2 Novembre 2017 - e

SALYUT-7 (2017)
di Klim Shipenko

Al Trieste Science + Fiction Festival 2017 è tempo di astronavi e di viaggi spaziali, di missioni di recupero e di comunicazioni via radio, di situazioni destinate a precipitare e di eroici salvataggi. Salyut-7, opera del giovane regista russo Klim Shipenko, è un film che intinge il biopic nella fantascienza, fatto di lanci e di spettacolari passeggiate esterne, di raggi di sole che scaldano la stratosfera e di gocce d’acqua che volteggiano in assenza di gravità. È un dramma ispirato alla storia vera dell’omonima stazione spaziale orbitale sovietica, che un giorno, nel 1985, smette di rispondere ai segnali inviati da Terra in quanto in avaria per cause sconosciute. Onde evitare che questa si schianti su suolo americano causando vittime e consegnandone la tecnologia agli Stati Uniti, il governo sovietico decide di mandare in una missione rischiosissima una navicella con due cosmonauti, Vladimir Fyodorov (ispirato a Vladimir Dzhanibekov) e Viktor Alyokin (ispirato a Viktor Savinykh), con l’obiettivo di riuscire a effettuare un attracco manuale per poter farli entrare a ripararla. Ed è proprio questa procedura d’attracco la parte più straordinaria di questa impresa, in quanto mai realizzata prima d’allora su un oggetto in movimento non controllato, in costante e veloce rotazione su tutti i suoi assi, dovendo centrare il punto giusto a una velocità di 35cm al secondo. Questa è anche la parte del film che più funziona a livello di ritmo e costruzione: le inquadrature dallo spazio sono effettivamente impressionanti, ben dirette e sorrette da un crescendo sicuramente efficace, seppur non innovativo né strabiliante, mentre sul piano della scrittura, discorso analogo vale per l’attracco effettuato proprio durante il silenzio radio, mentre a Terra stavano decidendo di annullare la missione per il troppo rischio.

Appena si conclude questa prima parte, però, si inizia a percepire uno dei problemi principali del film: da questo punto in poi ogni sequenza non sarà altro che una ripetizione ciclica dello stesso schema della prima parte per una durata di ben due ore, ormai dimensione standard per produzioni simili. Nell’alternare schematicamente e scolasticamente momenti di tensione e dramma con quelli di rilassamento, Shipenko non riesce a fare a meno di adottare un immaginario troppo standard, già visto e rivisto, basti pensare ali dialoghi via radio tra la stazione di comando e la navicella, che ricordano facilmente Apollo-13 e altri derivati. Nel frattempo Salyut-7, dialogo dopo dialogo, situazione dopo situazione, scivola sempre più nella retorica, nei drammi facili e nelle riflessioni spicciole, dalle mogli e figlie che aspettano i loro eroi fino allo spirito di sacrificio di chi è disposto a morire di stenti nella stazione spaziale pur di salvare il proprio amico appena diventato padre. Sensazionalismo e un’eccessiva drammatizzazione dominano sul tono di tutto il film, a partire dall’onnipresente colonna sonora: la musica pomposa e didascalica non lascia mai un attimo di respiro, e cercando di enfatizzare ogni momento di tensione finisce per affossarla, fino a quando non sarà il momento di vedere la stazione spaziale ripartire, finalmente riparata, e con lei la radio che ricomincia a suonare. Con un effetto che sarebbe stato dirompente, partendo dal silenzio assoluto, ma che con l’invasività della colonna sonora per tutto il resto del film viene totalmente svuotato della sua potenziale forza. Sembra troppo spesso che il film cerchi costantemente soluzioni facili adagiandosi sugli allori di una storia di partenza fortissima senza essere in grado di andare oltre, di aggiungere discorsi o punti di vista interessanti.

