LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN (2018), di Xavier Dolan

Sarebbe semplice, di fronte ai disastrosi dati economici del primo clamoroso flop a rallentare una carriera che pareva in ascesa inarrestabile e alla sostanziale gara allo sberleffo in cui sin dalla primissima proiezione si è dilettata la stragrande maggioranza della critica, leggere nel tormentato e già maledetto The Death and Life of John F. Donovan del talentuoso québécois Xavier Dolan l’ennesimo reincarnarsi e ricontestualizzarsi dell’eterno mito di Icaro. Sarebbe semplice vedere il (sempre meno) giovane autore classe ’89 vittima della sua stessa utopia di aver voluto con il suo settimo lungometraggio volare troppo vicino al sole, con il primo film in lingua inglese e il cast di star hollywoodiane di fronte alle sue macchine da presa in 35 e 70mm, con un racconto ambiziosissimo intrecciato su almeno due piani temporali e tre narrativi, ma poi anche con una postproduzione lunga più di due anni fatta di dubbi, incertezze, insoddisfazioni, modifiche, ripensamenti, riscritture e rimontaggi, fino alla decisione di tagliare completamente il personaggio interpretato da Jessica Chastain, al “gran rifiuto” elargito a Cannes per presentare più prudentemente il film “in casa” al Festival di Toronto e ai continui slittamenti nelle uscite che lo hanno portato in Italia solo adesso, addirittura dopo la presentazione sulla Croisette del successivo Matthias et Maxime, con il quale Xavier Dolan è nel frattempo tornato al francese sporco del suo Canada e alla sua presenza anche come attore che mancava da Tom à la ferme ma soprattutto a volare molto (troppo) più in basso nelle ambizioni, e proprio per questo, paradossalmente, a competere per la Palma d’Oro, incontrando un nuovo e probabilmente eccessivo favore critico per quella che nient’altro è che una versione 2.0, prudente ai limiti della scaltrezza e almeno a tratti toccante e ipnotica, ma anche tardiva e molto meno ispirata, di J’ai tué ma mère. Ma non divaghiamo, restiamo sul Donovan. Un film che sarebbe semplice, si diceva, accodarsi nel liquidare come uno schianto, come una caduta, come un naufragio non solo produttivo ma anche artistico, come il disastro che non è. Perché sarebbe semplice attaccarlo dove scopre il fianco, certo, ma sarebbe anche sbagliato, ingeneroso, per molti versi crudele. È vero, The Death and Life of John F. Donovan è senza dubbio un film slabbrato, incostante, problematico, schematico nelle continue “confessioni” dei personaggi, prolisso e a tratti confusionario nelle cornici narrative concentriche della sua intricata struttura a flashback, non privo di qualche pretenziosità e tutto sommato “facile” nel cliché dell’intervista al cresciuto Rupert che scioglie progressivamente il cuore della giornalista. Un film dal quale si vede chiaramente la sofferenza a portarlo a termine, il lento processo di riscrittura, il tentativo di “mettere una pezza” a ciò che, semplicemente, a un certo punto non piaceva (e forse tutt’ora non piace) nemmeno al suo autore. Ma è anche vero che, proprio nel suo essere lontano dalla forma originaria, proprio nella sua consapevolezza – affrontata esplicitamente nei dialoghi e vero e proprio oggetto di indagine narrativa – di essere per lunghi tratti inverosimile, proprio nel suo aver dovuto ammettere un sostanziale errore di impostazione dal quale ancora una volta analizzarsi per ripartire, The Death and Life of John F. Donovan permette a Xavier Dolan di mostrare le sue fragilità come uomo e come autore con una sincerità che forse non era mai stata così intima, profonda, preziosa e pulsante.
