16 Agosto 2019 -

OROSLAN (2019)
di Matjaž Ivanišin

Parzialmente tratto da quel fratello narrato nel racconto breve And that’s exactly how it was dello scrittore, traduttore e sceneggiatore sloveno Zdravko Duša e parzialmente ispirato dalle vicende personali e alle conoscenze del regista, l’Oroslan protagonista assente del potente esordio alla finzione del documentarista sloveno Matjaž Ivanišin, per lo meno per come viene raccontato, con ogni probabilità non è mai esistito. Eppure, alla fine del film che porta il suo nome, pare quasi di percepire Oroslan, di sentirlo vicino, di averlo sempre conosciuto e di sentirne la sincera e bruciante mancanza. Oroslan è qualsiasi essere umano, è qualsiasi affetto, è qualsiasi persona che viene a mancare da qualsiasi vita, ma mai sparirà del tutto da quella vita. Continuerà a vivere nei ricordi, nei rimpianti, nei sorrisi ripensando ai momenti insieme. Continuerà a vivere nei luoghi di cui ha contribuito a formare una storia, continuerà a vivere nella sua casa vuota, continuerà a vivere in ogni bottiglia che si svuota in quello che era il “suo” bar, il suo pellegrinaggio quotidiano, il suo unico reale momento di svago in cui dimenticare la stanchezza e la miseria. Continuerà a vivere nei volti degli altri, nei loro sospiri, nei loro baffi, nei loro copricapi, nelle loro malinconie. Perché Oroslan è un simbolo di spirito e di carne, Oroslan è un paradigma, Oroslan è un’allegoria, eppure la sua assenza è talmente fisica da farsi corpo e materia, da ritornare carne al punto di diventarla anche dove non c’è mai stata, da far nascere in ogni immaginazione il volto dell’anziano del villaggio che mai – al di là di un’ingannevole foto di gioventù – verrà mostrato. Uno degli scopi di un film complesso, stratificato e profondamente teorico, fra le migliori visioni di una sezione Cineasti del Presente che da diversi anni non riusciva a essere così tanto fertile e più in generale della (più che buona, oltre ogni aspettativa) edizione 2019 del Locarno Film Festival. Un film che, nello scorrere delle tre sezioni nettamente divise per stile, stagione e linguaggio di cui si compongono i suoi 72 minuti in 16mm, parte dalla completa assenza di un protagonista a sua volta privo di cognome per lavorare di assoluta sottrazione, ragionando da una parte sulle forme, sui tempi e sui fuori campo del cinema documentario di indagine, e dall’altra sulla memoria come evocazione e prosecuzione della vita anche dopo la morte. Fino a donare reali corpo, dignità e amore anche a un’ipotesi narrativa, così lontana eppure così vicina, così palpabile e struggente che si vuole credere fino in fondo alla sua esistenza, alla sua morte e alla sua mancanza, e per lei fino in fondo commuoversi.

Sfiora quasi la teoria del paesaggio di Adachi e Wakamatsu Oroslan nella sua prima parte, in cui a essere sottratta e assente è anche la parola e ad alternarsi sullo schermo sono immobili e rigorosissimi quadri del paese che pigramente si sveglia la mattina in cui Oroslan verrà trovato riverso sul pavimento della sua modestissima abitazione. C’è la nebbia che sale, ci sono le case rurali, ci sono le più tipiche staccionate, ci sono le assi sghembe dei tetti, ci sono i mattoni e c’è l’insegna del bar. Ci sono le industrie che ricominciano a lavorare, ci sono uomini e donne che camminano per le strade, e poi ci sono i pasti che vengono distribuiti ai poveri, consegnati uno a uno di fronte alle porte delle case. Come fuori dalle porte delle case rimarrà, in questa prima parte, anche la macchina da presa di Ivanišin, concentrata non tanto sul corpo di Oroslan destinato a essere portato via sotto il lenzuolo dei necrofori, quanto sugli altri, su coloro che da quel momento saranno destinati a fare i conti con la sua assenza. Con l’andirivieni – circostanze che saranno intelligentemente chiarite solo nella seconda parte, esplicate a viva voce durante l’intervista del protagonista/documentarista al (vero/finto) fratello dell’anziano e scomparso protagonista – di chi lo aveva trovato una prima volta riverso sul pavimento pensando fosse semplicemente ubriaco, poi con il loro ritorno a rendersi conto della morte e a chiamare i soccorsi solo dopo la preoccupazione dell’infermiera di paese, e infine con lo sgomento di tutti gli altri avventori di quel bar che è(ra) centro nevralgico della vita di Oroslan e del discorso teorico di Ivanišin, destinato a ospitare la dissolvenza che chiude ogni parte prima di aprire all’altra. Il “vero” (falso) documentario, quello classico di interviste alla cittadinanza che ripensa al concittadino estinto, occuperà solo gli ultimi venti minuti della terza e ultima parte di Oroslan, mentre tutto il resto del film mostra con straordinario minimalismo e con le necessarie dilatazioni esattamente ciò che in genere viene escluso, i paesaggi, i tempi morti, la ricerca di informazioni, le lunghe e silenziose traversate in auto (magari comprensive di rifornimento dal bezinaio), i discorsi inutili per rompere il ghiaccio (il passato calcistico raccontato dal meta-documentarista all’anonimo “fratello” guidando sotto la neve), le pause in cui fermarsi a riflettere e a incenerire una sigaretta, e non certo in ultimo l’atto stesso delle riprese, con quella macchina da presa che viene messa via dopo avere a lungo indugiato sulla lavorazione delle carni nella macelleria in cui lavorava Oroslan, in un continuo sconfinare fra (falso) documentario e (falso) documentario sulla realizzazione del (falso) documentario.