Anzi, proprio nel suo guardare al passato sovietico sembra che il film adotti una posizione molto “comoda”: se da un lato critica e mette in cattiva luce l’URSS e i suoi capi disposti a rischiare la vita dei cittadini solo per impedire che gli americani possano mettere le mani sul relitto della loro stazione spaziale, è vero che poi celebra questi cosmonauti come eroi in quanto hanno dimostrato ancora una volta la superiorità del programma spaziale russo. Apre con il dettaglio di una Falce e Martello, Salyut-7, ma poi quello che questa Falce e Martello ha costruito e sta portando avanti a costo della vita umana lo lascia andare alla deriva spaziale, lo rompe, gli fa smettere di rispondere ai comandi. Così come lascia profondamente perplessi l’arrivo dello Shuttle statunitense alla fine, appiccicato forse per suggerire la possibilità di superamento di quegli anni di divisione e di Guerra Fredda, ma in una maniera tanto ingenua da risultare insignificante, se non addirittura compiaciuta nel suo filoamericanismo. I due cosmonauti credono nel loro Paese, e dal loro Paese vengono traditi, usati, sfruttati, mentre soffrono di molto al di sotto dello zero entrambi con oltre 38 di febbre, mentre le scorte di viveri e ossigeno stanno per finire, mentre rischiano di andare a fuoco, mentre non dormono per portare avanti il lavoro, mentre ripensano alla famiglia e all’Unione Sovietica, mentre asciugano con i propri vestiti, mentre indossano gli assurdi berretti di lana messi in valigia da una moglie preoccupata, mentre hanno allucinazioni, che sia una luce divina o che sia il rumore di una navicella che (non) attracca.

In fin dei conti, fra le emozioni contrastanti dei due cosmonauti, l’indubbio interesse storico della vicenda e la spettacolarità visiva, Salyut-7 non è nemmeno un film da cestinare completamente, grazie principalmente a un notevole comparto tecnico e a delle scelte registiche azzeccate nelle spettacolari sequenze a gravità zero, come ad esempio quella dell’acqua, oppure quando la vodka che vaga per la navicella fino alle bocche degli astronauti contro il paventato proibizionismo di Gorbačëv. Poi però ci sono incendi tutto sommato raffazzonati che seguono quasi a ruota la glaciazione, comunicazioni via radio con mogli e figlie che aspettano il ritorno con una tensione strappalacrime che sfiora la telefonata al pubblico, celebrazioni della gloria sovietica talmente caricaturali da sembrare quasi satiriche e da mettere dubbi “politici” sul film, e troppe incursioni ad abbracciare i caldi e “sicuri” canoni del cinema mainstream hollywoodiano, nei quali peraltro si è formato Shipenko che ha studiato produzione cinematografica alla California State University. E in questo è un film fondamentalmente già visto, Salyut-7, e quindi in sostanza inutile nel riciclare spunti di interesse già ampiamente esauriti in passato. È un prodotto di intrattenimento ben impacchettato, di un manierismo che sa non sfigurare, di una cura fotografica a tratti anche preziosa, ma troppo derivativo, e costellato di piccoli e grandi limiti che non gli permettono di segnare nel profondo né lo sguardo né le emozioni dello spettatore. Peccato, perché le premesse c’erano tutte, e il talento pure. Ma il risultato finale non le rispecchia. Non fino in fondo, per lo meno.

Tommaso Martelli, Marco Romagna

“Salyut-7” (2017)
Action, Drama, History | Russia
Regista Klim Shipenko
Sceneggiatori Aleksey Chupov, Jeffrey Hylton (English adaptation), Natalya Merkulova, Aleksey Samolyotov, Klim Shipenko
Attori principali Lyubov Aksyonova, Ilya Andryukov, Pavel Derevyanko, Oksana Fandera
IMDb Rating 7.4

Articoli correlati

LAIKA (2017), di Aurel Klimt di Marco Romagna
BLADE OF THE IMMORTAL (2017), di Takashi Miike di Marco Romagna
COLD SKIN (2017), di Xavier Gens di Marco Romagna
A GENTLE CREATURE (2017), di Sergej Loznitsa di Marco Romagna
TESNOTA - CLOSENESS (2017), di Kantemir Balagov di Erik Negro
REMEMORY (2017), di Mark Palansky di Nicola Settis