22 marzo 2018 -

READY PLAYER ONE (2018)
di Steven Spielberg

Ready Player One è la prima collaborazione produttiva, 23 anni dopo I ponti di Madison County, tra la Amblin’ Entertainment, storica casa di produzione legata al marchio e al nome del grande Steven Spielberg dall’inizio degli anni ’80, e la Warner Bros. E si potrebbe partire da qui, dagli anni ’80, da un’estetica tutta americanizzata, pura nella propria brutale tamarraggine, facile da rievocare con mezzucci nostalgici e ricattatori nella cultura pop del rivangare il passato, a cui possono appartenere anche prodotti tutto sommato giusti da promuovere e accogliere come la serie Netflix Stranger Things e l’ultimo adattamento cinematografico di It. Gli anni ’80 però sono solo il nucleo di una questione generalizzata, legata all’immaginario collettivo, al bombardamento cerebrale di immagini iconiche appartenenti alla finzione e al delirio dei franchise: attorno a ciò gravita proprio Ready Player One. Discostandosi drasticamente dal dramma ideologico che era The Post, il nuovo film di Spielberg è un’avventura fantascientifica Young Adult che oltre ai dogmi del dramma distopico adolescenziale contiene molte interessanti riflessioni sullo sguardo di questo tipo di cinema e anche sui riferimenti culturali e su come è giusto usarli e comprenderli. E, di per sé, alla base c’è una favola morale sulla tecnologia che si potrebbe anche mettere in discussione a livello di immedesimazione etica (la via di mezzo democratica che fuoriesce dall’ultimissima scena del film sembra discostarsi dalla più efficace e astratta manifestazione della stessa poetica enunciata in altri momenti…), ma, in fondo, che importa? Spielberg è un grande regista anche per la propria, chiamiamola così, necessità di un compimento dell’aspetto umano di ragionamento e desiderio profondo, adempiendo proprio ad alcune caratteristiche narrative della favola per riportare in auge il ricordo e la potenza dell’uomo nell’ambiente storico o immaginario del suo rispettivo contesto. E c’è chi contesta questa caratteristica, ma in Ready Player One ci pare ingiusto sparare sulla croce rossa: il film è talmente colorato nella sua indistruttibile corazza di pura visione spettacolare da non volersi certo porre come un capolavoro espressivo della settima arte, nonostante appunto sia uno sguardo “altro”, che prende la propria cultura e anche questa stessa corazza di fantasie infantili per costruire un’impalcatura onnicomprensiva che tenta di stare in equilibrio tra Tron, Blade Runner, la saga di Harry Potter – in particolare due tra i film centrali, Il prigioniero di Azkaban e Il calice di fuoco –, Strange Days, La storia infinita, e ironicamente pure l’orrido Game Therapy di Ryan Travis. I film citati includono Zemeckis (tributato in particolare per la saga di Ritorno al futuro dalla Delorean al potente gadget chiamato “cubo di Zemeckis” che riporta indietro il tempo di 60 secondi), Ray Harryhausen con il mostro ciclopico di Sinbad, John Hughes, Spielberg stesso con il T-Rex di Jurassic Park e un poster di Indiana Jones, Katsuhiro Otomo con la moto di Akira, John Boorman con l’incantesimo del suo Excalibur, Brad Bird e James Cameron con una strana osmosi tra Il gigante di ferro e Terminator II, persino i Monty Python, il mondo videoludico molto in generale (non lo conosciamo bene ma abbiamo visto Sonic, Minecraft e Halo), la cultura supereroistica, Godzilla, il sottobosco culturale nipponico, e ci sono pure magliette dei Joy Division e dei New Order, oppure canzoni dei Twisted Sister e dei Rush. In questo senso, Ready Player One, decidendo di urlare col citazionismo sfrenato (anche più di Stranger Things) invece di sussurrare il possibile rimando, si pone come manifesto postmodernista puro ed estremo, galleria ipercinetica e volatile di immagini autodistruttive.

