23 Febbraio 2024 -

THE GREAT YAWN OF HISTORY (2024)
di Aliyar Rasti

«Allâh ama lo starnuto e detesta lo sbadiglio; quando vi viene da sbadigliare, trattenevi nella misura del possibile, non fate “Ah”, poiché ciò proviene dal demonio e lo fa ridere», recita uno dei 5374 ḥadīth sulla vita del Profeta Maometto tramandati dal suo fedelissimo Abū Hurayra, che la tradizione della Sunna ha trasformato in modello di comportamento da seguire per lo meno durante la preghiera. Un po’ come se l’atto stesso di sbadigliare, con lo spalancarsi della bocca, aprisse la porta per l’ingresso del maligno, rendendo di fatto inutile la ritualità e professione di Fede così centrali nella vita di un musulmano praticante. Eppure, scavando in una delle (poche) sfumature dell’inglese con cui il titolo internazionale The Great Yawn of History si affianca all’originale in farsi Khamyazeye bozorg,“yawn” non vuole dire solo sbadiglio, ma indica anche l’aprirsi di un precipizio, oppure un qualcosa che si spalanca davanti agli occhi nella sua immensità. Un luogo, quindi, che può essere sia positivo sia negativo, sia sublime sia atterrente, sia salvezza sia pericolo di cadere, a sdoppiare ulteriormente il significato già doppio di un termine la cui scelta, in un film che parla di grotte e perciò di varchi verso un interno o verso un esterno, non può essere in alcun modo casuale. Una parola che designa un grande sbadiglio che è necessariamente anche una grande apertura, della Storia così come di se stessi, di un rapporto umano così come di una caverna ancora da esplorare. Forse è davvero la grotta salvifica in cui trovarono riparo i Profeti del Corano, quella che cercano in lungo e in largo per l’Iran i due protagonisti del film. O magari è una grotta che nemmeno esiste, suggerita non davvero da Allâh ma da un sogno maligno di illusione e distruzione, o a vederla nella maniera più agnostica possibile semplicemente lo scherzo in fase REM di un subconscio che una Fede granitica scambia per segno inequivocabile del divino. Di certo è un perfetto MacGuffin, così come lo sono quelle monete nascoste al suo interno forse solo da recuperare o forse no, con cui il trentacinquenne persiano Aliyar Rasti, già noto nell’ambiente della videoarte, esordisce al lungometraggio di finzione con una parabola metaforica che guarda direttamente dalle parti di Abbas Kiarostami, mettendo in scena un road movie sghembo e atipicissimo, girato con un budget microscopico e in soli 19 giorni di riprese ampiamente improvvisate, che in realtà nient’altro è che il confronto fra due differenti e opposte solitudini in cui la ricerca del tesoro, e del miracolo, non potrà che inevitabilmente diventare una ricerca esistenziale in cui rimettersi completamente in discussione. Da una parte Beitollah, talmente religioso da credere senza dubbio alcuno nel suo sogno ma anche da non poter prendere da solo ciò che ritiene ḥarām, proibito dalla Fede islamica, e quindi ha necessariamente bisogno di assumere un ateo perché possa recuperare le monete al suo posto e portargliele fuori dalla grotta. Dall’altra il giovane Shoja, l’intera famiglia in Germania e un passato mai dimenticato in orfanotrofio, che nell’ḥarām e nell’ḥalāl invece non ha mai creduto e che risponde all’offerta di lavoro scritta da Beitollah su banconote false seminate in giro per Teheran, rivelandosi al colloquio il compagno perfetto per il viaggio. Un non-padre e un non-figlio, che sembrano intrinsecamente riecheggiare un qualcosa di personalissimo e di irrisolto nella biografia dello stesso regista, da fare incontrare e scontrare, confrontare e (non) capire, eppure nel frattempo da fare in qualche modo affezionare l’uno all’altro, nella speranza e nella fatica, nella mestizia e nell’ostinazione.

