sue urla animalesche, è ancora un lottatore che conferma la sua eterna energia. Ma grazie a Houellebecq ora fa i conti con se stesso e con un’esistenza ora meno turbolenta. In To Stay Alive – A Method ci dona una sorta di caleidoscopio della sua vita, con una una serie di salti mortali passiamo dal passato al presente, mediocrità e momenti inarrivabili, originalità e sputtanamento. Un’iguana camaleontica, che alterna una maglietta rosa al giubbotto di pelle, che si immerge in storie sull’orlo del baratro, molto vicine a quelle che ha vissuto.

Iggy è l’alterego di Houellebecq, rappresenta chi ha affrontato una vita di disagi, colpe e abissi, che stenta a comprendere ma che ha capito come rialzarsi. Lui è lì, come un esempio/castigo, è lui con la sua musica straziante, con il suo corpo devastato che ci mostra la possibilità di salvarci attraverso le parole, andare avanti con la nostra poesia (o quello che è) anche a costo di lacerarci l’anima.
To Stay Alive – A Method è un film in cui a tratti si fa fatica a respirare, c’è un gelo che ti avvolge, la temperatura è così “fredda da bruciare”. È un film che sta in bilico tra individualità, eccentricità e follia, è un lavoro sugli spazi sempre più stretti nella ricerca di un equilibrio sempre più difficile. Il dolore va articolato per attenuarlo, va trovato un metodo per evitare che ci soffochi. Nella follia c’è la possibilità di salvarci. È questo il rifugio che cercano di indicarci Houellebecq e Iggy Pop. Strutturare la sofferenza è l’unico modo per evitare il suicidio
È sì un film sulla poesia, sulla scrittura, ma lontano anni luce da quel concetto di arte per l’arte che mi annoia sempre, è una riflessione sulla morte, sulla vita, sull’unico modo in cui c’è possibilità di salvezza. Un film sofferto e doloroso ma pieno di speranza, che ci illumina – come scrivono i componenti della giuria che lo hanno premiato come miglior film del Biografilm 2017 – sul Segreto della Vita: forse la vita non è mai presente a sé stessa, ma risiede nella distanza tra alienazione e ispirazione. Il capolavoro esiste solo nella nostra immaginazione di spettatori, e ci trasforma così in creatori di mondi. Grazie, per questo nuovo manifesto che ci restituisce un mondo denso di immagini, dolore, dignità, e generosità di personaggi veri.

L’uomo parla come il cane abbaia
per esprimere la sua collera, o la sua paura.

Michel HouellebecqLa possibilità di un’isola

Claudio Casazza

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