Una scena su cui molti avranno da discutere sarà la macrosequenza posta all’interno dell’Overlook Hotel di Shining, in cui Spielberg riutilizza le riprese originali di Kubrick inserendovi con la CGI i protagonisti del suo film in armature fantasy e motion capture. Certo, è un tributo abbastanza palese a un grande autore del passato del cinema che era un grande amico ed estimatore di Spielberg, ma il tributo è amichevole e colmo di stima o kitsch? Noi tenderemo a prendere in considerazione la prima… per un motivo un po’ stratificato. Spielberg, nel tributare la cultura degli anni ’80, si distingue dagli autori di Stranger Things (se vogliamo continuare a prenderlo come esempio ideale, e probabilmente è la cosa più giusta visto quanto sta avendo impatto sull’immaginario collettivo contemporaneo) per il semplice motivo che il suo cinema era esattamente quello degli anni ’80 – non è un’operazione nostalgica nel senso di riportare in auge qualcosa che non c’è più, perché per Spielberg le immagini e i simboli di quel mondo sono soprattutto fantasmi immateriali e indefiniti di un’epica che ha preso a piene mani da un immaginario anche più vecchio, complessificando, postmodernizzando – basti pensare a Star Wars e ai samurai, al Parsifal che viene da Boorman ma in realtà viene dal ciclo arturiano e dai cavalieri della Tavola Rotonda. Spielberg ha uno sguardo diverso, che non è necessariamente nostalgico quanto rimbombante di informazioni inutili che si accatastano senza vergogna, e sotto certi punti di vista il tributo si muove di pari passo con una critica su vari livelli. Quei tempi non ci sono più, e dunque bisogna sempre di più copiarli, finché non si giunge a questo minestrone cadaverico che trova la propria mobilità fuori dall’alternanza allucinante di citazioni, nel vero e proprio scheletro sintattico dell’immagine che si muove. La scena su Shining in un modo o nell’altro è una lettera fatta col cuore a uno dei film horror più belli di sempre, ma, con l’inserimento dei personaggi in CGI che poi diventa anche vera e propria modifica della scenografia e dei personaggi di Kubrick in favore di una visione più contemporanea e spettacolarizzante, diventa una deformazione informatica di un qualcosa che dovrebbe rimanere intatto per come è. Spielberg è proprio la persona che si mette a modificare l’immagine d’origine, sì, ma lo fa perché tanto è stato già fatto, perché per costruirsi attorno all’immaginario dell’adolescente attuale bisogna deformarsi e deformare, anche il tempo; sia il protagonista (interpretato da Tye Sheridan) sia il suo mentore (interpretato da Mark Rylance), un fantasma digitale del passato che ha creato il mondo stesso dell’Oasi attorno alla quale gravita il “mondo straordinario” del film. A loro modo sono fisicamente simili a Spielberg in due diversi momenti della sua età, sono entrambi sognatori di epoche diverse, che mediante il filo unificatore che è il cinema entrano in osmosi tra di loro in un’irrealtà immateriale e computerizzata, unendosi anche al compositore del loro universo narrativo, al regista del loro microcosmo. Persino l’ambientazione del film si distanzia da quella del romanzo d’origine di Ernest Cline, che ha scritto la sceneggiatura insieme allo Zak Penn che fu mente alla base di Last Action Hero di John McTiernan: non è più Oklahoma City, ma Columbus, vicino a Cincinnati, dov’è nato Spielberg. E non sono le uniche differenze col romanzo, che per certi versi è più adulto: basti sapere che uno dei protagonisti del film, Daito, nella storia originale perde la vita nella fase centrale della storia.

Ready Player One di certo non fugge al fatto di essere a suo modo un’ode al consumismo e alla cultura pop, come del resto era così anche The Lego Movie, recente, divertente e originalissimo film la cui morale, di per sé, al di fuori delle interpretazioni tecniche, stilistiche e di scrittura del film nella sua complessità, era la stessa che si potrebbe trovare in una pubblicità televisiva dei Lego. In questo senso, può venirci in mente un’altra definizione che spesso viene utilizzata per insultare i film plastici che sfruttano la vendibilità commerciale dei propri gadget aut similia, ovvero “giocattolone”. La cosa assurda è che per il nostro sguardo ormai il giocattolone non ha più senso di essere in effetti l’oggetto cinematografico che vende attraverso il culto e l’accumulo di merchandising, o, meglio, non ha più senso di essere tale per quanto riguarda i film che si muovono per blocchi singoli – come Ready Player One, almeno per ora, o appunto The Lego Movie, nonostante il recente spin-off su Lego Batman. I veri film-giocattolone sono quelli dei franchise ben definiti e precisi, da Star Wars, che comunque, per quanto possa essere commercialmente invadente, se non tiene alti i livelli produttivi poco ci manca, alla Marvel, che produce con livelli qualitativi alternati, fino alla DC, che invece è quasi sempre destinata al fallimento mediatico. Poi, come non ultima cosa, Spielberg rimane, che si voglia o meno, un autore, e dunque, per quanto commercializzabile, è distante da una determinata concezione puramente consumistica del prodotto cinematografico; questo, peraltro, soprattutto perché Spielberg oltre a essere un regista e un produttore di grande qualità e di enorme successo, è soprattutto uno straordinario grammatico del cinema, che conosce a menadito le logiche visuali della messa in immagine. È un Dio, all’interno del cinema, proprio come il personaggio-figura paterna di Mark Rylance è il Dio dell’oasi, proprio come il suo “easter egg” che altro non è che una nuova genesi, l’Hiranyagarbha dei testi vedici, uovo dorato e fonte della creazione dell’universo, generato da una divinità monoteistica. Una nuova genesi di un nuovo mondo, sprigionata dalla libertà di un giovane di sognare e oltrepassare la propria conoscenza, prendendo puro possesso psicologico e fisico di un macro-mondo pregno di regole, da superare forse anch’esse sognando, ma in maniera indipendente.