Figlio del viaggio di Matjaž Ivanišin nella landa desolata della pianura ungherese a minoranza linguistica slovena in cui, innamoratosi degli ambienti e dei lineamenti duri e segnati degli autoctoni, ha deciso di chiamare a sé la cittadinanza non professionista per adattare e mettere in scena il racconto di Duša, Oroslan è un film alla disperata ricerca di un residuo barlume di presenza nell’assenza, è un orgoglioso atto di resistenza cinematografico alla morte a all’oblio, che contrappunta le (non molte) parole con gli ambienti che appaiono quasi come fantasmi evocati dalle storie umane che hanno ospitato. Bastano un camera car, un piano a due e un semplicissimo campo/controcampo per innestare nell’intervista al fratello del protagonista tutta la storia del paese, tutto il passato e tutti i traumi passati fra quell’amica di un tempo suicida nel fiume e seppellita con amore dai due fratelli e quella «quasi matrigna» delle seconde nozze del padre saltate per colpa dei figli, ormai ricoverata in ospedale psichiatrico e nemmeno trovata per darle la triste notizia della morte di Oroslan. C’è il paradossale ed «egoistico» sollievo di famiglia nell’averlo scoperto morto ma per lo meno non suicida, c’è il racconto del momento in cui girare per i paesini e annunciare rattristati la sua dipartita, e soprattutto ci sono i sensi di colpa per non aver aiutato Oroslan nella sua miseria, lasciandolo morire nei suoi stenti e nel suo alcolismo, nella sua povertà e nella sua profonda amarezza. Quella di un fratello rimasto solo, malinconico, seduto su quello sgabello del bar ormai rimasto drammaticamente vuoto. O che forse davvero vuoto non lo sarà mai. Perché Oroslan è destinato, come testimoniato dall’ultima e, dopo l’autunno e l’inverno, primaverile sezione, a rivivere nel ricordo di chi lo ha conosciuto, di chi assicura fosse una persona straordinaria, di quella dolce vicina che l’anziano soleva considerare il proprio angelo custode, di chi ci ha suonato per tanti anni insieme, di quella fidanzata di sessant’anni prima, di chi ne ricorda le doti di macellaio sempre pronto ad aiutare non per soldi ma per un pezzo di carne, di chi ancora ride alle battute con cui diceva di preferire la democrazia alcolica di un bar dove bevono tutti all’aristocrazia della chiesa dove ad abbeverarsi al calice del vino è solo il prete, e di chi più in generale ne ricorda le doti di straordinario bevitore, sempre pronto a svuotare un bicchiere anche dopo le crisi epilettiche. Fra aneddoti, volti, voci che scaturiscono dal cuore e dalla memoria, per sempre legato a chi è rimasto in ogni gesto, in ogni azione, in ogni parola. Con l’illusione e il respiro vitale di un cane che non si arrende, e che lo aspetterà per sempre davanti alla porta di casa. Negli ambienti. Nel paesaggio. Sempre fedele.

Marco Romagna

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