SINGING IN GRAVEYARDS (2016), di Bradley Liew

Quando scorrono i titoli di coda di Singing in graveyards, gli occhi rimangono fissi sullo schermo, come inebetiti da uno dei finali più potenti e stordenti dell’intera Mostra del Cinema di Venezia edizione 2016. Nello scorrere dei nomi che hanno collaborato alla realizzazione del folgorante esordio al lungometraggio di finzione del ventiseienne Bradley Liew, si alza avvolgente e drammatica la voce di Joey (Pepe) Smith, leggenda del rock filippino, protagonista e oggetto del film, arrochita in un canto di dolore, un canto di vita ma soprattutto di morte, un canto straziante e spiazzante del quale captare ogni parola, ogni accenno, ogni singolo sospiro: “I’m Singing in graveyards, all night along, I miss my friends, they’ve been all dead and gone. I’m Singing in graveyards, far away from home, I miss my friends, they’ve been all dead and gone“. Il film di Bradley Liew, regista originario della Malaysia – ma Singing in graveyards è, per ispirazione, lingua, cast, produzione e tradizione un film smaccatamente filippino –, è un oggetto stratificato e leggibile su più livelli, sospeso fra un intelligente quanto accorato omaggio a Pepe/Joey Smith, un’acuta lettura paradigmatica e necessariamente atroce della contemporaneità nelle Filippine, il rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione e, non in ultimo, quella necessità di riscoprirsi che ha permeato, nella poliedricità di generi e linguaggi, l’intero percorso di ricerca compiuto dalla trentunesima SIC nelle opere prime dei giovani autori. Quello messo in scena in Singing in graveyards è un mondo di specchi, un mondo di doppi, un mondo di proiezioni, un mondo di illusione e allucinazione, nel quale Pepe Smith interpreta genialmente non se stesso ma il suo imitatore, e nel quale il regista indipendente e fuori mercato Lav Diaz – in concorso con lo splendido The woman who left – appare, dimostrando un talento purissimo anche come attore, come il suo esatto opposto, un barista e impresario avido, una pedina dell’industria, arrogante e totalmente disinteressato alla “politica degli autori” dei suoi protetti, tanto da modificare liberamente le canzoni aggiungendo orribili basi elettroniche e ricordando a Pepe “Ti credi davvero un cantante? Tu sei un imitatore. E detengo io i diritti delle tue canzoni, hai firmato!”.

Ma andiamo per ordine, iniziando dalla realtà dalla quale il film prende le mosse: in primo luogo c’è Joey Smith, nato come Pepe nelle Filippine occupate dagli inglesi del 1947 e passato al nome d’arte Joey, decisamente più “internazionale”, più o meno ai tempi in cui si stava affermando come “Mick Jagger in salsa tagalog”. Sulla reale dicotomia di una star conosciuta con entrambi i nomi si innesta l’idea che sta alla base della finzione di Singing in graveyards: Pepe è da oltre trent’anni l’imitatore di Joey, un sosia che ha imparato a impostare la voce come la leggenda del rock, ad atteggiarsi come la leggenda del rock, a vestire come la leggenda del rock, fino ad abbandonare la sua vita e la sua famiglia alla ricerca di un sogno forse impossibile da portare a termine, e che ogni sera si riduce a spettacoli nei peggiori locali della città in cui Pepe viene puntualmente messo in ombra, ignorato, sbeffeggiato. Mentre Joey ancora viene ricordato per aver aperto il concerto dei Beatles, Pepe è una copia, è un sosia quasi perfetto, è una proiezione, ma soprattutto è un reietto che a sessantotto anni vive ancora nel suo limbo di illusione, allucinazione, narcolessia, amici immaginari e pittura, parlando di se stesso, ormai totalmente spersonalizzato nel tentativo di diventare chi non può essere, in terza persona. Un uomo-spettro al contrario, che vaga per il mondo come una presenza corporale, priva però di anima. Il film di Liew è un viaggio nell’amarezza, nei funerali e nei camposanti, nel fallimento anche quando si presenta quella che è apparentemente l’occasione attesa da una vita: Pepe viene invitato ad aprire un concerto di Joey, a patto che scriva per il suo originale ciò che nessuno dei due ha mai scritto, una canzone d’amore. Ma “il rock è morto”, gli ricorda la moglie, e Pepe non riesce a trovare l’ispirazione né nella sua vita squallida, né nel rapporto con la sua fidanzata Mercedes (Mercedes Cabral, già vista in buona parte della filmografia di Brillante Mendoza), attrice anch’essa fallita che millanta un passato glorioso probabilmente mai esistito e non riesce a trovare un ruolo che riesca a prescindere dall’ostentazione delle sue imponenti tette. Anche durante gli allenamenti in palestra viene riconosciuta esclusivamente come icona erotica, donna oggetto, mentre è proprio nella sequenza del provino davanti a maleducati produttori e direttori casting che ridacchiano senza nemmeno ascoltarla che il film trova uno dei suoi maggiori picchi emotivi e politici, sguardo su un Paese corrotto, misogino, ancora oggi imbastardito dalle troppe colonizzazioni e incapace di andare al di là dell’apparenza. Mercedes lascia esplodere tutta la sua frustrazione contro il tavolo di astanti, trovando una paradossale e intima dignità proprio nel dare loro quello che vorrebbero, uno sguardo sul seno, sbattendo loro in faccia e a chiare lettere quanto siano viscidi e superficiali.