Ready Player One è un’avventura senza se e senza ma, una montagna russa in una dimensione parallela in cui la fisica e la logica non hanno senso, in maniera da essere più assimilabile, che so, a un cartone dei Looney Toons piuttosto che a un 1984 (più o meno come il quarto film della saga di Indiana Jones, una vera e propria parodia esplosiva del noir). Riflette sul genere young adult colpendolo brutalmente nella sua palese carenza di originalità formale, ma specchiando nella struttura narrativa e visuale dei difetti a volte ardui da non notare, proprio a livello logico e strettamente consequenziale. Non ci saranno gli eroi immediatamente riconoscibili di Harry Potter, ma certamente si superano gli immaginari di Hunger Games e Maze Runner e decine di altri che sono sempre rimasti bloccati nella loro banalità furbetta. Questo anche per la ricchezza e la complessità degli effetti speciali utilizzati da Spielberg, che con Ready Player One continua a giocare con la motion capture dopo il flop del GGG, più o meno come fece Zemeckis con la trilogia Polar Express/Beowulf/Canto di Natale. Le texture dei volti e i movimenti realistici dei corpi spesso bucano davvero lo schermo, scindendo in maniera nettissima un mondo reale sin troppo pellicolarmente tangibile un mondo digitalizzato impossibile da percepire se non come una proiezione mentale computerizzata di un sogno allucinogeni di un nerd, girato in 35mm e stampato in 70mm. La grana è messa in risalto dalla primissima scena, che si muove col ritmo di Jump dei Van Halen ma invece di avere una progressione di montaggio videoclippara predilige movimenti fluidi su e giù per una scenografia distopica ma non troppo distante dal reale, già risaltando il conflitto tra il fluire della sottocultura del passato e il movimento mentale e corporeo del mondo-set. La prima corsa di macchine invece è messa in scena senza alcun sottofondo musicale, riportando in mente, almeno prima che esplodano in sequenza le musiche originali di Alan Silvestri, una più carnale, diretta e realistica visione verso un mondo che invece è tutto fuorché reale: anche l’adrenalina, e con essa i sentimenti e il sacrificio, sono digitalizzati. Nella scena di Staying Alive invece subentra un sensuale senso dell’immagine che di nuovo cerca sempre di trovare un equilibrio nel ritmo musicale. È sempre un viaggio fantastico, ma a un certo punto, con un montaggio alternato entusiasmante quanto sotto certi punti di vista agghiacciante, la magia si interrompe. Durante la più magica (e postmoderna) delle battaglie finali, vengono mostrati, oltre ai combattenti sul campo, i combattenti nella vita reale, per le strade con i loro visori, pronti a smettere di appartenere al reale per combattere nel nome di un qualcosa di intangibile. È un delirio, certo, ma è un delirio vero, sincero, importante. Sono questi i nuovi eroi, i nuovi sognatori? I nuovi giocatori, quello certamente. I nuovi sguardi, con la macchina da presa che riflette le immagini digitalizzate come riflessi nei visori, crea campi-controcampi in una singola inquadratura attraverso i vetri e si insinua tra la retina e la lente del visore, penetrando nello sguardo allucinante di un giovane, ingenuo protagonista. Poco importa se c’è o no una critica sociale, perché il mondo del quale il film parla e nel quale il film vive è questo e poco altro.
Bisogna riflettere sul digitale, sul videoludico, sull’immaginario che lo stesso Spielberg ha contribuito a creare e sul quale ora ritorna riflettendo con maturità su influenze e derive, su Chris Milk che inneggia alle potenzialità del VR e su JR che lo segue e poi collabora con Agnes Varda per Visages Villages (che rimane la visione più obbligatoria tra quelle che potreste trovare in sala in questi giorni…). Bisogna sragionare sulla programmaticità del meccanismo della realtà virtuale che priva in parte della profondità di sguardo del cinema sostituendo il pensiero con la necessità orgasmica d’immersione. È difficile capire cosa è moralista e cosa no all’interno del film, e sicuramente c’è qualcosa di definitivo sul finale, come spesso nei film di Spielberg accade e non c’è da preoccuparsi né da lamentarsi se lo spettatore ha preso posizione con la giusta modalità mentale. È una favola di innovazioni tecnologiche, è un film d’intrattenimento scientificamente zarro che ricicla gli emblemi del folklore a/v degli ultimi 30 anni di Storia, ed è probabilmente una riflessione sul genere, per quanto impossibile da decodificare completamente, per quanto è piena di sottotesti anche nei più semplicistici dei momenti. Anche perché il film è velocissimo, e, del resto, come dicono anche i personaggi, nella realtà si muove tutto tanto più lentamente…

Nicola Settis

“Ready Player One” (2018)
Action, Adventure, Sci-Fi | USA
Regista Steven Spielberg
Sceneggiatori Zak Penn (screenplay by), Ernest Cline (screenplay by), Ernest Cline (based on the novel by)
Attori principali Letitia Wright, Hannah John-Kamen, Simon Pegg, T.J. Miller
IMDb Rating N/A

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