Il risultato è un film, in prima mondiale nella sezione Encounters della 74ma Berlinale, forse non del tutto risolto nel suo finale sì disilluso e amarissimo ma probabilmente pure un po’ troppo simbolico e misterioso per chiudere realmente i discorsi, eppure indiscutibilmente affascinante tanto nelle sue figure innestate nei campi lunghi, dalle risaie fino alle montagne e poi fino al cuore del deserto, quanto in quei primi piani che invece sembrano voler negare la spazialità per ritrovare gli esseri umani nella loro stanchezza e nella loro progressiva (dis)illusione. Un film fatto di fitti dialoghi e di interminabili silenzi lungo il cammino, di luce e di buio, di miracoli di cui parlare in una foresta e di sogni che sono segni (o magari fantasie) da inseguire fino in fondo al mondo, per la gloria di chi finalmente diventerà ricco oppure per il definitivo rimpianto di chi si renderà conto di aver sprecato la propria vita inseguendo immaginazioni e leggende. Un film nel quale dovere necessariamente scegliere se andare o rimanere, abbandonare o perseverare, fidarsi oppure non fidarsi dell’altro e del dogma, personale e religioso, e di una visione ricorrente, di un mazzo di fiori perfettamente rigoglioso nel deserto che indicherà la direzione (sbagliata), delle persone incontrate lungo la via alle quali offrire pochissimi soldi e molto più lavoro in cambio dell’ospitalità e di qualche consiglio su dove poter provare ad andare, ma dall’altra parte potenzialmente pericolose (o forse semplicemente fondamentali per la sopravvivenza) quando qualcuno intuirà il reale motivo del loro viaggio e inizierà a inseguire i due protagonisti, ora minaccioso nel continuare a chiedere il 30% e ora, come quando finiscono l’acqua nel deserto, provvidenziale e salvifico nel suo improvviso apparire all’orizzonte in sella alla motocicletta. Un film di pareti di roccia da scalare e di villaggi abbandonati intravvisti da una collina, di crolli nervosi e di progressiva disidratazione, di correlazioni fra la Fede e il (trovare) lavoro ancora tutte da esplorare. Un film di bambini ‘bastardi’ che si divertono a dare indicazioni sbagliate, e soprattutto di un’unica donna che non certo per caso, con la sua fattoria e la sua risaia gestite totalmente da sola, ma anche con la sua proposta avanzata senza successo a Shoja di lasciar perdere l’aleatorio di un’idea astratta e di fermarsi da lei a lavorare la concreta terra, si rivelerà la sola persona realmente seria e razionale in un intero mondo patriarcale che non fa altro che schiacciarla e sottovalutarla. Una presa di posizione magari meno esplicita e provocatoria che in altri film provenienti dall’Iran in fermento degli ultimi mesi, tanto che a differenza di buona parte dei suoi colleghi compaesani (come Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, poltrone vuote pochi giorni fa alla proiezione in concorso di My favourite cake, o Ali Ahmadzadeh Pardo d’Oro in forzata contumacia all’ultima Locarno con Critical Zone, o ancora i vari Jafar Panahi e Mohammad Rasoulov che invece sono stati più volte direttamente arrestati per via del proprio lavoro) Aliyar Rasti ha (almeno per ora) conservato il suo passaporto ed è potuto regolarmente essere all’Akademie der Künste a presentare il suo film. Ma non per questo è una presa di posizione meno politica delle altre, la sua. Anzi, The Great Yawn of History è un film per lui consapevolmente rischiosissimo. Un lavoro, miracolosamente passato fra le rigide maglie della censura e della repressione persiana, ma chissà ancora per quanto, che grida uguaglianza dipingendo la fragilità dell’uomo mentre, nei tempi dell’omicidio di Mahsa Amini e dei fari del mondo puntati sulla condizione femminile nella Repubblica Islamica, dove finalmente anche dall’interno iniziano le prime prese di coscienza e sommosse popolari contro le assurde imposizioni del regime khomeinista e contro gli abusi perpetrati dalla sua polizia religiosa, esalta il lavoro e il pragmatismo della donna, e che nel frattempo osa mettere in discussione perfino la Fede come concetto generale ma anche specificatamente musulmana, fino a trasformarla in una sconfitta personale e in una disperata disillusione. Con profonda intelligenza, con pericoloso agnosticismo, con reale trasporto, con un evidente talento che sta iniziando a sbocciare, e che c’è da scommettere che potrà arrivare molto lontano. A patto che le autorità iraniane glielo lascino fare senza mettergli troppo i bastoni fra le ruote, è vero. Ma l’arte è da sempre più forte delle imposizioni, e in qualche modo ce la fa sempre ad emergere. Se non altro come puro atto di Resistenza, a sfidare apertamente leggi e tradizioni di un regime per (ri)mettere al centro l’umanità.

Marco Romagna

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