È la sincerità dell’artista alla prima reale crisi della carriera, a innervare The Death and Life of John F. Donovan. È la sincerità di chi dopo il Grand Prix cannense a Juste la fin du monde ha tentato il passo più lungo della gamba e ha perso il controllo, è la sincerità del regista in difficoltà che di fronte al girato si vede sfuggire di mano il film/creatura come sabbia fra le dita, e che si ritrova costretto a riplasmarlo e reinventarlo (a costo di riplasmarsi e reinventarsi) perché possa avere nuovamente una forma, perché possa conservare e anzi rilanciare i suoi tanti spunti di interesse – quasi una sorta di decalogo dolaniano e della generazione istintiva, instabile e deflagrante che da sempre il regista canadese rappresenta. C’è il tema del doppio e ci sono le fratture e riconciliazioni con le figure materne (straordinaria la dimessa Natalie Portman, ancor di più l’eterna ed esplosiva Susan Saradon che con un paio di apparizioni e qualche bottiglia di vino ribalta più volte con i soli occhi lucidi ogni emozione), c’è il sogno di un bambino di fare cinema, c’è la sessualità repressa dall’omofobia di un intero sistema sociale e lavorativo che preferisce nascondersi nella menzogna, e non certo in ultimo ci sono l’ascesa e la caduta – così simile alle difficoltà attraversate dallo stesso Dolan nel corso della postproduzione – dei miti televisivi e pop degli anni Novanta. E allora forse, nel voler tirare in ballo la mitologia per guardare a Xavier Dolan, parallelo molto migliore di Icaro potrebbe essere il padre Dedalo. L’inventore geniale costretto alla fuga con le ali dal labirinto che lui stesso aveva progettato, costretto a vedere la propria creatura schiantarsi sul mare per il suo voler volare troppo alto anche nella consapevolezza della fallibilità delle invenzioni, (auto)costretto a un sostanziale esilio (da Cannes) per ripiegare su lidi più ospitali, ma nel frattempo sempre al lavoro e sempre d’ingegno, sempre vivo, sempre prolifico, sempre alla ricerca di ispirazione e di nuove forme in cui declinarla in immagini. Senza alcun Minosse da uccidere, per sua fortuna, ma probabilmente con orde di produttori ai quali dover rendere conto per i miseri 5 milioni di dollari incassati dal sottovalutatissimo Donovan a fronte degli oltre 30 spesi. Per quanto il vero fallimento, al di là di un paio di brevi sequenze che fra orecchie che fischiano e non del tutto centrate apparizioni divine sconfinano un po’ troppo nel kitsch, stia solo nelle cifre del box office o semmai, come si diceva, nel radicale passo indietro del tanto incensato lavoro successivo. Non certo in un film-manifesto meravigliosamente incontrollato nella sua necessità di procedere per accumulo ed esagerare fino a sbagliare, capace di riflettere sulla sostanziale neoclassicità generazionale del basso-pop rivendicando, frammentando e moltiplicando all’infinito, nello scorrere dei suoi tanti momenti straordinari fra i Green Day, Dalida, Stand by me e i Verve di Bittersweet Simphony, quel flusso emotivo di intime fratture, progressive tensioni familiari e urlate detonazioni isteriche di umanissima disperazione che è sempre stato alla base della spontaneità cinematografica, genuinamente parossistica ed esagitata, dell’autore.

Basterebbe la sigla volutamente pacchiana della (consapevolmente e necessariamente squallida) serie televisiva interpretata da John F. Donovan, per trovare una piena dichiarazione di intenti di Xavier Dolan, quasi una filosofia che sta alla base dei suoi riferimenti, del suo sguardo, della sua narrazione, del suo cinema di litigi e lacrimati abbracci. È il suo identificarsi con un ben preciso immaginario di palinsesti pomeridiani e con i personaggi che in questo immaginario si incontrano: da una parte dello schermo l’attore, la star spartita fra locali e bagni di folla che poco importa se sia realmente talentuosa, perché quello che realmente conta è il suo incarnare e vivere il sogno del giovane spettatore; dall’altra, appunto, il piccolo Rupert che lo guarda, gli scrive (proprio come lo stesso bambino Dolan scriveva, senza mai ottenere risposta, a Leonardo Di Caprio) e sogna di raggiungerlo nell’Olimpo della notorietà e dell’espressione artistica. Due differenti proiezioni di Xavier Dolan, ognuno con i propri eccessi, con i propri segreti, con la propria famiglia disfunzionale e con la propria madre (assente anche nella sua presenza o alcolista e fuori dal tempo) da ritrovare, che intrattengono un «improbabile» carteggio di ascesa e tracollo, quasi come a far dialogare il Dolan giovane spettatore, bullizzato a scuola per la sua effeminatezza ma innamorato della recitazione e consapevole della propria strada, con il suo futuro, con il suo destino, con il Dolan attore e regista che ce l’ha fatta, e che ora vive una spirale di crisi, disperazione, depressione e disperazione artistica acuita dalla differenza di un’omosessualità che non è dichiarata come quella del canadese, ma ancora inconfessabile in quanto possibile intralcio – quasi alla stregua di un moderno Rock Hudson costretto da un sistema sociale e cinematografico complice dell’ignoranza fino a coltivarla per non perdere il pubblico omofobo a vergognarsi di essere se stesso fra gli amori impossibili da confessare e la finta fidanzata da esibire negli incontri ufficiali – alla carriera. Da una parte colui che ancora deve crescere e che vive le ossessioni sul piccolo schermo come l’unica possibile alternativa a una realtà opprimente, dall’altra colui che sente il bisogno di ritrovare la freschezza, l’ispirazione, l’entusiasmo e la fame degli inizi. Fra sogno e realtà, fra consapevolezza e magia, fra immaginario e narrazione del vero. Ad aiutarsi a vicenda, a salvarsi e a cambiarsi la vita, a trovare e a portare avanti una connessione, e infine a darsi una sorta di staffetta per sopravviversi nella morte. Quella morte, di Donovan, che così simile a quella reale di Heath Ledger apre il film (e il suo titolo originale) proprio in quello che sarebbe dovuto essere il momento del primo incontro. Quella morte che, al contempo, per molti versi potrebbe essere considerata una potente metafora dell’automassacro/autoresurrezione a cui lo stesso Dolan avrebbe condotto l’opera durante la postproduzione. Ma anche quella morte che è curiosamente sparita dai titoli destinati al mercato europeo, con il francese Ma vie avec John F. Donovan tradotto letteralmente da LuckyRed La mia vita con John F. Donovan attraverso l’introduzione anche nel titolo di Rupert come implicito soggetto, quasi a spostare anche l’ottica del film dalla fine verso un nuovo inizio.
