THE GLORY OF FILMMAKING IN PORTUGAL (2015), di Manuel Mozos

“Cinema is a mirror of life. I believe that it is not one simple mirror, there is no other! Film-making is the only reflection of life. And, as well as being a reflection of life, it is also a record of life”.
Manoel de Oliveira

Sedici minuti ed una storia. Il 18 settembre 1929, lo scrittore portoghese José Régio inviò una lettera ad Alberto Serpa in cui esprimeva il suo desiderio di fondare una casa di produzione e dedicarsi alla realizzazione di film. La lettera conteneva anche la richiesta di contattare un amico dotato di cinepresa. Si doveva chiamare ULTRA e doveva essere l’espressione di un sogno, il primo atto di cinema libero in Portogallo. Nessuno sapeva bene dove andare a parare, non solo non avevano conoscenza del mezzo e delle sue potenzialità, ma nemmeno avevano l’idea di cosa poter andare a raccontare, e cosa avrebbero potuto (far) vedere. Manuel Mozos di storie ne ha raccontate, e continua a cercare l’attimo in cui la Storia si intreccia con esse, fino al suo ultimo lavoro – prima di questo – lo straordinario atto di amore verso Bernard da Costa, il maestro della Cinemateca, e la memoria storica di un paese che pare esso stesso forgiato dentro una macchina da presa.

Per quasi novant’anni non se ne è più saputo nulla: nessuna risposta di Serpa, né Régio menzionò più la cosa. La scoperta di alcune vecchie pellicole nel magazzino di un collezionista sembra fornire finalmente un finale a questa storia. Régio e Serpa, due folli, due esploratori con una manciata di minuti straordinari di quell’avventura. Siamo a Vila do Conde, un gruppo di bagnanti, un tentativo di film estrapolato dai disegni dello stesso Régio. Pare essere un’altra storia nella storia, ma cosa sono quelle immagini? Cosa avrebbero voluto girare? Perche’ il film si è fermato?

In fin dei conti è un’altra splendida deriva sull’incompiuto, il non finito della vita e del cinema, atto su cui si interseca tutto il cinema di Mozos e che qui splende di malinconia come non mai. Questi sedici minuti che paiono essere la genesi della piu’ straordinaria filmografia al mondo – almeno per chi scrive, e per chi ama – non fanno altro che aprire nuove porte sul mistero e a farci pensare a tutto ciò che è ancora da vedere, all’atto cinema come lotta continua di menti, di anime, di occhi solo per non dimenticare. A Mozos la straordinaria umanità di restituire tutto ciò, da nipote ossessivo che cerca le tracce su cui hanno camminato i nonni, per poterle seguire fino a quando non potrà continuare la propria strada. Condivedere memorie e passioni, forse è questo davvero il viaggio all’inizio del mondo. E per continuare questo mio personalissimo viaggio a Lisbona (prima e forse dopo averla raggiunta) non si può non fermarsi sulla fine, forse l’inizio più bello immaginabile. Ecco un fotogramma, un anziano Régio che abbraccia un giovanissimo De Oliveira, poi solo la voce commossa di Mozos “ma questa e’ un altra storia”. Ora nemmeno quella storia non c’è più, o forse si, nelle stradine dell’Alcama, nei sali e scendi del Bairro Alto, nell’Oceano che chiude tutto. La gloria del cinema in Portogallo, in fondo, e’ solo passeggiare per Lisbona in autunno, e pensare che il 1929 fosse soltanto ieri notte.

Erik Negro