22 Maggio 2015 -

SICARIO (2015)
di Denis Villeneuve

Di Sicario, il nuovo film di Denis Villeneuve, in Croisette avevo sentito dire solo male.
Per fortuna il tendone della Salle du Soixantiême ha fatto da paracadute, e sono riuscito a recuperare un’altra – a mio parere – mirabile opera del regista canadese, che era chiamato all’arduo compito di assestarsi sui livelli – eccelsi – di Prisoners e del saramaghiano Enemy.
Questo è un film diverso, perché volutamente giocato su più livelli di “già visto”, ma con delle variazioni sul tema – variazioni stilistiche, estetiche, scelte di grande sottigliezza – che ne fanno un thriller riuscitissimo. I fratelli Coen hanno disseminato un po’ della loro scuderia in questo concorso: Turturro con Moretti, Carter Burwell con Todd Haynes, e Roger Deakins – di nuovo, dopo Prisoners – con Villeneuve. E a proposito di quest’ultimo, sappiamo che il confine tra Stati Uniti e Messico è pane – fotografico – per i suoi denti.

È da ricercare qui, credo, una prima importante qualità del film. Villeneuve e Deakins hanno disegnato quasi tutto il film in pre-produzione con precisi storyboard (pratica anche coeniana, come sappiamo), ispirandosi, soprattutto per le scene urbane oltreconfine, alle fotografie di Alex Webb, fondamentale fotoreporter contemporaneo (agenzia Magnum). Il ricorso insistito ma controllatissimo al campo lungo e lunghissimo serve a Villeneuve per dire quanto certi paesaggi preistorici e desertici o, al contrario, il sovraffollamento ripetitivo e/o disordinato delle città di confine, come una gigantesca griglia per esseri umani, finiscano irrimediabilmente per essere criminogeni: il male che viene dal brutto, o dal nulla. Siamo vicini a McCarthy, e lo saremo ancor più nel finale, quando una certa ineluttabilità della vendetta e lo stagliarsi su tutti di una figura invincibile – come il giudice di Meridiano di sangue, come lo Cigurh di Non è un paese per vecchi – suggelleranno amaramente tutta la vicenda. Ed è agghiacciante – per tornare al paesaggio – quanto un canyon scavato dall’acqua, dal vento e dal tempo nelle praterie messicane – ripreso con un plongée – somigli ai visi deformi, orribilmente sfigurati in una smorfia d’orrore e per giunta impacchettati nel cellofan raggrumato di sangue delle vittime del narcotraffico che la task force dell’FBI (cui appartiene Emily Blunt, eccola, la nostra protagonista) trova murate nel cartongesso della casa di alcuni spacciatori.

La tensione è gestita da Villeneuve con alto magistero registico, e il film non perde mai colpi: dopo la folgorante sequenza iniziale, l’infiltrazione in Messico della squadra speciale per la quale viene scelta la Blunt, con la carovana di suv blindati che, sotto scorta, si districano nella giungla urbana di Juarez, è una sequenza memorabile. Il finale, in cui la squadra speciale al comando di Josh Brolin scopre un canale sotterraneo di comunicazione strategicamente cruciale per i narcotrafficanti, è stato frettolosamente liquidato come un nuovo Zero Dark Thirty: in termini di denominatori comuni, ci sono sicuramente il ricorso alla telecamera notturna e la presenza di un personaggio femminile vessillifero dei sani principi.
Ma è questo il secondo, importante momento del film in cui Villeneuve sale in cattedra: questa sequenza conta, di fatto, quattro “fotografie” diverse. C’è la telecamera notturna, che scopriamo essere caratterizzata da criteri di “sguardo oggettivo”, e c’è la telecamera termica che, invece, ci restituisce un punto di vista soggettivo e incredibilmente simile alla motion capture dei videogame, evidentemente riconosciuti come cifra estetica che non si può più sottovalutare, neanche nel nobile campo da gioco del cinema. C’è, poi, la telecamera satellitare, che tiene tutto il pianeta costantemente sotto controllo, e c’è infine la macchina da presa, quella del racconto nudo e crudo, lo sguardo “non equipaggiato”, che non a caso torna operativa quando i soldati stanno facendo il loro ingresso nel tunnel, riprendendoli dall’interno, stagliarsi in silhouette sul blu notte del cielo, e li segue nel cunicolo, ormai senza l’ingombro dei caschi ipertecnologici: c’è solo lo scontro a fuoco, che non sempre è fuoco nemico. Esaltante.

Quando Federico Pontiggia scrive sulla Rivista del Cinematografo che Villeneuve potrebbe diventare il nuovo Mann, io penso che ci sia da credergli. Quanto meno, io sto dalla sua parte. Ora attendiamo la sua versione dei fatti di Blade Runner.

Elio Di Pace

“Sicario” (2015)
121 min | Action, Crime, Drama | USA
Regista Denis Villeneuve
Sceneggiatori Taylor Sheridan
Attori principali Emily Blunt, Benicio Del Toro, Josh Brolin, Victor Garber
IMDb Rating 7.7

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