16 Maggio 2016 -

RAMAN RAGHAV 2.0 (2016)
di Anurag Kashyap

Negli anni Sessanta, l’India fu sconvolta dal famigerato serial killer Raman Raghav. Ma il nuovo film di Anurag Kashyap, già noto per, fra gli altri, The girl in yellow boots e Black Friday, non parla assolutamente di questo, e lo dice espressamente con tanto di cartello ben prima dei titoli di testa. Raman Raghav 2.0, questo il titolo del lungometraggio presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs con l’alternativa internazionale, ma meno affascinante, Psycho Raman, mette infatti in scena la storia di un suo emulo nella Mumbay dei nostri tempi, in forme sospese a metà strada fra l’action e il noir psicologico, per compiere un viaggio nella mente dell’assassino e nel lato oscuro dell’uomo, della polizia, della società, forse di ognuno di noi.
Un efferato assassino gira per la città. Uccide uno spacciatore, uccide i suoi parenti, uccide i testimoni. Uccide con il cric della sua auto, fisicamente, con violenza. Uccide perché vuole uccidere, per provare il brivido, perché è un suo bisogno fisiologico. Per braccarlo, è necessario un uomo come lui: un giovane poliziotto egoista, meschino, arrogante, tossicodipendente, capace di rubare e di uccidere, capace di fare abortire per tre volte la donna che non vuole decidersi a sposare e poi di portarle in casa un’altra per un fugace quanto sfacciato amplesso. Costantemente strafatto di cocaina e mdma, porta gli occhiali da sole anche di notte, frequenta assiduamente locali notturni, non dorme mai, trangugia Viagra come se fossero mentine. E nello specchio dei suoi occhiali da sole, nel finale in cui si arriva finalmente al faccia a faccia fra due uomini ormai identici, potrà rivedere se stesso nelle fattezze dell’omicida, capendo di essere semplicemente un altro Raman Raghav, il 2.1 forse.

Dopo un prologo che tornerà, totalmente in altra luce, nel corso dell’intreccio, Anurag Kashyap compone il film di otto capitoli, ognuno con il proprio titolo ad avvicinare sempre più i due protagonisti. Una scansione prettamente letteraria, come in un romanzo giallo. Quello che viene messo in scena è un duplice punto di vista, dell’assassino e del poliziotto, dapprima alternati e poi sempre più vicini, sempre più intrecciati, sempre più coincidenti. Uno sguardo è quello della voglia di non essere sconfitto, di non lasciare il lavoro a metà, di riuscire a lasciare qualcosa dopo la morte – della morte di per sé, ben poco importa ormai –, l’altro è quello di un gorgo sempre più nero dal quale emerge la natura più bestiale dell’uomo, una discesa agli inferi del proprio lato oscuro, un’affinità elettiva prima negata e poi sempre più forte. Un’ossessione che diventa una nuova e necessaria immedesimazione.

Raman Raghav 2.0 è un film non certo banale, pienamente d’autore, è un film che nel complesso ci è piaciuto. Che però, dobbiamo dirlo, ci ha anche un po’ fatto storcere il naso, vuoi per una durata decisamente eccessiva – nelle 2 ore e 10 del film, le lungaggini non sono certo poche, fra omicidi pressoché identici e qualche spiegone –, vuoi per i troppi passaggi smaccatamente kitsch – ma forse in India è inevitabile – per non chiamarli tamarri, vuoi per le musiche martellanti che, anziché sottolineare i picchi emotivi, sono pressoché onnipresenti e diventano ben presto invasive.
Fra violenti omicidi, sesso sfrenato, pillole di dramma da camera familiare destinato a finire in tragedia, pippotti sullo smartphone, l’ampio uso della macchina a mano, pusher, ombre e montaggi serrati, Raman Raghav 2.0 parrebbe non solo altamente narrativo, ma quasi un film d’exploitation, un divertissement, un giocattolone. Eppure bollarlo come semplice vicenda di finzione e intrattenimento sarebbe non solo ingeneroso, ma drammaticamente superficiale, perché il film, fra le stoccate alla polizia e al sistema statale, le inquadrature zenitali a mostrare baraccopoli e povertà nell’invivibile densità di popolazione di Mumbay, il viaggio slabbrato e duplice della mente del serial killer 2.0 e la capacità di mettere in scena una faccia originale e quanto mai nera dell’India notturna, ha senza dubbio un’anima, una sostanza, più d’un concetto pronto ad arrivare chiaro allo spettatore e interessarlo. Forse meno di altre volte, ma arriva. Quello di Kashyap è un film sulla serialità, tout court. La serialità del killer nel lasciarsi alle spalle vittime, la serialità dei killer nell’evolversi e passarsi uno con l’altro, come un maestro con l’allievo, ispirazione e anima. Raman Raghav 2.0 è quindi un film imperfetto, con qualche difetto formale, con qualche passaggio a vuoto, a volte troppo bulimico nell’accumulo sfrenato di elementi. Ma è un film saldo, curato, maledettamente affascinante. Del resto, cosa c’è di più proibito di un serial killer?

Marco Romagna

“Raman Raghav 2.0” (2016)
Crime, Thriller | India
Regista Anurag Kashyap
Sceneggiatori Vasan Bala
Attori principali Nawazuddin Siddiqui, Vicky Kaushal, Anuschka Sawhney, Mukesh Chhabra
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

L'EFFET AQUATIQUE (2016), di Sólveig Anspach di Marco Romagna
MEAN DREAMS (2016), di Nathan Morlando di Marco Romagna
TOUR DE FRANCE (2016), di Rachid Djaïdani di Marco Romagna
POESIA SENZA FINE (2016), di Alejandro Jodorowsky di Marco Romagna
RISK (2016), di Laura Poitras di Marco Romagna
DIVINES (2016), di Houda Benyamina di Marco Romagna