23 Maggio 2019 -

QUELLO CHE VERRÀ È SOLO UNA PROMESSA (2019)
di Flatform

«Amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê…
Acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti
âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à.
Oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi
ha trovato in un giorno la certezza di aversi.
Acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore
atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à»
Fabrizio De André, Dolcenera

C’è lo spazio, c’è il tempo, e soprattutto c’è il modificarsi dello spazio nel tempo. C’è l’imprevedibilità, c’è il caso, c’è il fenomeno (in)atteso, c’è la provvisorietà dell’uomo nei suoi rapporti con un altrettanto provvisorio mondo. Parte dall’acqua Quello che verrà è solo una promessa, nuovo cortometraggio installativo selezionato alla Quinzaine des Réalisateurs con cui il gruppo Flatform, videoartisti italiani attivi dal 2006 fra Milano e Berlino, sbarca e finalmente presenta/mostra/espone anche sulla Croisette di Cannes. Parte da un elemento che, come i formati dello schermo meccanizzato per il quale il film è stato concepito, si espande e si ritira, modificando radicalmente i paesaggi e la vita degli esseri umani nel loro rapporto col territorio mentre inevitabilmente si crea una frattura fra lo spazio, destinato a cambiare, e il tempo in cui e per cui lo spazio cambia. Si alternano due stati, la siccità e l’allagamento, l’allargarsi e il restringersi delle terre e delle acque, l’attesa e la sempre rinnovata sorpresa degli impotenti indigeni di fronte a un fenomeno naturale unico e bizzarro quanto allarmante nel suo ergersi a paradigma simbolico della sofferenza del pianeta. A causa del riscaldamento globale, da qualche anno sull’atollo di Funafuti capitale delle Isole Tuvalu le acque salate dell’Oceano, troppo calde e ormai troppo poco ghiacciate ai Poli, sgorgano direttamente dal suolo, dal terreno, inondando e sommergendo i campi e le strade in attesa della nuova aridità che farà nuovamente riemergere la terra arsa dal sole. Ma non è un mero – condivisibile, ma tutto sommato “semplice” – impegno ambientalista, il punto dei Flatform. Il ragionamento che sta alla base di Quello che verrà è solo una promessa è un qualcosa di molto più profondo, antropologico e filosofico, esistenziale e poetico, fatto di disgregazione e riaggregazione, di dissociazione e riassociazione in un (sempre) nuovo stato che è ormai atteso eppure sempre sorprendente, scientifico eppure inspiegabile nella sua imprevedibilità. Come una promessa che è minaccia di impotenza, indecisione e inquietudine, spada di Damocle senza date di attesa né alcuna certezza delle modalità. Non è il fatto in sé, per quanto simbolico, a interessare, quanto la sospensione data dal ripetuto stato di passaggio, la costante incertezza da viversi nell’attesa della prossima modifica, il continuo cambio di contestualizzazione fra solido e liquido, fra asciutto, secco e inondato, fra l’aspettare e il deflagrare delle acque che più volte all’anno costringe l’uomo a riflettere sulla sua condizione, e a rimetterla costantemente in discussione, come unica possibilità di adattarsi al mondo. Immerso in quel vuoto che mai è davvero vuoto, ma è sempre segno, decostruzione, caos e ricerca di un nuovo, e ancora una volta necessariamente precario, ordine, di cui i Flatform, dal movimento di In natura non esistono effetti speciali, solo conseguenze a quello di Non si può nulla contro il vento, passando per la (solo apparente) fissità di Quantum, sempre sono andati alla ricerca.

Basta la durata reale di un unico (vero/falso) pianosequenza di ventidue minuti. Basta l’essenzialità perfettamente studiata, provata, cronometrata, sincronizzata e replicata fino alla possibilità di sovrapporla di un movimento lento, fluido e costante lungo le quattro direttrici – sinistra, alto, basso, destra – che accarezza la terra fino all’aria, e poi dallo zenit fino al mare. Basta un (doppio) giro per l’isola nei suoi due stati, in un continuo e ripetuto morphing fra la siccità e l’inondazione, fra il sole e la pioggia, fra un’incertezza e l’altra, mentre gli uomini e le donne, come in una sostanziale coreografia popolare di fissità e movimenti, attendono gli eventi e tentano di continuare la loro vita. Ci sono le biciclette e i campi, ci sono i motorini e i container, ci sono i suoni che cambiano nel trascinare le gambe e gli oggetti sulla terra e sui sassi o nelle pozzanghere, e soprattutto ci sono, intrise in quella stessa illusione (e incertezza, e isolamento) del tennis secondo il Blow-up di Antonioni, le partite di volley senza palla che dilatano il tempo cronografico, atmosferico e metereologico nella flemma quasi al rallentatore del bagher e della schiacciata. Ci sono i ritorni a casa, ci sono le attese, ci sono i cani e ci sono i giochi dei bambini; c’è l’asfalto, ci sono i prati, e poi c’è l’acqua nella quale sguazzare e con cui convivere. Quell’acqua che spegne il fuoco, quell’acqua che affoga la terra e il villaggio, quell’acqua nella quale specchiarsi guardando verso il basso dal cielo, fra gli elementi naturali e la loro imprevedibilità. È un’astrazione, Quello che verrà è solo una promessa, è un alternarsi degli inevitabili processi effimeri di una continua e forzata riscrittura della propria e altrui esistenza nella pragmatica ripetizione degli stessi gesti e atti in momenti e condizioni opposte. È una fluida (in)coerenza, ucronica ancor più che diacronica, fatta di continue trasformazioni (e non trasformazioni) morfologiche e al contempo antropologiche, specchio dell’incertezza umana di fronte all’incontrollabile, all’inatteso, al non metabolizzabile. È un esperire la sospensione di ogni possibile pregressa esperienza, è il ritrovarsi ogni volta a dover rivedere le cose per la prima volta, in uno stato o nell’altro, consapevoli che una nuova trasformazione è dietro l’angolo, appesa a un filo, sempre pronta a rimodulare un’altra volta ogni rapporto dell’uomo con il mondo che gli sta intorno. Cambia il meteo, cambia la stagione, cambia l’estensione dell’acqua, ma quello che rimane senza mai modificarsi è il disorientamento, è il dubbio, è lo smarrimento, è il senso di abbandono di fronte a un qualcosa che forse arriverà o forse no, incalcolabile e non annunciato, ed eventualmente ancora una volta provvisorio. Come lo spazio, come il tempo, e soprattutto come la loro rottura. Che poi nient’altro è che una nuova rottura delle acque, per un altro prezioso vagito di quella magnifica creatura, ipnotica e multiforme, pensante e stratificata, chiamata cinema.

Marco Romagna

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