Non è certo un caso che le lettere del carteggio fra la star televisiva John F. Donovan e il suo piccolo fan Rupert, unico reale motore narrativo del film fra gli scambi che diventano parallelismo, il loro furto per bullismo, l’arresto del giovanissimo che se le riprende e la lettura da parte della polizia che apre ai mormorii e alla necessità da parte di Donovan di (rin)negare Rupert conscio della “non colpevolezza” nell’obbligato tradimento anche mentre strappa i poster, rimangano quasi totalmente fuori campo. Il punto non sono le lettere in sé, ma il sogno e al contempo la rovina che rappresentano, il loro essere verissime ma non credute e quindi inconfessabili, la loro spontaneità nella scrittura rigorosamente a mano in inchiostro verde, e non certo in ultimo il loro essere inconsapevole e incolpevole causa della sostanziale fine della carriera dell’attore, con lo sputtanamento, con le crisi isteriche, con l’abbandono da parte della storica agente e con il ruolo della vita assegnato all’ultimo a un altro. Solo l’ultima lettera di Donovan, spartita fra i dubbi per l’emergere dell’isolata depressione di un possibile suicida e il barlume di speranza che rimane facendo sperare che la morte per overdose sia stata realmente un tragico incidente, sarà l’unica che verrà esplicitamente letta durante il film. Una lettera che costringerà anche lo stesso Rupert – proprio come gli altri personaggi, proprio come lo spettatore – a fare una scelta fra credere e non credere, fra una possibilità e l’altra, fra la depressione e la speranza, fra la quasi evidenza dell’altissima probabilità e l’atto di Fede verso il mito di sempre. Una scelta che lo porterà a convincersi della morte accidentale, e quindi in un certo senso nell’immortalità di quell’attore che aveva deciso di rispondere alle lettere di un bambino senza che gli credessero né i compagni di scuola, né le insegnanti che pure già intravvedevano il futuro brillante, né quella madre che in seguito ai suoi ripetuti fallimenti lo aveva trascinato dagli USA alla fredda Inghilterra, e con la quale la riconciliazione sulle strade di Londra costituirà una delle più alte vette emotive di un film posato e quasi privo dei consueti volteggiamenti lirici – ma non certo della consueta sensibilità – per cercare di rimanere in forme il più possibile classiche e raffinate. Quelle forme di Paul Thomas Anderson, probabilmente, ringraziato espressamente nei titoli di coda «per la sua eleganza», o forse quelle del regista al suo settimo lungometraggio eppure consapevole di doversi ancora del tutto formare, e che nel procedere sul suo sentiero di maturazione rivendica la piena e assoluta legittimità del suo radicato immaginario d’infanzia. È lo sguardo di Rupert, del resto, quello delle carrellate zenitali che tagliano la città alla ricerca di Donovan, quello sguardo che dalle lettere amava immaginare un’esistenza e che ancora oggi la racconta la vita e la morte di un attorucolo semisconosciuto per trovare fino in fondo se stesso. Ma è la sofferenza di Donovan, o forse quella di tutti i doppi messi in scena in carriera da Xavier Dolan, quella che verrà sublimata nella tenerezza insostenibile di un gioco allo spelling nella vasca da bagno, con una madre di nuovo da amare e con un fratello, l’unico realmente consapevole dell’omosessualità di Donovan, pronto a cantare fino a ritrovarsi – e morire – dopo l’impressione di aver sbagliato tutto. Quella stessa impressione – giusta o sbagliata che fosse – avuta dal regista canadese alla fine delle riprese, una volta davanti alla moviola, che gli ha fatto tagliare, cambiare, riscrivere e ricucire The Death and Life of John F. Donovan. Quella stessa impressione che ora, dopo tutte le radicali trasformazioni e forse proprio per le zoppie che emergono qua e là anche nella cura estetica, rende il film così affascinante, interessante, crepitante, sofferto, doloroso, e proprio per questo vivo. Un gran film proprio perché “sbagliato”, e poco importa a questo punto del tentativo non propriamente maturo di nasconderlo più a lungo possibile all’Europa, poco importa della sua confusione, poco importa dei suoi tanti istanti evidentemente rimasti solo nei giornalieri, poco importa delle sue forzature, delle sue scontatezze, delle sue prolissità, delle sue reiterazioni e dei suoi piccoli scivoloni. Quello che conta è la sua franchezza nel continuo e tormentato ripensarsi, nella speranza che dopo il volo radente e troppo “sicuro” di Matthias et Maxime Xavier Dolan torni ancora una volta sulla strada giusta. Esattamente questa, con tutti i suoi umanissimi difetti.

Marco Romagna