SNOWDEN (2016), di Oliver Stone

In Citizenfour c’è un momento in cui Glenn Greenwald, discutendo con lo stesso Snowden, gli spiega come la sua vicenda contenga in effetti un’enorme quantità di storie. Il film di Oliver Stone sullo stesso tema in concorso a San Sebastián (e annunciato proprio questa mattina anche alla prossima Festa del Cinema di Roma), Snowden, manca totalmente il bersaglio nella misura in cui queste storie se le perde tutte – non scegliendo un plot principale, non chiarendo il taglio, semplificando il dibattito, banalizzando le relazioni tra i personaggi. Davanti alla complessità della questione Snowden, Stone abdica al suo ruolo di narratore in maniera così radicale da lasciare allo spettatore solo una serie davvero poco significativa di eventi vagamente biografici e nessun racconto. E questo è tanto più grave perché proprio Citizienfour era invece un grande film sul concetto di narrazione – un documentario su come si costruisce una storia e sul perché sia sempre necessario farlo.

Uomini e princìpi
Ci sono almeno due macro approcci possibili alla storia di Edward Snowden, l’ex contractor della National Security Agency che nel 2013 sottrasse illegalmente un’enorme quantità di documenti all’agenzia americana, denunciandone i programmi di sorveglianza. Il primo è naturalmente quello politico, che parte dal dibattito particolare sull’operato del governo e arriva fino alla più generale discussione sul rapporto tra progresso tecnologico e pratica democratica. Il secondo invece ha a che fare con la vicenda umana di Edward Snowden, che con la sua denuncia si è di fatto condannato a un’esistenza di frontiera, tanto che ancora oggi non è riuscito a rientrare negli Stati Uniti, dove è accusato di almeno tre grossi reati. Entrambe queste ipotesi di racconto sono a loro volta potenzialmente ricche di sotto-storie secondarie e non è nemmeno detto che debbano escludersi a vicenda. È chiaro però che la struttura portante del racconto può essere soltanto una e il primo difetto del film di Stone, da cui poi seguono tutti gli altri, sta proprio in questo dualismo irrisolto: non si capisce mai se il suo sia un film politico o un dramma umano. L’organizzazione degli eventi biografici è talmente debole, talmente priva di drammaturgia e senso dello spettacolo – in questo sì, anti-americana – che anche la denuncia si riduce a una caricatura orwelliana in salsa hi-tech. Un esito che però a dirla proprio tutta era abbastanza prevedibile.
Peter Suderman scrive su Vox che Edward Snowden è un personaggio perfetto per Oliver Stone, ma ciononostante Snowden è un film di Oliver Stone davvero terribile. Sebbene sia difficile discutere il secondo punto, non mi trovo d’accordo nemmeno con il primo. I migliori film di Stone sono film politici la cui carica conflittuale sta tutta negli eventi che mettono in scena: Salvador e Platoon, per dirne due tra i più riusciti, raccontano senza dubbio realtà problematiche, ma non sono film che cercano in alcun modo di discutere questioni controverse. Una volta portato sullo schermo, il lato oscuro di quello che accadeva in Centro America o in Vietnam è a dir poco autoevidente e a partire da questo punto fermo la storia è costruita intorno alle reazioni dei personaggi (reazioni umane) a quelle stesse realtà. Film così chiaramente definiti da ciò che accade davanti alla macchina da presa sono perfettamente nelle corde di Oliver Stone, che in questo senso è un grande regista americano. La vicenda di Snowden invece ha caratteristiche totalmente diverse, perché il suo centro d’interesse non è legato a quello che il protagonista fa, bensì ai princìpi che mette in discussione. E i princìpi sono materia astratta, più difficile da drammatizzare. Mettiamola così, quasi tutti i migliori film di Oliver Stone raccontano, in senso più o meno stretto, una guerra, qui invece c’era da mettere in scena un dibattito. Capite bene che le categorie drammaturgiche non possono essere le stesse.

Citizenfour
Buona parte del documentario di Laura Poitras che racconta in diretta i primi giorni della fuga di Snowden è dedicata alla discussione su come gestire la pubblicazione dei documenti sottratti alla NSA. Glenn Greenwald, Ewen MacAskill e la stessa Poitras, il piccolo team che ha condiviso quei primi giorni con Snowden, sono tutti giornalisti, scrittori o filmmaker e dimostrano sin dalle prime battute una grande coscienza narrativa. Hanno ben presente che una storia del genere perché sortisca l’effetto che deve (non solo a livello di comunicazione, ma anche in senso morale) va organizzata, scandita, filtrata: non tutto deve andare online e nemmeno tutto insieme. La parte sorprendente dell’enorme mole di discussioni che di fatto costituisce il film non è tanto che tre professionisti della narrazione abbiano chiaro questo punto, quello che davvero colpisce è che lo abbia chiaro Snowden. La maturità che dimostra nella gestione di questo passaggio è a mio parere il vero centro nevralgico dove il potenziale umano e quello politico dell’intera vicenda si congiungono, definendo il suo protagonista in opposizione per esempio a Julian Assange, altro grande attore del dibattito in questione (e altro soggetto di un nuovo documentario, stavolta meno riuscito, di Laura Poitras, quel Risk presentato all’ultima Quinzaine di Cannes), e alla sua idea fanatica secondo cui la verità ci renderà liberi. Snowden sembra avere chiaro che, tanto più all’interno di una democrazia, anche la verità deve per forza di cose farsi procedura e che l’unico modo di arrivarci realmente è darsi delle regole. Il film di Stone è mancato perché né il regista né il suo co-sceneggiatore Kieran Fitzgerald sembrano cogliere questo punto – e a dirla tutta, è molto probabile che nemmeno ne condividano l’idea alla base.

Mario Aloi