5 Agosto 2016 -

THE LAST FAMILY (2016)
di Jan P. Matuszyński

Da un regista polacco giovanissimo fuoriesce The Last Family, probabilmente insieme a Slava tra i film più standard del concorso ufficiale del festival leopardato. Il film si presenta come un ritratto biografico di Zdzisław Beksiński, celebre pittore polacco attivo dagli anni ’50 (ma il film comincia da fine anni ’70) fino a poco prima della morte nel 2005 e dedito ad una pittura ad olio realistica e allegorica, che spesso descrive emozioni e vissuti attraverso spazi distopici e surreali. Ma l’arte di Beksiński è messa da parte, solo come sottofondo alla sua vita e soprattutto al suo rapporto con il figlio Tomasz, morto suicida verso la fine del 1999 dopo svariati tentativi. Per essere così giovane, Matuszyński riesce veramente a mettere in equilibrio la mano nel dirigere scene così piene di pathos, così intense; l’approccio alla vita dell’artista è asciuttissimo, con attenzione quasi disinteressata ad ogni momento della vita di padre e figlio, ma lo stesso con una notevole cura nel descrivere i dettagli e gli eventi dal più insignificante al più tragico, anche includendo scene coraggiosamente violente (più nel messaggio che nella messinscena) nonostante una loro volontaria ininfluenza nella trama. Un esempio di ciò è nella clamorosa scena dell’incidente aereo, piano sequenza unico di qualche minuto, movimentato e attentissimo all’emotività di Tomasz e della collettività all’interno dell’aereo. E la caratterizzazione di entrambi i personaggi è ben bilanciata: se da una parte il padre mostra poco le proprie sensazioni, dimostrandosi soprattutto attraverso gesti e silenzi, dall’altra il figlio è esageratamente nevrotico ed esplicito nel proprio malessere; se da una parte il padre è la pacata manifestazione della maturità e della tradizione, dall’altra il figlio è ribellione pura, fiamme, annullamento di sé. I personaggi si compensano, sia per caratterizzazione su carta sia per le interpretazioni di entrambi gli attori, i sensazionali Andrzej Seweryn e Dawid Ogrodnik che portano in immagini una prova esemplare di doppia recitazione maschile equilibrata/squilibrata come non se ne vedeva da The Master (2012) di Paul Thomas Anderson.

Nonostante emotivamente le scene con Tomasz siano le più divertenti e commoventi, la parte del film probabilmente più meritevole d’attenzione ha a che fare con l’approccio di Zdzisław all’arte: sin dall’inizio tende a fotografare ogni cosa che lo circonda, come volendo far entrare la propria vita nell’arte, o come cercando di dare un senso a quello che gli si para davanti, non sopportando il silenzio del mondo. Ma lentamente le cose cambiano, la macchina fotografica diventa una videocamera Panasonic e poi una macchinetta digitale HD, e il pittore filma tutto ciò che lo circonda: la moglie, la propria stanza, Tomasz che in una crisi di nervi distrugge la cucina, la moglie e Tomasz che parlano di sessualità, la morte di sua nonna, della nonna della moglie, della moglie e di Tomasz, eccetera. Il suo sguardo chirurgico e divertito diventa presto involontariamente sadico, con effetti imbarazzanti e brullamente comici quando in mezzo ai funerali, tra una preghiera e un pianto, la Panasonic si alza e continua a osservare, con il suo voyeurismo in 4:3 che emoziona e incupisce, e che aiuta a capire la psicologia di un pittore, un padre, un uomo. Perché Zdzisław Beksiński è una persona che reprime emozioni e sensazioni, covando all’interno un buio e un vuoto che scompaiono nel dialogo ma sono onnipresenti nelle pennellate. Un uomo umanamente difettoso, probabilmente; ma l’interiorità esce fuori, anche se solo in un dialogo di lavoro, in cui Beksiński non ha problemi a dire che ha sempre sognato di stuprare qualcuno, per capire il tipo di sensazione, ma che non lo farebbe mai perché è un non violento.

Il confronto continua inesorabile, tra la musica onnipresente nella vita del figlio (dai Joy Division ai Camel, dai Depeche Mode agli Ultravox) e la colonna sonora costante della carriera pittorica del padre (Stravinsky, ad esempio); e le figure in esterno della moglie e delle due nonne lentamente svaniscono, con una tenera risata o lacrima che svanisce in maniera naturale e leggera. Beksiński è l’unico che capisce davvero Tomasz, che simpatizza con il suo disagio disperato, tanto da suggerire ad un dottore una specie di suicidio assistito per il figlio una volta che questo ha ingoiato una dose eccessiva di pillole — “tanto, se proprio vuole morire, gli facciamo un favore; il suicidio è un atto coraggioso e rispettabile”. Un’ultima chicca è riscontrabile nei titoli di coda, che presentano alcune vere riprese fatte dal pittore nella sua vita quotidiana con in sottofondo Song of the Siren dei This Mortal Coil, canzone a cui molti di noi spettatori si sono affezionati con Strade Perdute di Lynch, visto pochi giorni fa in 35mm proprio qui a Locarno e quindi nitidissimo nella nostra memoria. Le emozioni cinefile che il cinema riesce a dare hanno la possibilità di nobilitare ogni film, compresi progetti come The Last Family che non raggiungono mai vette di interesse cinematografico puro davvero alto, ma che, tra una cosa e l’altra, rimangono gioielli di cinema narrativo semplice; e dunque il tipo di proiezione che bisogna salvaguardare, il tipo di film di cui c’è bisogno, dimenticando ogni difetto per farsi trascinare dalle piccole scoperte qui a Locarno.

Nicola Settis

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