Come pure è superficiale Pepe, incapace di imparare una semplicissima battuta per una pubblicità ma disposto ad allenarsi davanti a un passaggio televisivo di Joey imitandone la parlata, l’accento, il curioso modo di “mangiare” le parole, specialmente in inglese. Nello show a metà strada fra l’onirico e l’allucinato, in un repentino e spiazzante cambio di formato dallo schermo panoramico del 2,35:1 alla ristrettezza televisiva del 4:3, l’incontro con l’idolo e doppio è come un avvento, è come un’apparizione, è come un’ossessione, è come un sogno, ma Joey guarderà il suo imitatore con superiorità e ulteriore disprezzo, andandosene sdegnoso. Singing in graveyards è il vagare fantasmatico di Pepe per le strade, i manifesti di Joey Smith strappati, la chitarra – rigorosamente acustica, la Fender elettrica appare solo sui palcoscenici più squallidi della città – sulla spalla, giù fino al cimitero dove parlare con i suoi vecchi amici, i suoi vecchi musici che ora riposano nella nuda terra, i suoi fantasmi simbolo di un sogno mai realizzato, o forse semplicemente tre tombe a caso con cui continuare a cercare la vana illusione del successo, da cui farsi aiutare per trovare l’ispirazione, con le quali rimanere ancorato al passato. Davanti alle lapidi, Pepe chiede un barlume d’amore, impossibile da raccontare perché ormai spento nel profondo del cuore, per poi presentarli come una band immaginaria alle spalle, imbracciare la chitarra, e semplicemente mettersi a suonare, ancora una volta, cantando nel cimitero, Singing in graveyards. È un istante di poetica purissima, è la solitudine ingannevole di chi non ha più una propria personalità, di chi non ha più una propria sanità, di chi non ha più una propria dignità, di chi non ha più un proprio presente né un futuro, di chi non ha più una propria vita, incartato in un rapporto simbiotico impossibile: un fantasma fra i fantasmi, incapace di vivere la contemporaneità, incapace di capirsi, incapace di reagire. È il momento che il vagare spettrale di Pepe prosegua nel teatro vuoto, e poi a casa di Joey, il disco d’oro usato come portacenere, l’auto – non certo a caso un carro funebre – in fiamme nel vialetto con Joey dentro. L’imitazione è ormai sostituzione, la rappresentazione è ormai trasfigurazione: “I’m Singing in graveyards, all night along, I miss my friends, they’ve been all dead and gone. I’m Singing in graveyards, far away from home, I miss my friends, they’ve been all dead and gone”. Quello di Bradley Liew è un esordio notevolissimo, lucido, maturo, emozionante, potente, sincero, al contempo amaro e sognante. L’ennesimo colpo andato a segno nella buonissima selezione di una Settimana Internazionale della Critica che si conferma fino alla fine, al netto dei due (di numero) colpi al cuore in Concorso e delle (poche) gemme sparse fra le varie sezioni di una Mostra che ha deluso buona parte delle aspettative, ai vertici di Venezia73.

Marco Romagna